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martedì 29 settembre 2015

Film consigliati - Nel fantastico mondo di Oz (1985)





Perdonatemi: non ho trovato il tempo di scrivere un nuovo racconto, ma voilà, ecco la recensione di uno dei film che ha segnato la mia infanzia: Nel fantastico mondo di Oz di Walter Murch. Il titolo italiano, come sempre, è stato scritto coi piedi. Molto meglio l’originale inglese: Return to Oz.
Prodotto dalla Walt Disney (non come il primo storico film del mago di Oz, i cui diritti appartengono alla Warner) il film si ispira al secondo e al terzo libro della saga di Oz ideata da L. Frank Baum. Prima di procedere, un avvertimento: dimenticatevi la gaia serenità della Dorothy di Judy Garland, perché qui, nel regno di Oz di Walter Murch, si respira un’aria diversa… e che aria!

La storia continua da dove si era interrotta: Dorothy è tornata nel Kansas, ma, ahimè, non è più la stessa. Non fa altro che parlare di Oz, dello Spaventapasseri, della città di Smeraldo e sua zia, la poco lungimirante Emma, decide di portarla in una clinica psichiatrica per farle passare del tutto questa sua mania. Una clinica dell’epoca, si intende, con tanto di macchine per l’elettroshock, barelle dotate di cinghie e orribili infermiere vestite di nero… Creepy, non è vero?
Proprio mentre sta per essere attaccata alla macchina elettrica, per una bella e “sana” dose di elettroshock, nella clinica salta la luce e Dorothy, liberata da una misteriosa ragazzina in abito bianco, riesce a fuggire. Inseguite dalla caposala, la malvagia infermiera Wilson (è un caso che assomigli a una strega delle fiabe?) le due ragazzine finiscono in un fiume e, sotto un furioso temporale, vengono trascinate via dalla corrente. Ed ecco che, esattamente come accadeva nel primo romanzo, Dorothy si risveglia ad Oz, senza avere la più pallida idea di come esserci arrivata. Oh, ma non è l’Oz che ci aspetteremmo: la Città di Smeraldo è in rovina, ogni abitante è stato tramutato in statua e le pietre preziose, splendore della città, sono state trafugate. Una regina malvagia che colleziona teste di ragazzina (sì avete letto bene) ha preso il posto del Re Spaventapasseri e, in combutta con il malvagio Re degli Gnomi, tiene in scacco l’intero Regno di Oz. Una bella gatta da pelare, per la povera Dorothy Gale.
Figuratevi che goduria, per un bambino di otto anni, guardare un film dove l’antagonista, le perfida strega Mombi, conserva le teste delle sue prede in eleganti vetrinette dorate, come fossero tazzine di porcellana. E poi mi domandavo perché, quando mi addormentavo, avevo sempre gli incubi!

Il film, purtroppo, non ebbe il successo sperato, nonostante sia diventato un cult quasi introvabile (se vi capita di trovare il DVD, compratelo assolutamente: potrebbe essere l’ultimo esemplare esistente) e il motivo salta subito all’occhio. Il film di Murch è l’esatto opposto del capolavoro di Fleming del 1939. È innegabile che il musical zuccheroso e iper-colorato della Warner Bros. sia stato e sia tutt’ora una leggenda, e vedere il mondo fantastico e magico di Oz ridotto ad un deserto in rovina, popolato da creature terribile e minacciose (i Ruotanti, quand’ero bambino, me la facevano fare sotto), è un colpo che gli spettatori dell’epoca non seppero sopportare.
Ovviamente, con il passare degli anni è stata proprio quest’atmosfera quasi Burtoniana a decretare il successo del film. Un miscuglio di fantasy e horror che davvero non delude.
Ciliegina sulla torta, una chiave di lettura che ho capito solo dopo aver rivisto il film da più grande. La macchina dell’elettroshock, che il dottore cerca in tutti i modi di rendere più “umana” e meno spaventosa, è la metafora della tecnologia che rischia di uccidere la creatività. In questo senso, il mondo di Oz così “violento” è una specie di rivalsa dell’immaginazione contro i pericoli della perdita dei valori tradizionali.


Che altro dire? Spero che anche voi abbiate avuto la fortuna di vedere questo piccolo classico dimenticato. Se così fosse, commentate qui sotto e ditemi come la pensate! In caso contrario, spulciate il web e comprate il VHS/DVD… ne varrà la pena! 

venerdì 31 luglio 2015

Film consigliato - Babadook





Baba dok dok dooook
-          Il Babadook


Per un amante dell’horror, Babadook era un appuntamento immancabile e io, ovviamente, non me lo sono perso. È opportuno precisare una cosa, però: Babadook non è l’horror più spaventoso degli ultimi anni. Definirlo in questo modo è stata una mera manovra commerciale, per di più una scelta infelice visto che ha creato false aspettative in chi, entrando al cinema, pensava di fare i soliti insulsi salti sulla sedia. Babadook è, senza se e senza ma, un film girato magistralmente, con una grande personalità, come non se ne vedevano da tanto tempo. Un ritorno all’horror vecchia scuola, più psicologico che granguignolesco. Perché, diciamoci la verità, tutti noi ci siamo rotti le scatole di film come Annabelle o The Possession, dove la tensione (ossia la vera protagonista di un film horror) viene affogata da litri e litri di sangue e dalle grida più o meno ridicole dell’indemoniato/a di turno.
Con Babadook è diverso. Guardare Babadook significa entrare nella quotidianità malata di Amelia, una povera donna vedova da sei anni, costretta a lavorare come infermiera e allo stesso tempo a crescere da sola un bambino ingestibile, Samuel. Il duro lavoro, le scenate isteriche del suo bambino, la vita perfetta (o che appare tale) della sorella egoista, gonfiano il risentimento e la follia di questa povera donna. In fondo, e questo non fa che potenziare il senso di frustrazione e di angoscia che pervade il film, Amelia è sola. Sempre.
Le cose non migliorano dopo il ritrovamento di un misterioso e cupo libro di favole, infilato da chissà chi nella libreria. Un libro mostruoso, che parla di questo Babadook, una specie di babau dalla forma non ben precisata, che terrorizza sia Amelia che Samuel. Liberarsi del libro è impossibile, persino bruciarlo non risolve nulla. E pian piano, proprio come il libro profetizzava, il mostro comincia a farsi vedere, a sbucare dagli angoli bui e da dietro le porte…
Gli ingredienti per un gran film ci sono tutti e Babadook non delude. La regista, Jennifer Kent, qui al suo primo lungometraggio, ci sa fare, diamine se ci sa fare. E, la cosa che rende Babadook il film horror dell’anno, è che il senso del film non si esaurisce nello spavento fine a se stesso, affatto: il mostro stesso, questo buio e serpeggiante Babadook, è la metafora di qualcos’altro, è un concentrato di dolore, di delusione, di solitudine. È la parte più buia che perseguita Amelia dalla morte del marito, che non la lascia respirare da sei anni, che soffoca ogni suo sentimento positivo nelle tenebre della gelosia. Capite già da queste premesse che Babadook non è un film adatto a tutti, di certo non da chi considera Hostel un film horror. Non ci sono “botti improvvisi” in questo film, ma una paura più sottile, meno appariscente, un tipo di paura che i film horror di questa generazione non sono più in grado di dare. Chi è uscito dal cinema dicendo “non mi ha fatto paura” oppure “il finale è proprio brutto” o ancora "questo film è una schifezza" significa che di horror non ne capisce niente e forse nemmeno di film in generale. O, ancora peggio, è cresciuto con quelle baggianate che oggi vengono spacciate come film horror, ma che non sono altro che film di serie B pieni di cliché.
Che altro dire? Ho già parlato troppo e non voglio rovinarvi il finale. Perciò… Un saluto e buon ba-ba-dok-dok a tutti! 


domenica 28 giugno 2015

Film consigliati - Il racconto dei racconti di Matteo Garrone




Bene. Sono riuscito a trovare il tempo per riprendere in mano la tastiera. Non per un racconto, però, ma per una recensione cinematografica. Lo so, lo so: sono passate diverse settimane dall’uscita nelle sale dell’ultimo film di Matteo Garrone, ma io ve ne parlo comunque, perché mi è piaciuto molto e forse alcuni di voi non lo hanno ancora visto e hanno intenzione di recuperarlo.
Che dire? Sono entrato al cinema con la speranza che Il racconto dei racconti mi stupisse. E così è stato. Per una serie di motivi che ora vado ad elencare.
Il primo, e forse il più importante, è che il film prende spunto da Lo cunto de li cunti, la più antica raccolta di fiabe d’Europa, scritta nel ‘600 da Giambattista Basile. Ciò dona al film una patina antica, originalissima, fantastica ma allo stesso tempo più “realistica” rispetto a quella di un classico fantasy pieno di orchi, elfi, draghi e ragazzi prescelti. Prendere spunto dalle fiabe ha permesso al regista e agli sceneggiatori di recuperare modelli narrativi antichi e troppo spesso dimenticati: insomma, non ci ritroveremo di fronte la solita storia hollywoodiana (=scontata) del ragazzo destinato a compiere imprese mitiche o a sconfiggere il cattivone di turno. No. Qui abbiamo tre storie piuttosto semplici, che di eroico non hanno nulla: una regina disposta a tutto, anche a ricorrere alla magia nera, pur di avere un figlio; due anziane sorelle che ordiscono uno stratagemma per soddisfare le brame di un sovrano allupato; un re che organizza una sfida impossibile (quasi) per impedire ad uno stuolo di pretendenti di sposare l’unica, amatissima figlia… che dire: storie inaspettate, vero?
Secondo punto di forza del film: le ambientazioni. Il regista, in perfetta sintonia con l’atmosfera più realistica e in qualche modo più “storica” dei racconti, ha scelto di ambientare le sue storie in luoghi effettivamente esistenti, ricorrendo in questo modo ad un utilizzo ridotto della CGI. E così le narrazioni, sapientemente intrecciate in una struttura circolare, prendono vita sullo sfondo del meraviglioso Castel del Monte (Puglia), del castello di Donnafugata (Ragusa) e delle Via Cave (Grosseto). Si tratta di un film che, anche se recitato in lingua inglese, mantiene un forte legame con la nostra terra, mostrando le bellezze di un’Italia che non finirà mai di stupire.
Terzo punto di forza: il legame fra le tre storie. Avrete notato che tutte e tre le fiabe hanno come protagonisti tre monarchi, tre individui abbietti che, in un modo o nell’altro, si lasciano irretire dalla brama del potere e finiscono con il far del male alle persone che amano o che credono di amare. Appellarsi alla fiaba significa infatti anche questo: toccare argomenti archetipici, tra i quali figurano senz’altro la gelosia, l’ingordigia, la depravazione… questioni quotidiane, che costituiscono un ponte fra il mondo di Basile e il nostro, e che ci mostrano come l’uomo, nonostante il passare dei secoli, sia sempre rimasto uguale.

Ma allora, c’è solo il male in questo film? Tutt’altro. Una piccola fiammella, forse la speranza di un futuro diverso, si nasconde nei giovani protagonisti del film: due gemelli separati e costretti a difendersi dalla perfida regina-madre, una principessa costretta a sporcarsi le mani di sangue pur di recuperare la libertà perduta… i giovani devono lottare, questo non lo possono evitare, ma il futuro, il cambiamento, è loro. Ai loro sconsiderati genitori, colpevoli di aver vissuto in modo avido e dissennato, non resta che inginocchiarsi e versare lacrime amare. 

giovedì 14 maggio 2015

Film consigliati - L'arcano incantatore di Pupi Avati



Si avvicinano l’estate, il caldo, le coppette gelato da tre euro e cinquanta, gli esami, e a me, puntualmente, passa la voglia di scrivere. Matematico. In attesa che mi venga qualche buona idea, voglio parlarvi di un film che ho visto recentemente e che, nonostante alcune critiche leggiucchiate qua e là per il web, mi è piaciuto molto. Si tratta de L’arcano incantatore, film horror nostrano del (lontano) 1996. Il regista è Pupi Avati, che molti di voi conosceranno già, oltre che per Il cuore altrove e Il papà di Giovanna, anche per due film d’orrore diventati ormai un cult: La casa dalle finestre che ridono (1976) e Zeder (1983).
Ma torniamo al nostro film. Che cosa rende così particolare L’arcano incantatore? Semplice: il concetto di paura “tutta italiana” che il regista è riuscito a tessere. Mi spiego meglio. Non ci sono mostri “di genere” ne L’arcano incantatore: nessuno zombie, nessun maniaco omicida mascherato armato di coltello, nessuna ragazzina cadaverica uscita fuori da un pozzo... C’è, piuttosto, un’atmosfera rurale, arida, misteriosa, piena di miti e leggende che traggono linfa vitale dal ricco folclore italiano. La genialità di questo film è stata proprio quella di puntare tutto su un concetto di paura che ci appartiene, che fa parte del nostro DNA. La dimensione horror del film si gioca su pochi, validi ingredienti: uno spretato, esiliato per le sue ricerche sull'occulto; un giovane seminarista, colpevole di aver sedotto e messo incinta una donna; una biblioteca stipata di libri malvagi, in grado di evocare demoni infernali della peggior specie. E poi presenze, scricchiolii, apparizioni… Il tutto sullo sfondo della campagna bolognese del XVIII secolo. Una storia semplice, troppo semplice per alcuni, ma per spaventare basta e avanza: che cosa fa più paura, in fondo, a noi italiani, se non una “fola” che parla di spettri che si aggirano per le campagne, di demoni e di riti sacrileghi, e in cui il meccanismo della paura si attiva nel momento in cui il tabù religioso viene infranto o dissacrato? Ecco che gli ingredienti si mescolano e il risultato è un film che sa davvero stregare (non a caso Guillermo del Toro ne ha parlato con toni entusiastici durante un’intervista al Los Angeles Film Festival). Certo: è un film a basso budget, c’è povertà di mezzi, la recitazione non è sempre all'altezza, tuttavia la scelta di raccontare una storia horror donandole una forte personalità paga, e molto anche. Vedere per credere.