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giovedì 29 ottobre 2015

Il pozzo e il manicomio


Ed ecco, un po' in anticipo, il mio racconto di Halloween. Non è uno dei miei migliori racconti horror, ma spero vi piacerà comunque. Il tema? La follia nascosta di chi, giudicando gli altri, crede di essere migliore... Se vi piace, non esitate a commentare ;-) 
Buon brivido a tutti :)





Il manicomio di San Vincenzo era un luogo triste e desolato, dove la gente strillava e veniva punita per questo. I muri erano bianchi per metà, è l’altra metà era di una deprimente tonalità verde marcio (molti pazienti, di fronte a quel verde, davano in escandescenze, mettendosi a gridare che quel colore era ciò che vedevano quando, al calar della notte, chiudevano gli occhi e scendevano in profondità in loro stessi); le scale che collegavano un piano all’altro erano nere, ossute; parevano lo scheletro di un serpente ficcato in verticale per tutta l’altezza dell’edificio e i gradini, quegli stretti e viscidi e rugginosi gradini, erano le vertebre di quel gigantesco e abominevole rettile. Lunghe corsie da ospedale si dipanavano, a mo’ di ali di corvo, dalla stanza centrale, una hall dove un grande bancone circolare fungeva da ufficio amministrativo e, dopo i pasti, da efficiente distributore di pastiglie. Doxepina, lorazepam, aloperidolo, il tutto seguito da un sorso di acqua tiepida al gusto di cloro: ecco il cocktail che i pazienti ingollavano da un piccolo bicchierino di plastica, prima di andarsene buoni buoni nel mondo dei sogni (almeno, questo era quello che si auguravano le infermiere e i guardiani). Sebbene da fuori, coi suoi giardini e le fontane e i viali alberati, sembrasse un luogo perfetto dove vivere, il San Vincenzo era tutt’altro: era un luogo di reclusione dove le buone famiglie scaricavano le pecore nere, gli svalvolati, gli schizoidi, quelli che avevano un tarlo nella testa e il cervello a buchi: c’era la vedova Pedrini, che era diventata vedova dopo aver spappolato la faccia del marito con un batticarne; c’era il ragionier Carli, che aveva scavato una conca nel cranio della moglie con un cucchiaio per dolci. Lei, sfortunatamente, era ancora un po’ troppo viva mentre subiva quell’amorevole trattamento; c’era il vecchio professor Aleneri, stimato medico di Torino, specializzatosi a Bonn in terapia comportamentale. Aveva esercitato fino a tre anni prima, ma poi si era scoperto che mangiava gli organi dei pazienti deceduti, dopo averne trafugato i corpi con il favore delle tenebre. Stupratori, assassini, maniaci, ossessi, pedofili… “Diamine – amava dire Sandra, infermiera al San Vincenzo da più di dieci anni – qui non ci facciamo mancare mai nulla”.
Se ora vi capitasse di passare vicino al San Vincenzo, nel pieno della campagna torinese, notereste che non è altro che una fatiscente struttura, coi muri crollati e il muschio che cresce indisturbato fra le crepe dei mattoni e fra gli interstizi delle tegole. Ma all’epoca della nostra storia il manicomio era un organismo davvero efficiente e lavorava al massimo della sua capienza. Non era, però, la sua epoca d’oro. No. Era, più che altro, il suo canto del cigno. Nel giro di pochi mesi, dopo la morte del nuovo direttore, la struttura sarebbe stata chiusa e allora, allora soltanto i corvi avrebbero camminato su e giù per le corsie deserte, come pensierosi e avidi dottorini in camice nero.

Fu in una giornata di ottobre, sotto una pioggia sferzante e acida, che il nuovo direttore bussò al portone del San Vincenzo. Era un giovanotto di buona famiglia (anche lui si era liberato di una sorella mentecatta, una decina di anni prima), alto e slanciato, con una barba dorata che gli cresceva ai lati del volto; lui credeva che gli conferisse un’aria da gran professore, ma in realtà sottolineava ancor più, e in modo comico, la sua giovane età. Al collo portava un cravattino rosso, e sul petto una spilla cruciforme, con un rubino sanguigno incastonato nel mezzo. Bussò imperiosamente e, una volta che il guardiano ebbe aperto la porta, entrò in modo altrettanto dispotico, mettendosi a squadrare la hall con aria disgustata, come se stesse osservando un letamaio popolato da orridi e unti ratti irsuti. Dopo aver fatto un giro di ispezione e aver visitato tutte le stanze (nel suo viaggio venne accompagnato da due ossequiosi medici che annuivano servilmente a ogni sua osservazione), l’uomo si rintanò nell’alloggio più lussuoso e vasto dell’ospedale: la stanza della torre principale, posta sotto l’orologio, dal cui balcone si vedeva tutta la campagna e i boschi e il fiume e i poveri mentecatti che si trascinavano per il giardino come scimmioni senza cervello.

Si capì subito di che pasta era fatto. Crudele e tirannico, Geremia Volsci si divertiva a presenziare alle lobotomie e alle sedute di elettroshock. Molti (soprattutto gli infermieri) si chiedevano fino a che punto fosse diverso dai maniaci in camicia di forza che bestemmiavano nelle loro gabbie, ma la sua candidatura era stata decisa dai piani alti, e così bisognava buttar giù il boccone amaro e non farsi tante domande. Era un ometto a modo, certamente, ma non si capiva fino a che punto fingesse di esserlo. C’era qualcosa che non andava in quei suoi occhi grigi, acquosi e stranamente profondi.
Una cosa era certa: sapeva fare il suo lavoro. Per due settimane, febbrilmente, analizzò i conti del manicomio, si occupò dei finanziamenti, architettò sistemi parzialmente legali per risparmiare il più possibile: fra questi, ridurre il cibo dei pazienti e lesinare sulla qualità delle verdure e della carne. Scelte vigliacche e discutibili, che vennero però accolte senza alcun lamento: di certo nessuno degli inservienti aveva tempo da perdere né il coraggio di difendere i diritti violati dei loro “ospiti”. La verità era una sola: tutti li odiavano, i pazzi. Odiavano pulire loro la bava, o soccorrerli quando si facevano venire le convulsioni o cambiar loro le mutande quando si pisciavano addosso. Presto anche il riscaldamento alle ale di detenzione dei pazienti fu interrotto e nelle prigioni scese un gelo che penetrava fino al cuore, costringendo gli infermieri ad andarsene in giro per la struttura con cappelli di lana e manicotti di coniglio.

Dopo due settimane, il direttore decise che era arrivato il momento di conoscere più approfonditamente i suoi pazienti. Si fece guidare nel suo tour dal dottor Burgo, uno dei veterani della struttura, vent’anni dedicati alle psicopatologie, cento lobotomie realizzate alla perfezione. I colleghi lo avevano battezzato, affettuosamente, “Dottor Scalpello”.
Burgo guidò il direttore per i reparti e gli fece visitare singolarmente le celle. I pazienti, ammaestrati come cani da appartamento, lo salutarono con gli occhi bassi e borbottando uno stirato e poco sentito “benvenuto, direttore”. Alcuni di loro indossavano i vestiti buoni con cui era arrivati lì e le donne erano state pettinate e i loro capelli lunghi riuniti in trecce ordinate che odoravano di erica e canfora. Quasi quasi sarebbero sembrate normali se non fosse stato per le loro bocche, costantemente aperte come quelle di stolidi pesci abissali.
Avevano quasi finito il loro giro quando si trovarono a passare davanti a una cella diversa da tutte le altre: immersa nell’oscurità, nell’angolo più remoto del più remoto corridoio, la sua porta era rinforzata con sbarre di ferro, e solo un oblò permetteva a chi era dentro di vedere fuori e viceversa; una sottile feritoia larga quanto il dito di un bambino.
«Chi è rinchiusa qui dentro?» chiese Volsci.
«Oh – ribatté cupo il dottor Burgo – qui sta la nostra paziente più pericolosa, la signorina… mi faccia ricordare il nome… Clara Serretti. Ma noi qui la chiamiamo… la Pallida
Il direttore contrasse la fronte.
«Che cosa ha fatto per meritarsi la cella di sicurezza?»
«Ha ucciso il padre e questo l’ha fatta impazzire. Completamente, intendo. Lo ha decapitato e ne ha gettato il corpo in un pozzo non molto distante da qui. A volte la sentiamo gridare che…» ma Burgo si fermò, come a temere di passare lui, per pazzo.
«Continui…» lo esortò il direttore, sistemandosi l’elegante completo color seppia e con esso la spilla d’argento a forma di croce.
«Beh ecco… la sentiamo gridare che lui è ancora vivo e che la aspetta lì sotto, nell’oscurità di quel pozzo. Non c’è alcuna speranza di guarigione per lei, ancora meno di quanto ci sia per gli altri. La teniamo chiusa qui perché non sarebbe mai in grado di andare d’accordo con gli altri pazienti. Una volta abbiamo provato a farla uscire, glielo assicuro, ma ha staccato a morsi un orecchio ad un infermiere e gli ha cavato un occhio con del fil di ferro. Da allora marcisce lì dentro. Le passiamo il cibo da quella feritoia e i bisogni li fa lì, in un tubo che sbuca dal pavimento. Sono quasi vent’anni anni che non esce e non vede il sole. È per questo che la chiamiamo la Pallida.»
«La voglio vedere, subito.» sibilò Volsci, con un sorrisetto malefico. Crogiolarsi nella sofferenza altrui gli dava un brivido di soddisfazione, lo faceva sentire potente e realizzato. Venire in quell’ospedale pieno di anime lacerate era sempre stato il suo sogno. La sua fame di sofferenza sarebbe stata saziata dalle grida dei malati e dall’odore rancido del disinfettante.
Burgo, vedendo che il direttore era serio e che non aveva intenzione di rimangiarsi l’ordine, si sfilò dalla tasca interna del panciotto una grossa chiave verde scuro, la infilò nella serratura e, con fatica (c’era molta ruggine e ragnatele secche formavano un tappo nella toppa), la girò. La porta si aprì e la luce del corridoio ne illuminò uno spicchio, come un taglio arancione nel buio soffocante del nulla.
«Mi raccomando, direttore. Le stia il più lontano possibile. Le teniamo incatenata al muro, ma deve comunque stare attento. Ah, un’altra cosa. Cerchi di non fissare troppo a lungo la sua bambola.»
«Bambola?»
«Sì. Ne è molto gelosa. Credo che sia un regalo di suo padre ed è l’unica cosa con cui lei parli. Beh, se si esclude il tubo che sbuca dal pavimento…»
«Curioso davvero…» bisbigliò il direttore, trattenendo a stento una risata gioiosa. Per lui, i pazzi, erano uno specchio, una lastra riflettente: se guardava nei loro occhi vedeva se stesso, il suo successo, il suo viso ben rasato e la croce d’argento appuntata al petto. Lui era tutto quello che loro non sarebbero mai potuti essere.
Seduta con la schiena contro il fondo della prigione, la Pallida rimaneva in silenzio, abbracciata alla sua bambola di stracci. La fredda luce delle lampade sospese sul corridoio le illuminava parzialmente il volto cadaverico, e le dita affusolate e lerce dei piedi. Eppure, nonostante quella sporcizia e il freddo che sibilava dal buco nel pavimento, la Pallida resisteva stoicamente, come una statua romana al centro di una piazza popolata di persone ostili e indifferenti. Volsci si era aspettato un relitto umano, una povera mentecatta coperta di croste di sporco, ma non era così. C’era autorità in quella piccola figura rinsecchita, c’era, in qualche modo, moralità. Il direttore ne fu contrariato, anzi: era furioso.
«Saluta il direttore…» mormorò il dottor Burgo, facendosi coraggio e usando un tono di voce il più dolce possibile. Il tutto, ovviamente, senza avvicinarsi di un passo alla figura emaciata che languiva nel fondo buio della cella.
La Pallida non diede segno di aver sentito ma si mise a canticchiare fra sé e sé. Tutto quello che diceva, Geremia Volsci se ne accorse con un lieve brivido lungo la spina dorsale, era in rima.
«Vieni giù bambina adorata/ la mamma è lontana nella neve gelata/ su vieni in giardino ti aspetto dai qua/ non avere paura da’ retta a papà. E la piccola Clara le scale scende/ e il padre fra le sue braccia forti la prende/ ma negli occhi di quell’uomo non c’è amore/ solo possesso, malvagità e dolore.»
«Saluta il direttore, ho detto.» ripeté Burgo, con un pizzico di autorità in più nella sua voce arrochita dal fumo della pipa. Ma Clara, sotto gli occhi furibondi del direttore, continuò imperterrita a canticchiare quella sua lugubre filastrocca:
«La bambina di anni ne ha solo nove/ ma far quello che dice suo padre non vuole/ nell’erba trova un rastrello e una lama da giardino/ uccide l’uomo e lo getta nel pozzo lì vicino
«Lasci fare a me!» sibilò il direttore, infastidito dal fatto che la pazza non gli rivolgesse alcuna attenzione. Lui, che era il più giovane e ambizioso direttore che il San Vincenzo avesse mai visto, ignorato come un infermiere qualsiasi! Incapace di trattenere la sua rabbia infantile, che nasceva dall’egoismo che gli scorreva nella vene, Geremia si avvicinò di un passo e diede un calcio alla bambola di stracci che finì, decapitata, contro il muro della cella. In quell’istante, con una rapidità impossibile per una donna rimasta chiusa in una stanza per vent’anni, Clara balzò in avanti. Le catene si allungarono, tintinnando inviperite, ma non riuscirono a trattenerla. E d’altronde il direttore era stato incauto e si era avvicinato troppo. Le dita ossute della donna si avvinghiarono al suo collo imberbe e lo trascinarono con sé sul pavimento. Burgo, scioccato dalla sorpresa, rimase completamente immobile e si appiattì, terrorizzato, contro la porta arrugginita della cella.
«Faccia qualcosa! La prego!» urlò disperato Geremia, scalciando invano nel tentativo di liberarsi da quella folle morsa. Ma la Pallida, che aveva nelle braccia la forza della follia, gli schiacciò il viso contro il tubo fognario che sbucava dal pavimento. Una zaffata di lerciume arrivò nel naso dell’uomo, facendogli lacrimare gli occhi e torcendogli lo stomaco in un conato dirompente. Con la coda dell’occhio vide il viso di Clara gravitare su di lui come una zucca infuocata di Halloween.
«Non lo senti anche tu – cantava e allo stesso tempo gridava la donna – la voce imperiosa che dal sottosuolo mi chiama? Non è morto quel mostro di mio padre e il male che ha fatto per sempre lo consumerà, nelle viscere della terra, a due passi dall’inferno. E adesso che sai il mio segreto, lo specchio si è rotto e tu sei a rovescio!»
«Presto! Presto!»
Burgo si era riavuto dalla sorpresa ed era riuscito a chiamare le guardie. Due omoni dall’aria feroce irruppero nella cella angusta, afferrarono la povera mentecatta per le braccia e la staccarono, urlante, dal corpo tremante del direttore. Il dottor Burgo aiutò l’uomo a risollevarsi e gli tamponò la fronte insanguinata e lorda di sporcizia con il fazzoletto di seta che portava nel taschino.
«Direttore, come si sente?»
Geremia, rialzatosi a fatica, lo fissò con gli occhi più stralunati che il “dottor Scalpello” avesse mai visto. Era completamente sotto shock.
«Mi dica che l’ha sentito anche lei!» farfugliava.
«Che cosa, direttore?»
«Quella voce… Oddio, no! Quella voce maschile che saliva dal tubo… che veniva… dalle viscere della terra!»
Burgo lo squadrò da capo a piedi, rendendosi conto gradualmente che quello era lo sguardo che riservava tutti i giorni ai suoi pazienti.
«Di che cosa sta parlando?»
«Oh, si levi di mezzo!»
Dopo aver spinto via il dottore con un ringhio di puro odio, Geremia fuggì lungo il corridoio, lasciando dietro di sé l’odore della paura e proiettando la sua ombra rachitica sui muri color verde marcio dell’ala di detenzione. Arrivato nella hall principale, indossò il cappotto, il borsalino e infilò la porta, nonostante fuori infuriasse un temporale.
Quella, fu l’ultima volta in cui lo staff dell’ospedale psichiatrico lo vide vivo.

Il due ottobre fu un giorno limpido e senza nebbia. L’infermiera Sandra sfilava lentamente per il viale alberato, seguita a vista da quattro custodi armati di manganello, che sbucavano dalle siepi come titani senza gambe partoriti dal caos primordiale. Sandra camminava lenta, che tanto nessuno le metteva fretta. La paziente che stava portando con sé camminava accanto a lei con la testa bassa, mentre un filo di bava luccicante le stillava dal labbro screpolato. Assomigliava, pensò l’infermiera con disgusto, ad una lumaca dalle fattezze umane, che si trascinava senza scopo su una foglia marcita di verza.
Avevano quasi raggiunto il portone austero del San Vincenzo quando, dall’alto, si udì un frastuono, come di vetri rotti, seguito da un orrendo scricchiolio, simile al rumore di un osso spezzato fra le fauci di un feroce mastino rabbioso.
Sandra guardò in su e si mise a gridare come una pazza: il corpo del direttore, appeso per il collo ad una vecchia corda, penzolava dalla lancetta delle ore dell’orologio della torre. Dondolava su e giù, seguendo il soffio del vento gelato, come una marionetta attaccata al muro per mezzo di un chiodo arrugginito. Tutti lo videro, pazzi compresi, e si accalcarono ai piedi della torre, sotto la finestra dove lui, un tempo, aveva sogghignato, ammirando il via vai dei mentecatti di cui era il diabolico dittatore. I matti iniziarono a ridere a urlare a saltare come pazzi (e lo erano). Qualcuno, indicando il corpo martoriato di Geremia Volsci si mise a gridare:
«È lui, è il nostro Re!»
Molti si unirono a quel coro, e presto il giardino, di solito mortalmente silenzioso, si riempì di grida di giubilo, di canti e di schiamazzi.
Nel frattempo, il corpo del direttore sfavillava sotto il sole invernale come fosse uno scintillante pezzo di specchio.

Mentre lo staff dell’ospedale cercava di entrare nella stanza chiusa del direttore, scoppiò una rivolta, che si concluse con due guardiani feriti e tre pazienti morti. Fu il caso di cronaca più discusso di quegli anni e il motivo principale per cui il San Vincenzo, in meno di due mesi, venne chiuso dalle autorità. Come sempre accade, c’erano voluti dei morti perché il mondo si rendesse conto delle condizioni terribili e del regime violento a cui i pazienti dovevano sottostare.
Quando il dottor Burgo riuscì a sfondare la porta, la guerriglia nel giardino aveva raggiunto il momento più tragico e le urla salivano fino alla finestra insieme al fumo acre di un piccolo incendio. Il cadavere di Volsci, ritto in mezzo a quel caos, sembrava la figura maestosa di un dittatore intento a galvanizzare le truppe prima di una spedizione senza senso nel gelo russo.
Mentre gli inservienti tiravano giù il corpo, Burgo si avvicinò alla scrivania, dove trovò un vecchio foglio ingiallito coperto di parole fitte fitte.
Le ultime righe del direttore, scritte con una stilografica dal pennino divelto, recavano testuali parole:
                                         

Clara non era pazza, oh no! Sono stato al pozzo, sì, sì… ho sentito il sibilo della voce di quel mostro. Il padre di Clara non è morto, no… Sussurra, sussurra costantemente la sua ira. Nelle profondità di quel tunnel attende la fine del mondo. Clara mi ha confidato il suo segreto e la sua maledizione, mi ha costretto ad aprire gli occhi e Lui ora sa… sa che conosco il suo segreto, sa che io so che è vivo, vivo in quel buco di perdizione. E mi chiama, mi chiama! Nella mia testa, lo sento… Non posso resistergli. Devo andare, devo raggiungerlo, devo scendere in quel lercio sfintere. Oh, e se sarò buono con lui, sì, se gli sarò fedele e non lo farò aspettare, allora mi dirà il segreto della sua immortalità. Dal momento in cui ho sentito chiamare il mio nome so bene quello che devo fare. A mezzogiorno, quando il sole splenderà sulla facciata principale del San Vincenzo, mi impiccherò alle lancette del Grande Orologio… Oh che gioia, oh che immenso terrore… dalla finestra della Torre… Lo Vedo! Vedo il pozzo, lo vedo distintamente e sarà l’ultima cosa che vedrò, prima che l’ultimo fiato mi venga strappato via da questa corda…

martedì 29 settembre 2015

Film consigliati - Nel fantastico mondo di Oz (1985)





Perdonatemi: non ho trovato il tempo di scrivere un nuovo racconto, ma voilà, ecco la recensione di uno dei film che ha segnato la mia infanzia: Nel fantastico mondo di Oz di Walter Murch. Il titolo italiano, come sempre, è stato scritto coi piedi. Molto meglio l’originale inglese: Return to Oz.
Prodotto dalla Walt Disney (non come il primo storico film del mago di Oz, i cui diritti appartengono alla Warner) il film si ispira al secondo e al terzo libro della saga di Oz ideata da L. Frank Baum. Prima di procedere, un avvertimento: dimenticatevi la gaia serenità della Dorothy di Judy Garland, perché qui, nel regno di Oz di Walter Murch, si respira un’aria diversa… e che aria!

La storia continua da dove si era interrotta: Dorothy è tornata nel Kansas, ma, ahimè, non è più la stessa. Non fa altro che parlare di Oz, dello Spaventapasseri, della città di Smeraldo e sua zia, la poco lungimirante Emma, decide di portarla in una clinica psichiatrica per farle passare del tutto questa sua mania. Una clinica dell’epoca, si intende, con tanto di macchine per l’elettroshock, barelle dotate di cinghie e orribili infermiere vestite di nero… Creepy, non è vero?
Proprio mentre sta per essere attaccata alla macchina elettrica, per una bella e “sana” dose di elettroshock, nella clinica salta la luce e Dorothy, liberata da una misteriosa ragazzina in abito bianco, riesce a fuggire. Inseguite dalla caposala, la malvagia infermiera Wilson (è un caso che assomigli a una strega delle fiabe?) le due ragazzine finiscono in un fiume e, sotto un furioso temporale, vengono trascinate via dalla corrente. Ed ecco che, esattamente come accadeva nel primo romanzo, Dorothy si risveglia ad Oz, senza avere la più pallida idea di come esserci arrivata. Oh, ma non è l’Oz che ci aspetteremmo: la Città di Smeraldo è in rovina, ogni abitante è stato tramutato in statua e le pietre preziose, splendore della città, sono state trafugate. Una regina malvagia che colleziona teste di ragazzina (sì avete letto bene) ha preso il posto del Re Spaventapasseri e, in combutta con il malvagio Re degli Gnomi, tiene in scacco l’intero Regno di Oz. Una bella gatta da pelare, per la povera Dorothy Gale.
Figuratevi che goduria, per un bambino di otto anni, guardare un film dove l’antagonista, le perfida strega Mombi, conserva le teste delle sue prede in eleganti vetrinette dorate, come fossero tazzine di porcellana. E poi mi domandavo perché, quando mi addormentavo, avevo sempre gli incubi!

Il film, purtroppo, non ebbe il successo sperato, nonostante sia diventato un cult quasi introvabile (se vi capita di trovare il DVD, compratelo assolutamente: potrebbe essere l’ultimo esemplare esistente) e il motivo salta subito all’occhio. Il film di Murch è l’esatto opposto del capolavoro di Fleming del 1939. È innegabile che il musical zuccheroso e iper-colorato della Warner Bros. sia stato e sia tutt’ora una leggenda, e vedere il mondo fantastico e magico di Oz ridotto ad un deserto in rovina, popolato da creature terribile e minacciose (i Ruotanti, quand’ero bambino, me la facevano fare sotto), è un colpo che gli spettatori dell’epoca non seppero sopportare.
Ovviamente, con il passare degli anni è stata proprio quest’atmosfera quasi Burtoniana a decretare il successo del film. Un miscuglio di fantasy e horror che davvero non delude.
Ciliegina sulla torta, una chiave di lettura che ho capito solo dopo aver rivisto il film da più grande. La macchina dell’elettroshock, che il dottore cerca in tutti i modi di rendere più “umana” e meno spaventosa, è la metafora della tecnologia che rischia di uccidere la creatività. In questo senso, il mondo di Oz così “violento” è una specie di rivalsa dell’immaginazione contro i pericoli della perdita dei valori tradizionali.


Che altro dire? Spero che anche voi abbiate avuto la fortuna di vedere questo piccolo classico dimenticato. Se così fosse, commentate qui sotto e ditemi come la pensate! In caso contrario, spulciate il web e comprate il VHS/DVD… ne varrà la pena! 

lunedì 7 settembre 2015

La bambola

Ecco a voi un racconto un po' particolare. Una specie di parodia-horror che si focalizza su una semplice riflessione. Chi sono i veri mostri? Vampiri, spettri, bambole assassine o chi ruba, chi mente, chi inganna, chi promette e poi non mantiene?
Spero vi piaccia e vi faccia sorridere :)





«Dov’è, dov’è che l’ho messa?»
Carlo si allungò verso il sedile del passeggero e rovistò con la mano destra ovunque, nel vano del cruscotto, fra i documenti a lato della portiera, sotto la leva del cambio; infilò le mani nella sporcizia dimenticata sotto i tappetini, dove incontrò solo rimasugli di tortillas di mais, un cetriolino sottaceto ammuffito e grumi di cereali caduti da una di quelle disgustose barrette ipocaloriche di Paola; verificò persino che sull’imbottitura del sedile non ci fosse uno squarcio in cui quella cosa si sarebbe potuta casualmente infilare.
«Niente – imprecò – è sparita.»
La sua auto, una vecchia Ford Pinto, sfrecciava nella notte romana con un sibilo sordo; le eleganti case di Via Nomentana si riflettevano sui finestrini opachi della vettura con un ritmo quasi ipnotico.
La faccia di Carlo era una maschera di terrore.
“Dov’è? Eppure ero certo di averla messa qui!” pensò, mentre un brivido freddo gli scivolava giù lungo la spina dorsale. Che Paola avesse ragione? Che fosse davvero posseduta, quella… bambola?
Era stato lui a regalargliela, per farle una sorpresa. Paola si era laureata da nemmeno otto mesi in storia dell’arte, ma il suo entusiasmo si era spento a una velocità sorprendente non appena si era accorta che trovare lavoro come professoressa, negli anni della crisi, era una vera impresa. In quei lunghi mesi le avevano proposto solamente un misero impiego come insegnante di sostegno a Bari, ma Paola non aveva alcuna intenzione di lasciare la città che tanto amava né tantomeno lui, Carlo Serretti. Non sarebbero mai resistiti, loro due, senza vedersi tutte le mattine, senza svegliarsi l’uno fra le braccia dell’altra, senza comunicarsi paure, sogni, intenzioni... Convivevano da due anni e, se le cose fossero proseguite così bene, si sarebbero presto sposati. Una cerimonia semplice, niente di sfarzoso: parenti selezionati, buffet a prezzo contenuto, crostata di frutta fresca al posto di quelle pretenziose torte alla crema condominiali…
Pertanto, se volevano coronare il loro sogno, baciarsi davanti all’altare e mettere su famiglia, qualcuno doveva sacrificarsi. Non era giusto, certo che no, ma era così che andava.
«La nostra storia è più importante di qualsiasi altra cosa.» aveva detto Paola, e così, seppur a malincuore, la donna aveva rifiutato l’impiego. E Carlo, per cercare di tirarla un po’ su, aveva pensato di comprarle qualcosa di particolare, qualcosa che avrebbe lasciato il segno, facendole dimenticare, anche se per poco, l’amarezza di vivere in un paese che non offriva prospettive.
Ma cosa regalarle? Carlo non ne aveva idea. Non era un asso nelle sorprese; in questo non si distingueva dall’85% della popolazione maschile. Ma voleva fare le cose in grande e stupirla, almeno per una volta. Paola se lo meritava.
Così si era preso un giorno libero in ufficio (lavorava come impiegato in una ditta di imballaggi) e, senza dire niente alla sua futura dolce metà, era uscito all’ora consueta (alle sette spaccate), fingendo che fosse un giorno come tutti gli altri. Aveva indossato la sua camicia migliore, aveva preso la sua ventiquattr’ore, aveva baciato Paola sulla fronte ed era uscito di casa.
Un gioco da ragazzi. La vera sfida, però, iniziava adesso. Cosa regalarle? Era una domanda che l’aveva perseguitato per settimane intere. Si era scervellato, ci aveva pensato, ma non aveva ottenuto una risposta. E così si era messo a vagare per la città, senza meta. Aveva visitato le più sfarzose gioiellerie, toccando con mano l’enorme divario fra idealizzazione e realtà. Comprarle un anello o un paio di orecchini era al di sopra delle sue possibilità, inutile girarci attorno. Cogitabondo, si era avvicinato allora alle vetrine della nota pasticceria Rossellini, una delle attività storiche e più apprezzate della città; file e file di paste alla crema lo guardavano blandamente da dietro un vetro incredibilmente luccicante, quasi diamantino. Un dolce era un classico, come i fiori, ma sarebbe durato lo spazio di un minuto, giusto il tempo di assaporarlo e deglutirlo. Carlo aveva scosso la testa, voltando le spalle alla pasticceria. Voleva qualcosa che restasse, qualcosa che Paola avrebbe potuto mostrare alle amiche con orgoglio.
Si era quasi arreso, dirigendosi sconsolato verso casa, quando aveva incontrato quel buffo mercatino itinerante: una specie di risciò traballante, stipato di oggetti inverosimili. Lo trainava un vecchio signore tutto curvo, coi capelli bianchi e un occhio di vetro. Faceva una certa impressione, ma Carlo non ci aveva fatto poi tanto caso: una morbosa curiosità aveva sostituito ogni altro suo istinto. Si era avvicinato, e il vecchio, con la parlantina sciolta tipica del venditore esperto, gli aveva mostrato la pittoresca sarabanda di oggetti che trasportava nel risciò: libri antichi con rilegatura bodoniana, servizi di porcellana sbeccati, croste di artisti anonimi che ritraevano spiagge oscure e desolate… Carlo faceva di sì con la testa, ma non ascoltava neppure, perché qualcosa aveva completamente catalizzato la sua attenzione: una bambola, una bambola di porcellana, seduta su quella pila di ciarpame come una regina. In qualche modo, Carlo aveva la sensazione di averla già vista. Ma dove?
«Mi scusi – aveva detto, interrompendo la logorrea del vecchio venditore – mi saprebbe dire di più su quella strana bambola?»
Il venditore aveva sobbalzato, mentre un sorriso liberatorio e un po’ sinistro si era fatto spazio sul suo viso incartapecorito e gialliccio.
«Quella bambola? Oh, che Dio sia lod… volevo dire: certo che le so dire di più! Non è molto che ce l’ho: me l’ha venduta un tizio qualche settimana fa. Mi creda, è con molta “ah-ehm” sofferenza che me ne libero. Vede i meravigliosi dettagli della porcellana? Gli incredibili vestiti realizzati a mano in organza e merletti? Oh, non è una bambola qualunque: è una creazione di Lorenzo Ghiriviani.»
Carlo batté le mani, galvanizzato. Non poteva credere alle sue orecchie!
«Ghiriviani, ha detto? Il grande pittore e scultore? La mia ragazza, Paola, mi ha fatto uno testa così a furia di parlarmene!»
Era vero: Paola, fra gli artisti minori che aveva avuto modo di studiare all’università, aveva eletto come suo beniamino proprio Ghiriviani. Era un artista napoletano, dei primi del ‘700, un tipo curioso, ammantato di mistero, la cui breve biografia si confondeva con le leggende e le superstizioni locali. Si diceva che fosse dedito alla magia nera e che ne avesse imparato i rudimenti durante un viaggio in Tessaglia. Morto in circostanze misteriose, era sparito con la stessa facilità con cui era comparso, lasciando la sua impronta unica sulla città di Napoli: quadri, bozzetti, sculture, giocattoli, tutte le sue creazioni avevano un che di sinistro, e quella vecchia bambola non faceva eccezione: il viso austero, lo sguardo enigmatico, il sorriso ambiguo. Paola ci sarebbe andata pazza!
Carlo non ci aveva pensato due volte:
«Quanto le devo?» aveva detto, mettendo mano al portafogli.
Il vecchietto, incredulo ed eccitato, gli aveva schiaffato la bambola in pieno viso gridando: “gliela regalo”. Dopodiché, in bilico sulle sue gambette scheletriche, era sparito in mezzo alla folla di Piazza Navona con il risciò e tutto il resto.
Nella sua Ford Pinto, mentre cercava disperatamente di trovare quella bambola, Carlo si maledisse per non essersi accorto del raggiro. Com’era potuto essere così cieco? Il venditore aveva voluto liberarsi di quella bambola per un motivo ben preciso: perché era una vera e propria iettatura.
Ma lui, in quel soleggiato giorno di marzo, questo non lo poteva ancora sapere. Felice per l’inatteso colpo di fortuna, l’aveva portata subito a Paola, e lei, com’era facile immaginare, era letteralmente esplosa dalla gioia.
«Tiamotiamotiamo!» aveva gridato, lanciandosi verso Carlo e abbracciandolo fino a mozzargli il respiro. Subito dopo, con un gridolino infantile, aveva afferrato la bambola, l’aveva baciata affettuosamente e l’aveva sistemata sulla mensola del camino, accanto all’urna d’acciaio satinato che conteneva i poveri resti di sua madre. Entusiasta di condividere quell’esperienza (non tutti potevano vantarsi di avere un capolavoro di Ghiriviani in casa) aveva invitato amici, parenti, colleghi disoccupati, e pubblicato tonnellate di selfie su Facebook. E fin qui tutto bene.
Ma ecco che erano iniziati i disastri: prima il crollo del soffitto in cucina, poi le ceneri di Rebecca, la madre di Paola, che erano andate a finire non si sa come nel serbatoio della scopa elettrica; infine la super-bolletta da parte dell’Enel che aveva distrutto le loro già fragili finanze, obbligando Carlo a tre ore in più di straordinari al giorno. Una climax inarrestabile di sciagure che non aveva alcuna intenzione di smettere. La coppia non ci aveva messo molto a farsi un’idea di chi fosse il responsabile di tutto ciò, per quanto strano potesse sembrare.
Una sera, dopo che la loro televisione era defunta con un crepitio azzurrino (la garanzia era scaduta nemmeno 11 ore prima), Carlo e Paola si erano guardati e poi, all’unisono, avevano girato la testa verso la bambola; Lady Lavanda, questo il nome ricamato sul vestitino lillà, li squadrava minacciosa da sopra il caminetto. Era solo la loro immaginazione, o era vero che il suo delicato sorriso era stato sostituito da una smorfia di puro odio?
In breve, Paola aveva iniziato a temere quella bambola. Se prima l’aveva amata con tutta se stessa, ora la detestava con la stessa intensità. Dal caminetto l’aveva spostata dietro al divano, da dietro al divano allo sgabuzzino, dallo sgabuzzino alla cantina. Ma non si sentiva affatto al sicuro, oh no. Era quasi certa di aver sentito, nel cuore della notte, il rumore di piccoli passi che venivano su dalla scala del seminterrato; passi che risuonavano secchi, come se chi si muoveva avesse i piedi di legno. O di porcellana.
«Tranquilla – le diceva Carlo, cercando di rincuorarla – è solo un momento giù. Di sfortune ne capitano in continuazione alle persone come noi. Non c’è nessun evento paranormale, fidati di me.»
Quando lo avevano chiamato al lavoro perché Paola era finita all’ospedale, Carlo si era reso conto che non poteva più negare l’evidenza: avrebbe dovuto liberarsi di Lady Lavanda. Una volta per sempre.
Paola era scivolata giù per la scala del seminterrato perché la bambola, così diceva lei, le aveva fatto lo sgambetto. Se l’era cavata con tutte e due le gambe rotte e con una commozione cerebrale. Un male cane, ma era stata fortunata, dicevano i medici: avrebbe potuto rompersi l’osso del collo o restare su una sedia a rotelle a vita.
«Si è mossa! Io l’ho vista – aveva piagnucolato Paola, quando Carlo si era presentato nella sua camera d’ospedale con un mazzo di tulipani defunti in mano – Quella bambola è viva! Liberati di lei, ti prego.»
Carlo, anche se incredulo, aveva promesso. E per lui ogni promessa era un debito.
Per quello era lì, a ravanare sotto i sedili, per cercare quella dannata…
Un guizzo bianco nello specchietto retrovisore lo fece voltare. Con un singulto di puro terrore, Carlo frenò di botto, rischiando di perdere il controllo della vettura e di schiantarsi contro un palazzo. Lady Lavanda era seduta dietro, sul sedile di mezzo, ben protetta dalla cintura di sicurezza. La smorfia sul suo viso era ancora più malvagia di quando l’aveva caricata in auto.
«Che mi venga…» borbottò Carlo. Non ce l’aveva messa lui, lì! Assolutamente no! O forse sì?
“Che stia impazzendo?” si chiese l’uomo, prendendosi a ceffoni per assicurarsi di non essere invischiato in uno di quegli incubi post-abbuffata. Macché. Era tutto reale, tutto dannatamente reale. Rivolgendo gli occhi al cielo in una preghiera silenziosa, Carlo riavviò il motore e ripartì nella notte.
Emise un sospiro liberatorio quando raggiunse la sua meta: il Tevere scorreva lento sotto ponte Milvio, nero come lava solidificata. Carlo, assicurandosi che nessuno potesse vederlo, uscì dall’auto, prese la bambola (con un certo disgusto) e strisciò fino al parapetto. Guardò un’ultima volta la faccia di porcellana di quel piccolo demonietto.
«Fanculo, Ghiriviani…» imprecò. E la lanciò nell’acqua sottostante. La bambola, con un suono liquido, sparì nella corrente. E Carlo, dopo essersi assicurato che non tornasse a galla, montò sulla sua preistorica Ford e se ne ritornò soddisfatto a casa.

L’appartamento era immerso nel silenzio più austero. Cercando di non pensare agli eventi di quell’infausto giorno, Carlo si tolse le scarpe ed entrò. Sarebbe stata dura passare la notte senza la sua Paola: i medici aveva considerato opportuno tenerla ancora in osservazione, visto le forti nausee che non accennavano a passare. Niente di preoccupante, avevano sentenziato: capitava non di rado dopo una commozione cerebrale.
Carlo appese il giubbino ad una gruccia e fece un salto in cucina; si aprì una lattina di birra, che trangugiò tutta d’un sorso. Fresca e corroborante. Ne aveva davvero bisogno. Poi tornò in salotto e si avvicinò alla televisione. Pescò il telecomando da dietro i cuscini del divano e pigiò il pulsante di accensione. Non accadde nulla.
“Non può essersi già rotta – considerò – l’abbiamo appena ricomprata!”
Si avvicinò allo schermo e vide che la spina non era attaccata alla presa della corrente, ma se ne stava lì, abbandonata sul pavimento come un lombrico rinsecchito.
«Davvero un bello scherzo, Paola. Proprio divertente» borbottò l’uomo. Si inginocchiò, afferrò la spina e la infilò dove doveva stare. Proprio in quell’attimo accadde l’imprevisto.
Un guizzo, un movimento rapidissimo dietro di lui. Carlo sentì un dolore lacerante alla gamba e crollò in avanti. Qualcuno lo aveva infilzato al polpaccio con un coltello. Anzi: non qualcuno. Qualcosa.
Lady Lavanda era in piedi, a pochi passi da lui; un grosso coltello da cucina nella mano sinistra e il solito sorriso sadico dipinto sul visino di porcellana. Carlo gridò come un pupo, lasciandosi scivolare sul pavimento; i suoi pantaloni erano zuppi di sangue e di urina. Si era pisciato addosso.
«Salve, Carlo.» lo schernì la bambola.
«Tu! Non p-puoi essere qui! – balbettò l’uomo – Io t-ti ho gettata via. Ti ho visto colare a p-picco come un sasso!»
Lei rise.
«Credevi di esserti liberato di me? Stupido! Nessuno può rompere la maledizione di Ghiriviani! E ora morirai per averci provato!»
La bambola si avvicinò, saltellando sulle sue gambette arcuate. Carlo scoppiò in lacrime, addossandosi al muro. Con quella gamba sanguinante non aveva vie di scampo. Era paralizzato, alla mercé di quel giocattolo animato dalla magia nera.
«Ti prego, risparmiami! – urlò, la voce scossa dai singhiozzi – Sono una brava persona. Non ho fatto altro che lavorare da quando ho diciassette anni! Pago le tasse, vado in Chiesa, non ho mai torto un capello a nessuno! Amo la mia ragazza, la voglio sposare, vogliamo fare bambini anche se non abbiamo un soldo in tasca. Cosa farà Paola senza di me? È disoccupata, non ha futuro! Non uccidermi, ti prego! Perché… perché a me??»
Lady Lavanda l’aveva raggiunto. Carlo chiuse gli occhi e si mise a recitare il Padre Nostro. La bambola si preparò a balzare, digrignò i denti, alzò il coltello…
…e lo lasciò cadere.
«No, non lo posso fare!» sbottò, con voce incredibilmente profonda.
Carlo riaprì gli occhi, intontito dalla paura.
«Cosa?»
La bambola, dopo aver calciato via il coltello contro il muro, si sedette a gambe incrociate e lo fissò con aria annoiata.
«Non lo posso fare, ho detto. Mi fai troppa pena.»
Carlo tossì, soffocato dal proprio muco.
«F-fai davvero? Non è uno s-scherzo?»
«Macché scherzo e scherzo. Dico sul serio. Che gusto c’è ad ammazzare una persona come te? Dio, mi si spezza il cuore. E io non ce l’ho un cuore, bello, pensa quanto mi fai pena. Se infierissi su di te non sarei malvagia. Sarei solamente una merda.»
Carlo si mise a sedere, incredulo.
«I-io t-ti ringrazio potentissima bambola…»
«Oh, ma fammi il piacere. Odio i lecchini! Vuoi farmi cambiare idea?»
«N-no ci m-mancherebbe.»
«Bravo. Ora levati di mezzo. Anzi, no. Adesso mi darai una mano, capito?»
«Oh, n-no. C-cosa devo fare?»
«Piantala di piagnucolare. Il fatto è che, con questa storia della crisi, uccidere non ha più gusto. Mi fate tutti tristezza…»
«E io c-che ci dovrei fare?» biascicò Carlo, torcendosi le mani. Lady Lavanda gli sventolò il coltello all’altezza delle palle.
«Fatti venire un’idea o avrai ben altro per cui piangere.»
E Carlo se la fece venire.

Salvo Dinari, ministro dell’economia, era stato indagato per concussione, abuso d’ufficio e corruzione. Benché colpevole non era mai stato condannato, complice un sistema giudiziario che faceva acqua da tutte le parti e un giro molto astuto di mazzette, fatte recapitare fra le mani di chi contava. All’apice del suo potere, Salvo Dinari non poteva essere più felice e potente di così.
Quella mattina uscì da palazzo Chigi con un sorriso sornione. Era riuscito, grazie ad un manipolo di fedeli al Parlamento, a far votare una legge ad personam, che gli avrebbe concesso di continuare a gestire alcuni suoi “affarucci”, mantenendo la sua fedina penale immacolata. Il tutto, ovviamente, con il sotterraneo scopo di racimolare una “discreta sommetta” nel conto segreto che aveva aperto in Svizzera.
Era una bella giornata di sole, una di quelle giornate da segnare sul calendario. Appena mise piede fuori dall’androne del palazzo, Salvo venne raggiunto da uno stuolo di paparazzi esagitati. Come di consueto iniziò a sorridere e a salutare con magnanimità, consapevole che la sua immagine, sparata nelle case di tutti gli italiani, avrebbe fatto evaporare qualsiasi dubbio sulla sua colpevolezza.
«Ministro Dinari, come commenta le ultime dichiarazioni…»
«Ministro, cosa ne pensa del comma 33?»
«Ministro, è convinto che un intervento in Libia sia auspicabile…»
«Ministro, compri questa bambola, è per una buona causa!»
Che cosa? Salvo si girò con sguardo interrogativo.
«Come dice, scusi?»
A parlare era stato un uomo, un gretto rappresentante della defunta classe media italiana. Camicia di seconda mano, pantaloni non più di moda da almeno tre anni, orologio made in china al polso. Salvo si sforzò di sorridere, anche se avrebbe voluto scappare a gambe levate. Che immagine miserevole!
«Una bambola, diceva?»
Mr. Miseria annuì, sventolandogli sotto il naso una pupattola decisamente kitsch, con un vestitino viola di organza e merletti. Sul suo visino era dipinto un sorriso enigmatico.
«Acquisti Lady Lavanda per una buona causa! – ripeté l’ometto – Aiuterà molte persone povere.»
I paparazzi continuavano a scattare foto. Questa sì che era una buona pubblicità, pensò Salvo: avrebbe di certo elevato la sua immagine alle stelle. Si frugò nei pantaloni D&G, armeggiò col portafogli Gucci e allungò a Mr. Miseria un verdone.
«Che Dio la benedica.» borbottò poco convinto l’uomo, schiaffandogli la bambola fra le braccia. In un attimo era sparito fra la folla. Salvo Dinari sorrise umilmente ai fotografi, alzando il suo caritatevole acquisto a mo’ di trofeo, dopodiché si allontanò dalla piazza e salì sull’auto blu.
«Dove la porto, ministro?» domandò ossequiosamente l’autista.
«Portami a Villa Fiumani – ordinò secco l’altro – C’è il pranzo per il compleanno di Sebastiano Breghioli Castoldi, il multimilionario. Ci sarà tutta la crème della società: politici, imprenditori, stilisti…»
Un movimento impercettibile catturò la sua attenzione e lo fece voltare verso la bambola, che aveva sistemato sul sedile di mezzo. Era la sua immaginazione o il sorriso di porcellana di Lady Lavanda si era fatto ancora più largo?

venerdì 31 luglio 2015

Film consigliato - Babadook





Baba dok dok dooook
-          Il Babadook


Per un amante dell’horror, Babadook era un appuntamento immancabile e io, ovviamente, non me lo sono perso. È opportuno precisare una cosa, però: Babadook non è l’horror più spaventoso degli ultimi anni. Definirlo in questo modo è stata una mera manovra commerciale, per di più una scelta infelice visto che ha creato false aspettative in chi, entrando al cinema, pensava di fare i soliti insulsi salti sulla sedia. Babadook è, senza se e senza ma, un film girato magistralmente, con una grande personalità, come non se ne vedevano da tanto tempo. Un ritorno all’horror vecchia scuola, più psicologico che granguignolesco. Perché, diciamoci la verità, tutti noi ci siamo rotti le scatole di film come Annabelle o The Possession, dove la tensione (ossia la vera protagonista di un film horror) viene affogata da litri e litri di sangue e dalle grida più o meno ridicole dell’indemoniato/a di turno.
Con Babadook è diverso. Guardare Babadook significa entrare nella quotidianità malata di Amelia, una povera donna vedova da sei anni, costretta a lavorare come infermiera e allo stesso tempo a crescere da sola un bambino ingestibile, Samuel. Il duro lavoro, le scenate isteriche del suo bambino, la vita perfetta (o che appare tale) della sorella egoista, gonfiano il risentimento e la follia di questa povera donna. In fondo, e questo non fa che potenziare il senso di frustrazione e di angoscia che pervade il film, Amelia è sola. Sempre.
Le cose non migliorano dopo il ritrovamento di un misterioso e cupo libro di favole, infilato da chissà chi nella libreria. Un libro mostruoso, che parla di questo Babadook, una specie di babau dalla forma non ben precisata, che terrorizza sia Amelia che Samuel. Liberarsi del libro è impossibile, persino bruciarlo non risolve nulla. E pian piano, proprio come il libro profetizzava, il mostro comincia a farsi vedere, a sbucare dagli angoli bui e da dietro le porte…
Gli ingredienti per un gran film ci sono tutti e Babadook non delude. La regista, Jennifer Kent, qui al suo primo lungometraggio, ci sa fare, diamine se ci sa fare. E, la cosa che rende Babadook il film horror dell’anno, è che il senso del film non si esaurisce nello spavento fine a se stesso, affatto: il mostro stesso, questo buio e serpeggiante Babadook, è la metafora di qualcos’altro, è un concentrato di dolore, di delusione, di solitudine. È la parte più buia che perseguita Amelia dalla morte del marito, che non la lascia respirare da sei anni, che soffoca ogni suo sentimento positivo nelle tenebre della gelosia. Capite già da queste premesse che Babadook non è un film adatto a tutti, di certo non da chi considera Hostel un film horror. Non ci sono “botti improvvisi” in questo film, ma una paura più sottile, meno appariscente, un tipo di paura che i film horror di questa generazione non sono più in grado di dare. Chi è uscito dal cinema dicendo “non mi ha fatto paura” oppure “il finale è proprio brutto” o ancora "questo film è una schifezza" significa che di horror non ne capisce niente e forse nemmeno di film in generale. O, ancora peggio, è cresciuto con quelle baggianate che oggi vengono spacciate come film horror, ma che non sono altro che film di serie B pieni di cliché.
Che altro dire? Ho già parlato troppo e non voglio rovinarvi il finale. Perciò… Un saluto e buon ba-ba-dok-dok a tutti! 


sabato 18 luglio 2015

Eternità

Cari lettori,
ho così caldo che il mio cervello sta andando in fiamme. Perciò, tutto quello che sono riuscito a fare, (con l'aiuto di una borsa del ghiaccio e di un succo di frutta gelato), è stato riprendere in mano un vecchio racconto mai pubblicato. Una storia di vampiri, di cacciatori di mostri e di promesse d'amore... 
Mi raccomando, commentate! Le vostre recensioni (sia positive che negative) sono sempre ben accette!
Alvise

P.S. E voi, come vi sentite? Anche nella vostra città si muore dal caldo?





IL TRENO arrivò alla dispersa stazione di Covington Garden in perfetto orario; alle 19.30 in punto, in contemporanea all’ultimo esangue raggio del sole morente, il quale, superata a fatica l’algida barriera della nebbia, stava già andando a crollare oltre le colline. Non che ci sarebbe stata una grande differenza: sia che fosse mattino, sia che fosse crepuscolo inoltrato, una perenne luce cadaverica dimorava su Covington Garden, il che rendeva difficile capire in che momento della giornata si fosse. Era così da quando i cittadini avevano memoria. Ma negli ultimi tempi il cielo, la nebbia e il lago si erano fatti più neri, tanto neri che a stento si potevano riconoscere, così come si riconosce a fatica il viso di una persona cara uscita con difficoltà da una lunga e debilitante malattia.
La locomotiva, partorendo volute di fumo grigio antracite, frenò con un gemito da moribondo e si trascinò lemme lemme verso la porta principale della piccola stazione, poco più di quattro mura tirate su alla bell’e meglio su un ex-campo di zucche. Lo status di stazione le era conferito da un cartellone bianco, sorretto da una complessa sbarra in stile liberty, su cui capeggiava la scritta Covington Garden.
Un ultimo gemito e il convoglio si bloccò definitivamente, con somma liberazione dei viaggiatori.
James attese che il controllore aprisse le porte con la chiave di sicurezza, dopodiché scese, anche se lo fece con una lentezza gravida di ricordi. Indossava un soprabito nero di pelle, un paio di guanti foderati di pelliccia di coniglio e un cappello a larghe tese, anch’esso nero. Nella mano sinistra stringeva una voluminosa borsa in pelle, simile a quella di un dottore di campagna; nella destra un bastone da passeggio con l’impugnatura d’argento: raffigurava un falco con le ali spiegate. Il simbolo del club a cui apparteneva. Se così si poteva chiamare.
Dopo essersi allontanato dalle porte della carrozza, l’uomo inspirò l’aria umida del luogo, e una lacrima gli colò lungo il viso; brillò come un diamante prima che riuscisse a carpirla e a nasconderla con un rapido movimento del braccio. Doveva dimostrarsi forte o sarebbe crollato ancora prima di avvicinarsi a Lei.
Un movimento catturò il suo sguardo: un gruppetto di persone gli si stava avvicinando, tossendo per via del denso sfiato della locomotiva. Era il sindaco Bolton, accompagnato da una manciata di impiegati baciapile e di ricche dame del luogo.
«Benvenuto Sir James… – balbettò l’ometto, togliendosi la bombetta – La stavamo aspettando con ansia. Tutta la città le è grata per quello che…»
«Lei dov’è?» tagliò corto James, scrollandosi la polvere dalle falde nere del cappotto.
Il sindaco, tremando come un uccellino intrappolato dal laccio di un bracconiere, indicò la collina più distante. Oltre la nebbia, che un vento sottile ma deciso aveva iniziato a sfilacciare, si intravvedeva la sagoma appuntita di un castello.
Villa Hampson. Dove altro poteva nascondersi? pensò James, la bocca sottile stesa in un sorriso quanto mai fuori luogo.
«Sellatemi un cavallo. Non voglio indugiare.» sibilò, mentre la sua mano si stringeva attorno al bastone di frassino, che scricchiolò pericolosamente. Il sindaco Bolton, curvandosi tutto in un viscido gesto servile, annuì.

*

«Se n’è andato? Allora?»
Chiara si sporse oltre la porta del fienile. Spiò fra le assi di legno, poi tornò a nascondersi nel buio. Una serie di passi attutiti si avvicinarono, mentre l’ombra minacciosa di due esili gambe faceva capolino da sotto la porta.
James si strinse alla sua amica. L’ombra indugiò per qualche secondo, dopodiché i passi si allontanarono e la luce tornò a fluire, insieme al respiro dei due bambini. Chiara soffocò una risata mentre la sua gonna, un vecchio vestito a righe di sua madre, si gonfiava come la vela di un clipper.
«Che c’è da ridere?» ringhiò James. Aveva solo otto anni, ma il suo orgoglio non era poi così diverso da quello di un uomo adulto: bastava una scintilla e divampava.
«Rido perché una cacchina sarebbe più coraggiosa di te!» ribatté Chiara, sghignazzando sguaiatamente. James strinse i pugni.
«Io non avevo paura! È solo che…»
«Lo so, lo so… il precettore Samuel fa paura a tutti.»
«A tutti tranne che a te.» sbottò acido il bambino.
Chiara gonfiò minacciosamente il petto. James si incantò a guardarla. Non era bella. Non ancora, ma lui sapeva, ne era certo, che un giorno sarebbe diventata splendida, e allora tutti i ragazzi del villaggio avrebbe smesso di prenderla in giro perché si atteggiava da maschio e portava quel ridicolo cappellaccio sgualcito appartenuto al padre morto in guerra. Diventerà bellissima, si disse James, e io sarò ancora qui a guardarla. Si sbagliava, proprio come sbagliano tutti i bambini quando promettono cose che da grandi non saranno in grado di mantenere.
«Tu pensi che sono strana, eh James?»
James ammutolì. Lo pensava, ma non come credeva lei. Non c’era niente di male ad essere strani, anzi: a volte era una ricchezza, un miracolo in un mondo altrimenti troppo grigio e amaro. Se non ci fosse stata Chiara, la vita di James a Villa Hamilton sarebbe stata un completo disastro. E poi chi lo avrebbe aiutato a scappare da quel tiranno del precettore Samuel, il pastore protestante più becero e tedioso di tutta l’Inghilterra?
«Sei esattamente come tutti gli altri…» ringhiò la bambina, voltando sfrontatamente la testa, in un turbine di capelli biondi. James la prese per le braccia.
«No! Questo non è vero! Non te lo permetto! Non sarei qui dopotutto…»
Giocare con Chiara era un lusso che il giovane rampollo del conte Louis Hamilton non poteva permettersi. Quante volte si era preso una sonora dose di cinghiate per essersi fatto trovare in compagnia della figlia della serva! Ma James non si sarebbe fatto piegare così facilmente. Potevano picchiarlo, chiuderlo a chiave nella sua stanza, mandarlo in collegio a Londra, ma lui l’avrebbe sempre cercata. Sempre.
«Sai che ti amo, Chiara.»
Lei rise.
«L’amore è una cosa da grandi. Tu sei solo un poppante, proprio come me.»
«No, non è così. Te lo giuro.»
Uno scintillio di crudele felicità si accese negli occhi verdi e magici di Chiara.
«Se fosse così dovrai stare insieme a me per sempre. È questo il vero significato della parola amore: l’eternità.» 
«Allora sarà così. Starò con te per sempre, giorno dopo giorno, sotto il cielo grigio di Covington Garden. Te lo giuro per il sangue rosso che scorre nelle mie vene.»
Chiara rise di gusto. In cuor suo sapeva che quelle non erano che parole, destinate a sparire con il vapore di un treno rosso fiamma diretto a Londra. Ma James non lo credeva, no. Formulare quel giuramento era stato per lui qualcosa di sacro. Solo crescendo si era reso conto che le sue erano state solo le pazze promesse di un bambino.

*

Villa Hampson aveva sempre avuto un certo fascino sinistro. Dal punto di vista della struttura non si distingueva dalle altre ville del circondario: edifici vittoriani, con ampi portici, ciclopici colonnati e lunghe file di finestre a timpano. Queste ville, tuttavia, avevano tutt’attorno acri e acri di campi fioriti e viali alberati, dove conti e baronetti si riunivano ogni sabato pomeriggio a giocare a cricket o a cacciare le volpi.
Villa Hampson in questo faceva eccezione: da quando si aveva memoria il luogo era sempre stato abbandonato, chiuso ai visitatori esterni, impenetrabile come un castello medievale. Nei suoi giardini cinerei, soffocati da ciuffi di gramigna e nugoli di insetti, soffiava un vento tombale che si percepiva persino dalla strada. Questo era uno dei motivi per cui gli abitanti di Covington Garden giravano alla larga dal lugubre cancello in ferro battuto, dal quale si intravvedeva, occultata dalle fronde dei cipressi, la facciata in rovina della villa. L’ultimo proprietario della magione era stato un crudele signorotto locale, che era stato accusato dell’omicidio di due giovani ragazze di campagna. Pare che avesse cercato, non si sapeva se per pura crudeltà o se fosse davvero convinto della riuscita del suo folle piano, di riportarle in vita con un macabro rituale pagano, qualcosa che aveva a che vedere con la trasmigrazione delle anime. Era stato catturato e impiccato dalle autorità locali, e dal 1832 la villa era sempre rimasta chiusa, nonostante qualche malalingua avesse giurato di scorgere, sul fare della notte, la luce di una fiammella riverberare sulle finestre dell’ala ovest. Queste erano le dicerie che aleggiavano a Covington Garden ed erano così radicate che quando era capitato che qualche persona, soprattutto stranieri e bambini, sparisse misteriosamente, la colpa era stata data al fantasma sanguinario del conte Hampson.
Chiara, ovviamente, a queste storie non ci credeva. Lei era l’unica che, in barba ai compaesani, si spingeva fino al cancello nero della villa, con la smania di riuscire a superarlo e di intrufolarsi dentro quei saloni rimasti chiusi da più di quarant’anni. Una volta era riuscita a farsi seguire nella sua folle esplorazione proprio da James.
Lui, ventinove anni dopo, se lo sarebbe ricordato ancora.
Era una giornata gelida di gennaio. Aveva nevicato per tre giorni interi e Covington Garden era rimasto bloccato dalla tormenta. Il precettore Samuel, che veniva dal vicino villaggio di Old Borough, non aveva potuto neppure mettere il naso fuori dalla sua villetta. E così James, vestitosi di tutto punto, aveva trascorso le sue ore di libertà con Chiara. Avevano corso su e giù per la via, le gambe immerse per metà nel manto bianco; si erano bersagliati di palle di neve, rischiando di travolgere i garzoni che faticavano a ripristinare la viabilità dalle sterrate; avevano ammonticchiato il ghiaccio e la neve per creare un ridicolo e goffo pupazzo, che poi avevano abbattuto a sassate.
Lentamente, quasi senza accorgersene, erano arrivati ai piedi della collina; la neve qui era più abbondante e gli alberi, gravati dal suo peso, scricchiolavano. Alcuni erano già schiantati, strappati senza pietà dal vento notturno. C’era un silenzio irreale, acuito dal fatto che lassù, nei pressi di Villa Hampson, non veniva mai nessuno, nemmeno i cervi o le lepri che infestavano i campi. James, incapace di frenare le proprie gambe, come nel peggiore degli incubi, osservò il cancello ossuto della villa farsi sempre più vicino; e così, prima che potesse anche solo formulare un pensiero o trattenere l’irruenza di Chiara, le sue mani si erano ormai strette alle gelide sbarre del cancello.
«Dici che ci abiti davvero qualcuno?» chiese Chiara, il viso magro infilato fra lo spazio di due sbarre.
«N-no, sono sicuro che sia completamente v-vuota!» balbettò James, sondando con gli occhi ogni singolo punto della facciata, finestre e doccioni compresi.
«Te la fai sotto, non è vero?» lo schernì lei. I suoi occhi verdi gli scrutavano dentro l’anima.
«No, affatto!» gridò James.
«Bene – fece lei – allora dimostramelo andando a toccare quella.» e indicò una vasca per uccelli, situata al centro esatto del lungo viale alberato che conduceva alla villa. James deglutì. Anche da quella distanza riusciva a scorgere cose morte nella vasca, corpi rinsecchiti di uccelli. Come se qualcuno o qualcosa li avesse bevuti fino all’ultima goccia di sangue.
«Io… E va bene.» rispose James, rassegnato. Ventinove anni dopo avrebbe rimpianto quella scelta; avrebbe sacrificato la sua intera esistenza pur di annullare quel malefico giorno. Ma ingannare il tempo era un potere che non spettava agli uomini.
Con l’agilità e lo sprezzo del pericolo di un bambino di dieci anni, James si avvinghiò al cancello, si arrampicò fino alla sua sommità e lo scavalcò. Atterrò leggero, i passi attutiti dalla neve, il respiro trattenuto in gola, gli occhi incollati alla porta sbarrata della villa. Si voltò una sola volta, e lo sguardo ammirato di Chiara gli diede la carica necessaria a far svanire ogni ritrosia. Si girò, galvanizzato, e iniziò a correre, sentendosi davvero piccolo rispetto agli alberi macilenti che lo accerchiavano da tutti i lati. Fu la corsa più rapida di tutta la sua vita. Non guardò neppure cosa conteneva la vasca: un solo tocco alla superficie di marmo ed era già ripartito verso la piccola figura che lo attendeva sorridente dall’altra parte del muro. Correva come se la morte fosse alle sue spalle. Un sospiro, una risata di trionfo, un passo dopo l’altro: il cancello si faceva a ogni istante sempre più vicino.
Poi Chiara iniziò a urlare.
«James! James, ti prego… va’ più veloce! E non voltarti!»
«C-cosa c’è?» gridò lui, senza smettere di correre.
«Zitto e fa’ come ti ho detto!» urlò Chiara di rimando.
Ma James si voltò.
Una figura allampanata lo stava inseguendo. Era ancora lontana, ma macinava metri ad ogni secondo. Era rapidissima, ammantata di tenebra, come un pipistrello. E tuttavia era un uomo o almeno si muoveva come se lo fosse, benché il suo mantello, gonfiato dal vento, si librasse dietro le sue spalle come un paio d’ali membranose.
James, urlando come un pazzo, si rese conto di non aver tempo di scalare il cancello: si gettò istintivamente attraverso le sbarre, sfuggendo per un soffio agli artigli della Creatura.
Gli eventi successi, James non se li ricordava. Sapeva soltanto di essersi risvegliato nel letto della sua camera, delirante e con la febbre altissima. Una cosa però gli era rimasta impressa: il sorriso estasiato che Chiara, mentre fuggivano giù per la collina, aveva rivolto a quel mostro senza nome.

*

Dopo quel giorno, i rapporti fra James e Chiara si erano interrotti di colpo. Lui si era immerso nello studio, seguendo i voleri di suo padre, e a tredici anni era partito per Londra a bordo di un treno rosso fiamma. Dieci anni dopo sarebbe divenuto uno dei più abili avvocati della capitale. Chiara, invece, se n’era rimasta a Covington Garden. Le sue visite a Villa Hampson erano continuate, in gran segreto. La paura che provava per la cosa che viveva nel buio era stata soverchiata da un muto rispetto e dal desiderio irrefrenabile di assomigliarle. Aveva iniziato a venerare la Creatura e, pian piano, era stata pronta ad accettare la notte dentro di sé.

*

Villa Hampson incombeva su James, ingoiando la sua piccola ombra in un oceano di tenebra. Lui si guardò attorno, cercando di regolarizzare il respiro. Non era cambiato quasi nulla da quel giorno dannato: la vasca di marmo era ancora piena di cadaveri freschi di uccelli, gli alberi erano tutti in piedi, malati ma vivi, e il tetto della villa si ergeva come il dito di un morto verso il cielo plumbeo. Era lui ad essere cambiato. Non solo fisicamente, ma in profondità, dentro il suo cuore. Eppure, nonostante tutta l’esperienza che aveva maturato a Londra, fra le schiere dei cacciatori di vampiri conosciuti come i Falchi d’Argento, non si sentiva affatto pronto per quell’ultima battaglia.
Non hai scelta, gli disse una voce femminile dentro la sua testa, una voce che era quella della piccola Chiara, la Chiara innocente della sua infanzia, che non esisteva più da ventinove anni.
«Lo so.» borbottò lui. Dopodiché, la mano ben stretta sul suo bastone, James drizzò le spalle ed entrò nella villa.

*

La trovò nel salone da ballo, la stanza più ampia e lussuoso della villa. Era appesa a testa in giù al soffitto, quasi mimetizzata con le splendide divinità pagane raffigurate negli affreschi. Era bella, bellissima. Proprio come lui aveva predetto. Ma la sua profezia si era avverata per metà: mai e poi mai avrebbe immaginato che Chiara, la bionda e lucente Chiara, sarebbe diventata una principessa della notte, ammantata di oscurità come la Creatura che anni e anni addietro lo aveva inseguito fino al cancello.
«Salve, Chiara.» esclamò James, cercando di mantenere la sua voce salda.
«James. Ti stavo aspettando…» ribatté lei. Non stava dormendo, era vigile e pericolosa come una tigre acquattata fra gli arbusti. James la osservò allargare le ali e planare sul pavimento di marmo insozzato di sangue secco.
«Chi l’avrebbe mai detto? James, il pauroso James, un membro dei Falchi d’Argento. Un cacciatore di demoni. Sono davvero colpita…» lo schernì la vampira, scostando le ali in modo da mostrare il suo fisico asciutto, armonico, pallido come alabastro. James deglutì. Era perfetta, perfetta come una statua destinata a non subire mai le ingiurie del tempo.
«Sei qui per uccidermi?» fece lei, sorridendo con crudeltà. James annuì, anche se solo Dio sapeva quanto gli costasse farlo.
«Ho zittito per troppo tempo la mia coscienza – mormorò, più rivolto a se stesso che a lei – per troppo tempo ho pregato che le voci che mi giungevano dal paese non fossero vere… ma ora è venuto il tempo di regolare i conti. Hai finito di succhiare la vita agli abitanti di Covington Garden, demone!»
Il viso eburneo di Chiara si adombrò e i suoi occhi divennero rosso fiamma.
«Sciocco! Credi che sia io il vero male del mondo? Credi che sia il mio maleficio a rendere Covington Garden ancora più buio? Ti sbagli! È il fumo dell’industria, è il frastuono della macchine che prima o poi vi ricoprirà tutti. Vuoi uccidermi? Accomodati. Ma stai pur certo che te ne pentirai. Tu lo sai che io sono l’ultima della mia specie. Morta io, morirà anche l’ultima goccia di irrazionalità che ancora esisteva in questo mondo. E allora sarai solo, James. Invecchierai, e vedrai il mondo che hai tanto amato perdere ogni fascino e diventare un deserto d’anime. Non ci sarà più posto per te, né per i Falchi d’Argento.»
«Questo lo so – ribatté James – Ma non posso lasciarti in vita. Non dopo quello che hai fatto!»
«Oh, io uccido è vero – sibilò Chiara – ma lo faccio per necessità. Voi uomini, invece, lo fate per avidità. Chi è allora il vero mostro, eh James?»
Lui non rispose. Indugiare avrebbe soltanto complicato le cose. Si tolse il cappotto, lasciò cadere il cappello, e assunse una posizione d’attacco, così come aveva fatto molte e molte altre volte, nei luoghi più oscuri e morti del mondo, nelle cripte nebbiosa di Praga e fra i castelli in rovina della Transilvania. Allora Chiara estrasse i canini e sfoderò le unghie.
«Bene, conte Hamilton. Viene ad ammazzarmi, se ne sei capace.»
E James, sguainata la lama d’argento che teneva celata nel bastone, partì all’attacco.

*

Starò con te per sempre, giorno dopo giorno, sotto il cielo grigio di Covington Garden. Te lo giuro per il sangue rosso che scorre nelle mie vene.
«Ti ricordi questa promessa, James?»
«Sì, la ricordo come fosse ieri.» mormorò lui, guardando l’alba sorgere oltre la linea delle colline e illuminare una pianura che continuava all’infinito.
«Mi hai ucciso, non è vero?» chiese Chiara. James la guardò a lungo. Era come la ricordava, la Chiara innocente, la Chiara che aveva otto anni e indossava il vecchio vestito a righe di sua madre e il cappellaccio appartenuto al padre morto in guerra. Era come se gli eventi che l’avevano condotta fra gli artigli della Creatura non avessero mai avuto luogo. D’altronde, la maledizione che albergava nel suo corpo non era riuscita ad oltrepassare il velo della morte.
«Sì, ti ho uccisa. Ti ho infilzata al cuore.»
«Allora perché sei qui?» chiese lei, guardandolo storto. James si guardò il petto. C’era una ferita profonda, ormai completamente rimarginata, all’altezza del suo cuore. Emanava una luce brillante, lattescente.
«Mi sono suicidato con la mia stessa spada.» rispose, scoppiando a ridere di gusto. Si guardò le mani. Erano tornate le mani piccole di un bambino, candide e senza macchie di sangue. Chiara si alzò in piedi, furibonda.
«Sei uno stupido, James! Perché l’hai fatto?»
Lui non rispose. Si limitò ad allungarle la mano. E Chiara, aggrottando la fronte, la afferrò. Si alzarono in piedi e senza più parlare si diressero verso il sole nascente, camminando su colline dorate e pianure di cristallo.
Di fronte a loro, c’era solo l’eternità.