mercoledì 26 giugno 2013

Il Circo dei Meccanici - Terza Parte






“Guardate cosa succede a chi si mette contro il nostro Re!” gridò il boia incappucciato, spingendo Sknoll verso il bordo del patibolo. Le gambe del fuorilegge non ressero e Sknoll cadde in ginocchio, con la testa reclinata sul petto, penzolante. Dalla sua bocca colava un rivolo di sangue così denso da sembrare nero.
L'avevano pestato, torturato e gettato sul palco come un pezzo di carne. Eppure non aveva emesso un lamento. E nemmeno adesso, di fronte all'ascia del boia, così affilata da rivaleggiare con la falce del Mietitore, il suo viso rifletteva alcun tipo di emozione. Era come se non la temesse nemmeno la morte. Poteva perdersi d'animo un uomo convinto che le sue idee sarebbe perdurate nei secoli, ben oltre la putrefazione del suo cadavere in una fossa comune?
Gyk si mise una mano sulla bocca, trattenendo a stento un moto di stizza e ripugnanza. Accanto a lui, tutti piangevano, le lacrime salate essiccate sui loro zigomi come tracce di calcare sul muro.
La piazza era silenziosa, anche se il tendone del Circo era stato eretto e le sue bandiere garrivano nel vento della sera. Gli artisti aspettavano a braccia conserte al di fuori del tendone e i loro volti fieri rilucevano alla luce delle lanterne che punteggiavano l'arena come rovi dati alle fiamme. Anche loro erano impassibili e Gyk si sentì fragile e inutile, un'anima dilaniata dai venti del destino.
La piazza, pur essendo una della più grandi del regno, era occupata totalmente dalla folla e dalle strutture innalzate per l'occasione. Sul lato sinistro torreggiava il trono di Karid e il ceppo lurido sul quale la vita di Sknoll sarebbe stata troncata. Sul lato destro, l'apertura del tendone era pronta a fagocitare la folla come un gorgo oceanico.
Nel frattempo le guardie avevano fatto rialzare Sknoll e il corpulento boia l'aveva fatto chinare sul ceppo. Il collo nerboruto del condannato aderì perfettamente all'incavo del legno come se quest'ultimo fosse stato scolpito con la consapevolezza che proprio Sknoll, e nessun altro, sarebbe passato sotto il suo giogo. E forse era veramente così, sapendo quanto Karid aveva meditato e sognato quel giorno. Il Tiranno, assiso sul trono e sporto leggermente in avanti, sembrava anch'esso imperturbabile, ma era solo un'impressione, perché nel suo cuore si agitava un furioso incendio. La brama di sangue lo torturava, così come anche il desiderio di vedere la Ballerina. Mancava poco ormai, solo il tempo necessario perché i tendini di Sknoll cedessero alle lusinghe della lama.
Le narici di Gyk fremettero. A stento riusciva a sopportare quello spettacolo. Il ragazzo si voltò verso sinistra e i suoi occhi caddero su Tioben. Il mercante di gioielli stava sorridendo. Fu un solo fugace, impercettibile movimento delle labbra, ma Gyk lo scorse e ne fu raccapricciato al limite del disgusto. Dunque Tioben era un uomo di Karid, un lurido leccapiedi in vesti di seta. Gyk fece fatica a trattenersi dal pugnalarlo alle spalle con il piccolo coltello che usava per pulire il pesce. E pensare che Tioben era stato un uomo del popolo, cresciuto in una topaia vicina a quella di Gyk. Poi aveva dimostrato un intuito eccezionale per gli affari e si era arricchito, diventando una delle poche eccezioni all'immobilità di Naarit. Il suo nuovo ruolo doveva avergli dato alla testa e conservare il denaro guadagnato era diventata la sua unica priorità, anche a costo di venerare Karid come un idolo. Ma Tioben stava bene attento a non rivelare la sua fedeltà, per paura di un inevitabile linciaggio. E c'erano tanti uomini come lui. Tanti vecchi e nuovi ricchi che si nascondevano tra la gente e ordivano trame per gonfiare i loro patrimoni a dismisura, a discapito del popolo che moriva di stenti e miseria. Erano loro la vera forza di Karid.
Un gesto del Tiranno e la lama del boia calò con un colpo secco.
Un unico, corposo fiotto di sangue schizzò dal collo amputato del fuorilegge. La testa di Sknoll rotolò giù dal palco, per arrestarsi in una pozza di fango con un suono liquido e spiacevole.
Non sembra più tanto eroico con la barba inzaccherata di sangue e sterco di asino, pensò Gyk scoppiando in lacrime. Karid si alzò di scatto dal trono e strinse il pugno in segno di vittoria. In risposta, le guardie batterono i loro pugni guantati sulle armature, suscitando un frastuono sinistro. La folla non si mosse né protestò.

Era come se con quell'unico colpo fosse stata tagliata la testa a tutto il popolo.

lunedì 17 giugno 2013

Il Circo dei Meccanici - Seconda parte

Ed eccovi la seconda parte del racconto. Meglio tardi che mai. Buona lettura!





Gyk si svegliò tardi quel giorno. Era la prima volta da almeno quattro anni che poteva permetterselo. Di solito si alzava presto, alle prime luci dell'alba, per aiutare il padre nell'allestimento del bancone nella Piazza del Mercato. La sua era una famiglia di onesti pescivendoli da generazioni, e ne andavano molto fieri, se mai lo si poteva essere di un'occupazione così umile. Era un lavoro duro e non pagava bene, ma non avevano niente di meglio. E poi avevano imparato che a Naarit, soprattutto da quando Karid aveva messo le radici sul suo trono d'ebano, era meglio restare al proprio posto, senza tanti grilli per la testa. Perché i sogni, si sa, potevano farti morire a Naarit. I tentativi di crearsi un futuro migliore si pagavano spesso con la disoccupazione. E la disoccupazione significava tortura e morte, in quei tempi infausti, secondo le leggi di Naarit. Karid non tollerava i parassiti, ma dimenticava che lui era il parassita più grosso di tutti. Un colossale ratto dotato di scettro e di un'infinita ingordigia.
Gyk si alzò con calma, si stiracchiò e si lavò con l'acqua bollente di una pozza sull’orlo della completa evaporazione a causa del sole cocente. Quel giorno il ragazzo non aveva fretta. Quel giorno non c'era neppure il mercato, e la piazza sembrava un cimitero immerso in un silenzio che andava gonfiandosi come un bubbone pestilenziale. Quel giorno il Circo dei Meccanici sarebbe arrivato in città e ci sarebbe stato da divertirsi.
Gyk non stava più nella pelle, così come tutti gli altri abitanti. Il ragazzo si era già immaginato quello che sarebbe avvenuto, momento per momento: prima le trombe, i tamburi ed i cimbali, poi le danzatrici del ventre e i saltimbanchi in abiti viola e tintinnanti. Il tutto sotto una pioggia di petali azzurri e coriandoli rossi come il sangue. Subito dopo, ecco arrivare i mangiatori di fuoco e di spade con i loro muscoli sfavillanti color miele e il loro indomito coraggio nell'ingoiare le fiamme e il mortale acciaio delle spade. E per ultimi gli inventori, tronfi sui loro baldacchini trasportati da servi meccanici e cigolanti, macchine meravigliose che non provavano fatica e non avevano bisogno di fermarsi per bere o riposare all'ombra dei sicomori.
E per ultima Lei.
Gyk sussultò e il suo viso si accese di un rosso intenso. Quasi non riusciva a crederci, ma quello stesso giorno l’avrebbe vista ballare. L’avrebbe vista volteggiare e fare perno sopra una gamba perfetta e liscia come bronzo, mentre teneva l’altra alzata fino a toccarsi la nuca con le piccole e regolari dita dei piedi. I suoi capelli d’oro avrebbero luccicato e turbinato come una cascata di gioielli lanciati dalle finestre dei palazzi, per il giubilo del popolo.
Gyk sospirò. Era già follemente innamorato della Ballerina Meccanica. E come lui tutti gli altri giovani di Naarit. E anche Karid, curvo sul proprio scranno come un vecchio corvo in attesa di un corpo fresco da beccare, si sentiva bruciare come un giovane ventenne di fronte alla prospettiva delle cosce vellutate di quella splendida e artificiale meretrice, della quale aveva ascoltato le lodi grazie agli ambasciatori che quotidianamente gli riferivano gli ultimi avvenimenti del suo vasto e desertico regno.
Gyk era entusiasta, ma provava anche un'incontenibile paura. Temeva che una cosa così bella non sarebbe mai potuta sopravvivere nel regime venefico e arido di Karid. Era quasi certo che il Tiranno l'avrebbe ghermita e segregata nel palazzo per il suo personale godimento, togliendola per sempre agli occhi degli altri, poveri, meschini mortali. Gyk ripensò a Sknoll e alla sua promessa. Pur avendo da poco compiuto sedici anni, ricordava ancora il putiferio suscitato dalla sua fuga e il messaggio che l'evaso aveva lanciato con una freccia sulla porta colossale del palazzo:“Tornerò e reclamerò la tua testa, Karid. Per la libertà e il popolo di Naarit”. Eppure, da quel lontano giorno di dieci anni prima, il fuorilegge non si era più fatto vivo. E dopo le severe norme di sicurezza e il raddoppiamento del servizio di guardia, la speranza che il fuorilegge riuscisse nel suo intento di trucidare il despota era naufragata e languiva nel cuore degli abitanti. Ma la notizia che le porte della città sarebbero state nuovamente aperte, aveva riacceso gli animi come una fiamma liberata dal bicchiere che stava soffocando la sua luce. Forse Sknoll stava solo attendendo un'occasione come questa per intrufolarsi in città, sostenevano alcuni. Altri però, i più disillusi, erano certi che il fuorilegge si fosse dimenticato della promessa e stesse trascorrendo la sua esistenza in un infimo bordello di qualche regno settentrionale.
Con questi pensieri Gyk raggiunse la piazza principale, che sorgeva poco distante da quella del mercato, dove venne accolto dalle grida della folla che si era radunata in attesa che giungessero notizie certe sull'ora in cui il circo si sarebbe profilato all'orizzonte.
Ma chi poteva dire con certezza quando sarebbe arrivato il carrozzone a vapore del Circo?
“Alle sette di sera” gridavano alcuni.
“No alle tre del pomeriggio!” ululavano altri.
“Idioti, lo sanno tutti che si faranno vivi già dalle nove della mattina!” rispondevano altri.
E si scatenavano risse e litigi ad ogni angolo della città, pestaggi furibondi che si acquietavano solo quando i lottatori scorgevano in lontananza i pennacchi color cremisi dei soldati di Karid, venuti a ristabilire l'ordine a suon di randello.
Ma così come tutte le cose belle sono impossibili da prevedere, il Circo giunse quando meno gli abitanti se lo aspettavano. Arrivò durante l’ora del pranzo, quando il sole era rovente e gli uomini si sentivano come montoni infilzati sullo spiedo e fatti girare sopra un grande falò. Dai merli delle mura ciclopiche e color dell'arenaria, le sentinelle videro una nube di polvere alzarsi da nord, come se un furibondo gigante si fosse messo a pestare i piedi nel tentativo di spiaccicare un elefante che aveva avuto l’ardire di abbeverarsi al suo stagno privato. Era la carovana, che si avvicinava alla città strisciando e sollevando la sabbia in mille mulinelli.
Ma nessuno guardò il carrozzone, le sue ciminiere fumanti, i suoi pistoni e le sue ruote cingolate che ruggivano come fiere della savana e rilucevano al sole. Perché in quello stesso momento giunse trafelato il pingue Leorid, l'eunuco che lavorava all'interno del palazzo e che era l'unico tramite tra il popolo e gli intrighi della corte. Arrivò ansimando e piangendo.
“Che gli dei siano dannati. – gridò – Karid ha fatto perquisire il circo a dieci leghe da qui e ha trovato Sknoll. Si era mescolato tra gli artisti, ma i soldati l'hanno riconosciuto. Lo decapiteranno stasera, prima dell'inizio dello spettacolo!”

E tutto il popolo guaì e si disperò, perché la speranza era morta una seconda volta.

domenica 19 maggio 2013

Il Circo dei Meccanici - Prima parte


Come promesso, eccovi un altro racconto. La seconda parte arriverà presto!
Grazie a tutti e fatemi sapere se vi è piaciuto commentando a più non posso! 






La città di Naarit era in subbuglio. E non era colpa della stagione delle piogge che quell'anno tardava ad arrivare. E neppure del deserto che si avvicinava inesorabilmente, divorando i campi.
Il motivo di tanta agitazione era l'annuncio ufficiale che gli araldi del Tiranno avevano gridato quella mattina ad ogni angolo di piazza: il famoso Circo dei Meccanici avrebbe fatto sosta proprio a Naarit e si sarebbe esibito nella Piazza Centrale, di fronte a Karid in persona.
I cittadini non potevano credere alle proprie orecchie: per motivi di sicurezza, nessuna compagnia di saltimbanchi aveva più avuto il permesso di esibirsi dentro le mura della città, da lungo tempo ormai. Era una legge promulgata per preservare l'incolumità del Tiranno, da quando il famoso fuorilegge Sknoll era riuscito ad evadere dalle umide prigioni sotterranee del palazzo, sgusciando dalle bocche fognarie come una larva fuoriesce dalle orecchie di un cadavere.
L'assassino aveva promesso che un giorno non molto lontano sarebbe ritornato, avrebbe decapitato il monarca e avrebbe ridato il governo al popolo, come a Naarit era sempre stato da quando si poteva ricordare.
Da quel giorno la città era stata completamente chiusa ai visitatori esterni e la vita dei cittadini era stata resa ancora più dura dall'introduzione di un coprifuoco ancora più austero del precedente.
La paura di Karid era più che motivata, vista l'inaudita ferocia di Sknoll e il suo inarrestabile senso di giustizia. Ma Sknoll era particolarmente pericoloso perché poteva contare sull'appoggio delle Colombe, un manipolo di reietti che avevano conquistato la Sacra Foresta e ora la difendevano dai ripetuti assalti dell'esercito di Karid. Quel labirinto di alberi era diventato in poco tempo un rifugio per chiunque volesse sfuggire al regime di Karid e desiderasse aiutare in qualsiasi modo le Colombe nel loro progetto di riconquista del Regno. Non bisognava lasciarsi ingannare dal nome poco spaventoso dei fuorilegge. Le Colombe erano infatti guerrieri a dir poco impetuosi: in più di tre anni di guerra, il Tiranno non era riuscito a conquistare un solo ettaro delle foresta, nemmeno la più misera collinetta o il più esile fiumiciattolo e ciò lo angustiava terribilmente. Aveva fatto saltare più di una testa tra i suoi generali, ma questo non gli era stato, stranamente, di alcun aiuto. E il timore che prima o poi Sknoll sarebbe sbucato dall'ombra delle colonne della Sala del Trono per tagliargli la gola, era diventata per Karid un'ossessione, tanto che il Tiranno non presenziava alle occasioni pubbliche da diverso tempo e gli unici elementi che potevano indicare, a dispetto di quello che si auguravano i sudditi, che lui fosse vivo e vegeto, erano le luci accese della sua stanza e le tasse che non dimenticava mai di esigere al primo giorno di ogni mese.
Per questo la notizia dello spettacolo lasciò tutti di stucco, tanto da zittire le comari più loquaci e trasformare la Piazza del Mercato in un cimitero silenzioso. Alcuni però non si stupirono affatto. Del resto il Circo dei Meccanici era il fenomeno più chiacchierato del momento ed era ovvio che prima o poi la notizia della sua esistenza sarebbe giunta alle orecchie del Tiranno, asserragliato da mesi nel suo palazzo di bronzo, vetro e roccia. Karid era affascinato da tutto ciò che concerneva il metallo, la scienza e i meccanismi. E il Circo dei Meccanici sembrava per lui un sogno divenuto realtà.
Il Circo era formato da un gruppo eterogeneo di artisti provenienti da tutti i luoghi della terra, anche da quelli più lontani e sconosciuti ai più. C'erano ingoiatori di spade e mangiatori di fuoco, equilibristi capaci di volteggiare sopra esili corde fatte con budella di tori, prestigiatori che si smaterializzavano in uno cortina di fumo blu, cartomanti che leggevano i tarocchi e sapevano predire il futuro in cambio di una moneta d'argento. Ma la spina dorsale dello spettacolo erano gli inventori con le loro incredibili meraviglie scientifiche. Essi sapevano produrre liquidi in grado di solidificarsi in pochi secondi e passare allo stato liquido e a quello gassoso in un battito di ciglia. E i Dieci Saggi, i più anziani e rispettati fra loro, forgiavano complessi ingranaggi, piccoli come uova di mosca, con i quali costruivano macchine capaci di togliere il fiato anche all'uomo più miscredente e avverso alla modernità. Uno dei loro capolavori, l'Orchestra Meccanica, (uno strumento in grado di suonare da solo complesse melodie per strumenti a fiato, a corde e a percussione) aveva eseguito sinfonie nelle più ricce corti del mondo. Si diceva che quel trabiccolo avesse strappato un sorriso persino all'arcigno duca di Beltoria, espressione che, come tutti già sapranno, era stata bandita dal suo regno pena l'impiccagione. E così Beltoria aveva perso il proprio duca, in favore della più garbata figlia, Lady Mankyse.
Non c'era posto sulla terra dove il nome dello spettacolo non fosse conosciuto e amato e ciò era possibile non soltanto perché Il Circo dei Meccanici sapeva strappare un sorriso sia ai grandi che ai piccini, ma anche perché dietro quella sarabanda variopinta di artisti si nascondeva la dorata prospettiva del futuro, e infatti la compagnia viaggiava su carrozzone munito di gambe d'acciaio, animate dal fiato sulfureo delle braci.
Eppure tutte quelle attrazioni non erano niente in confronto alla vera perla del Circo.
Lei.
L'unica.
Il miracolo della scienza.
La creazione più grandiosa che l'uomo fosse mai riuscito a pensare e realizzare con il solo ausilio della mente e della tecnica: La ballerina meccanica.
Era la fanciulla più bella che avesse mai calpestato il suolo del mondo e aveva la pelle d'ottone e gli occhi di vetro color cobalto come le profondità abissali dell'oceano. Il suo viso era modellato sulle fattezze della sensuale principessa di Naduna e il suo corpo era ispirato a quello di Lady Varidia del regno di Aduk. I suoi capelli era fili d'oro e le unghie delle mani conchiglie di madreperla.
Era una danzatrice eccezionale e con le leggiadre movenze del corpo, aveva fatto innamorare tutti i rampolli reali, dai deserti neri del misterioso sud fino alle steppe ghiacciate che circondano la torri trasparenti di Opalia.
Ed era proprio lei che Karid desiderava vedere e possedere. Anche a costo di rischiare la vita ed esporre il collo alla fredda lama del coltello di Sknoll.

giovedì 2 maggio 2013

Studio in corso!








Scusate se nell'ultimo mese non sono più riuscito a postare niente di interessante, ma gli esami dell'ultima sessione del secondo anno di Ca' Foscari si fanno sempre più vicini e la mia voglia di studiare sempre più sottile. Quando tutto sarà finito aggiornerò al più presto il blog! A presto.

Alvise Brugnolo





giovedì 4 aprile 2013

Racconto: Una storia di uomini e draghi


Ecco il mio secondo racconto. Come il precedente, è una sorta di fiaba. Buona lettura!
Alvise Brugnolo






Una storia di uomini e draghi

Skrum e Gront erano a caccia dal sorgere del sole e quando decisero di fermarsi per godere delle loro conquiste, si era già fatto mezzogiorno e l'astro dardeggiava al culmine del cielo.
Il bottino era più che soddisfacente: un tenero vitello e tre grasse pecore, che avevano arrostito al più presto a fuoco lento.
Addossati sul fianco di un'ombrosa e verde montagna, i due amici sgranocchiavano lentamente la carne, pacifici ed estremamente soddisfatti. Cominciavano ad essere anziani e anche la più piccola azione che in gioventù avrebbero eseguito senza particolare fatica, costava loro impegno e concentrazione. Dopo aver mangiato e spolpato con attenzione le ossa fino a farle luccicare, si stesero tra i ciuffi d'erba e fissarono a lungo l'orizzonte, seguendo con lo sguardo gli stormi di uccelli che iniziavano a migrare, spaventati dall'inverno imminente.
Skrum, che rispetto a Gront era leggermente più giovane e conservava intatta la voglia di imparare e di stupirsi, chiese all'amico:
«Narrami ancora una volta quella leggenda che mi piace! Mi fa ricordare mia madre, che me la raccontava molti anni fa, quando ancora non sapevo nulla del mondo!»
Gront avrebbe preferito dormire e godersi il silenzio, ma in virtù dell'amicizia che lo legava a Skrum, iniziò a raccontare e il sole nel frattempo compiva lentamente il suo arco.

Molti secoli fa esisteva un regno. E questo regno era la copia di mille altri regni che disseminavano il mondo. Vi governava un monarca onesto e lungimirante, che sapeva essere equanime verso tutti i suoi sudditi, così da promuovere la pace sociale e favorire il progresso. Sotto la sua guida, la civiltà crebbe stabile e prosperosa: le città si arricchivano di torri bianche e di tetti multicolori; nuove strade venivano realizzate per permettere lo scambio commerciale con altri regni e la cultura fioriva e veniva incoraggiata, così che potesse contribuire concretamente alla felicità di tutto il regno e non rimanesse appannaggio di pochi dotti, capaci solo di esprimersi in lingue arcaiche e sconosciute ai più. Le pestilenze si presentavano raramente ormai, grazie alle misure sanitarie e alle scoperte scientifiche ed ugualmente rare erano le carestie, sfavorite dalle innovazioni introdotte nell'agricoltura.
Il terzo flagello, la guerra, era tenuta lontana dai confini grazie ad un esercito preparato e ad un solido scudo di alleanze diplomatiche, forgiato con le altre potenze vicine nel corso dei secoli.
Era quasi un'utopia finché non arrivarono i draghi. A lungo considerati una leggenda per bambini, essi erano reali e giunsero durante la notte, mettendo a ferro e fuoco i villaggi che sorgevano ai confini del regno; l'oscurità si accese del loro fuoco ed essi portarono sulla terra l'intensità e la ferocia del sole. Migliaia di profughi terrorizzati si riversarono nelle città più vicine, ma anche queste furono distrutte, dopo una resistenza durata alcuni giorni.
Alcuni di quegli esseri furono uccisi, ma per uno che cadeva al suolo, altri tre lo sostituivano: uscivano dalle asperità del terreno e da grotte oscure e ignote agli uomini, nelle quali avevano vissuto per secoli in una sorta di letargo. Il motivo per cui scelsero di uscire e devastare il mondo, non è chiaro.
Tutti i regni furono presto invasi e in meno di un mese le città vennero distrutte e riarse: rimanevano solo gli scheletri fumanti degli uomini e delle case ad additare il cielo.
Notizie sempre più allarmanti giunsero alla capitale ed era solo questione di giorni prima che quell'esercito di orrori volanti e corazzati raggiungesse l'ultima città degli uomini rimasta.
Il re aveva un'unica e disperata soluzione: recarsi dal potente mago Vigyl che viveva come un eremita alle pendici del più alto monte della regione. Partì da solo in groppa al suo migliore destriero e cavalcò rapido senza mai fermarsi; raggiunse il piccolo e misero tugurio del mago, la sera stessa del giorno in cui era partito.
Trovò lo stregone accanto al fuoco, sveglio e intento a leggere un grosso tomo, antico come la roccia erosa dai venti.
«Maestro, scusate se sono giunto durante la notte come un tagliagole, ma ho bisogno del vostro aiuto!» mormorò il re con grande rispetto.
Il mago sorrise e i suoi piccoli occhi scintillarono di compassione. Egli tuttavia non parlò e dopo aver poggiato il libro sulle ginocchia, si mise a sorseggiare un decotto da una piccola tazza di terracotta.
Il re continuò a parlare, mentre il suo cuore si gonfiava d'ira e di incredulità per lo scarso interesse che lo stregone gli stava riservando.
«I draghi stanno distruggendo il nostro mondo, dovete intervenire e fermarli con la vostra potente magia!»
Vedendo che il mago non gli rispondeva, il re perse il controllo e afferrato l'altro per la tunica lo scaraventò sul tavolo, rovesciando alambicchi e pozioni sul pavimento. Le sostanze chimiche fuoriuscite dai contenitori rotti, reagirono tra loro e nella stanza si alzò una nebbia violacea e mutevole.
Il mago allora parlò, ma non c'era paura nella sua voce e nemmeno astio.
«Non interverrò amico mio. Infiniti cicli si sono conclusi e si concluderanno ancora, sulla nostra terra e sulle altre terre che si nascondono tra le pieghe del tempo e dello spazio. Così è la Vita: imprevedibile e meravigliosa e tuttavia ingovernabile. Fino ad oggi il mondo è stato in mano agli uomini, ma adesso è arrivato il tempo dei draghi. Esso durerà molti eoni, finché anche i nostri conquistatori spariranno e verranno consumati dalla potenza inesorabile del vento. E forse un giorno ritorneranno gli uomini. Nell'attesa, dobbiamo accettare il nostro destino. Saggio re, attendi con me la nostra fine!»

Gront annuì soddisfatto e grugnì.
«E' sempre una bella storia!»
«Sì è vero, ma è soltanto una leggenda.»
Si era fatto tardi e il cielo sanguinava mentre il sole si tuffava rosso e maestoso oltre le montagne. Per i due amici, era tempo di ritornare nelle grotte umide e confortevoli. Skrum e Gront si alzarono e si stiracchiarono, facendo scricchiolare la mascelle e schioccare le code. Poi presero la rincorsa e spiccarono il volo, sparendo silenziosi oltre gli alberi.

lunedì 25 marzo 2013

Angolo delle poesie

Vi posto questa bellissima poesia di Eugenio Montale, tratta dall'opera Satura (1971). E' dedicata alla moglie, morta prima della pubblicazione della raccolta.





Ho sceso dandoti il braccio...
Eugenio Montale

Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.


domenica 17 marzo 2013

Racconto: Il mito della spiaggia



Mi scuso per la lunga assenza dovuta allo studio! Ecco il mio primo racconto. Il tema non è dei più originali, ma spero vi piaccia. Buona lettura.
Alvise Brugnolo





Il mito della spiaggia

Prima che la Terra avesse la conformazione attuale, i continenti si abbracciavano in un unico grande territorio, che gli studiosi contemporanei chiamano Pangea. In questa terra immensa, nel corso dei secoli, aveva avuto modo di formarsi una civiltà magnifica e avanzata, così potente da rivaleggiare con i grandi sauri che si trascinavano mostruosi e affamati tra le montagne. Oggi questa civiltà è andata completamente perduta: le sue torri non sono altro che polvere e i suoi abitanti sabbia; i numerosi porti che collegavano le città sorte sulle coste, sono stati inghiottiti dai flutti e nulla rimane a testimonianza del passaggio di quelle genti su questa Terra.
Lontana dalle arcaiche megalopoli di Ktuum e Nariit e dalla loro scienza, si trovava però una bellissima e incontaminata spiaggia, nella quale vivevano due fratelli. Essi non erano vincolati solo dal legame di sangue, ma anche da una profondo e sincero affetto e nonostante la loro facoltà linguistica dovesse ancora maturare e il concetto stesso di amicizia fosse qualcosa di troppo complesso per loro, sapevano sempre di poter contare l'uno sull'altro. Vivevano nelle grotte oscure che si aprivano sul mare e dal loro Padre Azzurro traevano il nutrimento, cacciando pesci con bastoni appuntiti e sradicando frutti di mare dagli scogli con l'aiuto di rocce aguzze.
In un limpido mattino d'estate, i due fratelli stavano camminando sereni sulla spiaggia, ascoltando la possente voce del mare e lo stridio dei sauri che volavano alti nei cieli; ogni tanto, uno di quegli esseri alati si tuffava rapido nell'acqua e risaliva con un pesce guizzante nel becco. Il fratello più intelligente si distrasse dalla contemplazione del cielo e abbassò lo sguardo un attimo, per osservare le splendide conchiglie che giacevano scomposte sul bagnasciuga: erano tutte di forme diverse e avevano i colori dell'arcobaleno. Un pallido guizzo di luce attirò la sua attenzione: in una colossale conchiglia bivalve, aperta verso il cielo come una bocca sdentata, riluceva una pietra tonda e perfetta, bianca come le nuvole che cavalcano nel cielo e si riflettono nell'Azzurro. L'uomo si chinò e prese il minuscolo oggetto con due dita, per paura che si rompesse. La sfera rotolò tra le pieghe delle sue mani come se fosse viva, poi si fermò e parve fissarli.
I due fratelli osservarono la pietra con meraviglia e se la passarono a turno, avvicinandosela agli occhi per vedere se contenesse qualcosa; tuttavia il fratello più forte venne come irretito dalla candida luce emanata dalla pietra e ad un certo punto non volle più riconsegnarla all'altro e la serbò nel pugno, ringhiando e digrignando i denti. Dimentichi del loro affetto, i due uomini cominciarono a lottare con ferocia; nei loro occhi si era accesa una luce nuova e nel loro cuore fiammeggiava un sentimento fino ad allora sconosciuto, distruttivo ed incredibilmente potente.
Il fratello più intelligente era rapido e scattante come un luccio, ma quello più forte ebbe presto il sopravvento: atterrò l'altro, afferrandolo per le gambe e quando gli fu sopra lo colpì sul viso finché questo non diventò molle e irriconoscibile.
Con la pietra custodita nel pugno chiuso, il fratello sopravvissuto corse a rifugiarsi nella caverna nascosta tra gli scogli. In quest'umido riparo egli rimase per molti giorni, accarezzando e vezzeggiando la sua conquista; scoprì ben presto che la pietra non emetteva luce propria ed era fredda come il cuore di una donna che non sa amare: per quanto la accarezzasse e la adorasse, essa infatti rimaneva muta e morta e lo guardava immobile con aria beffarda.
E allora l'uomo pianse, perché aveva capito cosa aveva fatto.