giovedì 7 agosto 2014

Libri consigliati – Fahrenheit 451 di Ray Bradbury




La fantascienza è un genere davvero portentoso: la sua lungimiranza è in grado di precorrere i tempi e di prevedere, con un margine di errore davvero risibile, dove ci porterà la nostra storia, quali saranno i nostri progressi tecnologici o quali conflitti (morali o reali che siano) ci troveremo prima o poi ad affrontare.
Fahrenheit 451 non fa eccezione. Perché Fahrenheit 451 parla di un futuro distopico dove la letteratura viene vietata dalla legge: chi viene trovato in possesso di libri è considerato a tutti gli effetti un criminale; la punizione, per questi trasgressori, è la più terribile: vedere la propria biblioteca data in pasto alle fiamme. Lo strumento con cui il Governo esercita il proprio controllo coercitivo è un apposito corpo di vigili del fuoco, istruito non più a salvare vite umane dalle fiamme, ma a dar fuoco a tutti i libri. Ed ecco che il governo, distruggendo i libri, stronca qualcosa di ancora più importante: il diritto dell’uomo ad essere libero.
Guy Montag, protagonista del romanzo, è un fiero milite di questo feroce corpo incendiario. Inizialmente entusiasta del proprio lavoro (l’odore di fumo che si porta addosso è per lui motivo di orgoglio) Montag si accorge presto che la sua vita non va per il verso giusto: è una vita incolore, sprecata davanti allo schermo di un televisore, stordita dalla ripetitività degli slogan pubblicitari; una vita in cui il dialogo umano è soffocato dai ritmi di una società mostruosa e asfissiante come il ventre infuocato di una macchina.
Ma ecco che Montag conosce Clarisse, la sua nuova vicina di casa. Clarisse è una giovane donna piena di vita, una ragazza che viene additata come pazza solo perché il suo sguardo preferisce soffermarsi sul volto pallido della luna, piuttosto che sulle immagini di un vuoto programma televisivo. Montag viene scosso da questa presenza e inizia a farsi domande. Finché un giorno, durante un rogo di routine, il nostro eroe salva dalle fiamme un libro e inizia, di nascosto, a leggerlo.
È l’inizio della sua ribellione, un percorso sofferto che lo porterà ad essere denunciato dalla moglie, ad uccidere con il lanciafiamme il comandante della caserma stesso, e a rifugiarsi, ferito, alla periferia della città. Qui incontra un gruppo di reietti, e con sua somma sorpresa scopre che ognuno di essi ha imparato a memoria un libro. Ecco che quegli uomini, in fondo insignificanti se presi da soli, insieme formano la memoria letteraria collettiva dell’intera umanità. In quell’istante, un suono terribile piomba dal cielo. Si tratta di un bombardamento che rade al suolo, in pochi istanti, l’intera città. Il romanzo finisce con Montag e i suoi nuovi compagni che si mobilitano per portare soccorso ai sopravvissuti.
Ci appare subito chiaro che il messaggio di Ray Bradbury è quanto mai attuale: anche noi siamo soffocati da una società che ci rende troppo simili a macchine senz’anima; anche noi siamo bersagliati dalla voce ipnotizzante dei mezzi pubblicitari; anche noi fissiamo imbambolati i visi estranei e beffardi dei partecipanti dei reality. Ma ecco che dalla letteratura possiamo trarre l’insegnamento per essere uomini migliori. I libri possono ricordarci chi siamo e quali errori abbiamo commesso. I libri possono accrescere la nostra sensibilità e la nostra empatia, dandoci la forza per costruire dalle rovine della civiltà in fiamme un mondo nuovo, un mondo costruito sulle basi solide e inscalfibili della cultura.
Noi, uomini del presente, siamo tenuti a farlo, perché solo così “verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tale quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra.[i]




[i] RAY BRADBURY, Fahrenheit 451, Milano, Mondadori, 2008, [1953], p.194.

domenica 20 luglio 2014

Infanzia e videogame


Noi, nati e cresciuti negli anni ’90, abbiamo avuto modo di vedere la rapida evoluzione del mondo dei videogame. Affermatosi già negli anni ’70, questo unico e rivoluzionario media si è diffuso nelle nostre case grazie ai computer e alle console, ormai giunte alla loro ottava generazione. Nati per gioco come esperimenti universitari (ricorderemo il famosissimo e ormai storico Pong), anno dopo anno i videogiochi hanno guadagnato un sempre maggior realismo visivo, arrivando a toccare temi maturi e a volte spinosi. I team di sviluppo si sono progressivamente allargati. I soldi hanno iniziato a girare. Oggi i videogame sono un business che vale decine di miliardi di dollari ed è forse per questo che, lentamente, la loro qualità si sta inequivocabilmente abbassando. Oggi per fare un capolavoro è sufficiente una grafica da urlo, un buon slogan pubblicitario e una massa di ragazzini incapaci di riconoscere un prodotto buono da uno scadente.
Ma per chi, come me, è cresciuto negli anni ‘90 i capolavori sono ben altri: sono i videogiochi che hanno segnato la nostra infanzia, quelli che ci hanno emozionato, fatto divertire e a volte spaventato. Sono i videogiochi che ci riportano alla mente il ricordo di come eravamo molti anni fa, quando la vita scorreva meno turbolenta (o almeno così ci sembrava).
In particolare, i videogiochi della mia infanzia sono due: Abe’s Exoddus e Heart of Darkness, entrambi platform a scorrimento orizzontale. 

Il primo, sequel di Abe’s Oddyssee (1997), è l’avventura di Abe, un Mudokon (si tratta di un alieno con grandi occhi gialli e la bocca mezza cucita) che deve salvare i propri compagni da una malvagia multinazionale senza scrupoli, pronta a saccheggiare i cimiteri di questi pacifici esseri per produrre con le loro ossa una bibita gasata. 
Avvertito in sogno (in realtà durante uno svenimento causato da un trauma cranico) dagli spiriti umiliati dei propri avi, Abe partirà con alcuni compagni alla volta dello Stabilimento Tempesta d’anime. Salvare i propri compagni non sarà un’impresa facile, ovviamente, e il nostro eroe sarà costretto a combattere contro vermi carnivori, guardie tentacolate munite di fucile mitragliatore e tritacarne pronti a spappolarlo al minimo passo falso. Il tutto cercando di far fuggire i propri compagni alienati, costretti a lavorare come schiavi negli ambienti bui e insalubri degli stabilimenti. L’ironia con cui sono gestite le vicende, la varietà delle ambientazioni e la simpatia del protagonista, fanno di questo gioco un autentico gioiellino (per chi fosse interessato, questo è il sito dell’imminente remake in HD http://www.oddworld.com/oddworldgames/new-n-tasty/).

Il secondo gioco, Heart of Darkness (1998) non si discosta molto dal precedente; si tratta infatti di un platform il cui tema principale è sempre un salvataggio: Andy, spensierato ragazzino dotato di una grande immaginazione, è costretto a viaggiare in un mondo fantastico per salvare il proprio cane, Whiskey, rapito da un’orda di neri demoni alati. Armato del proprio coraggio e di un fucile laser di sua invenzione, Andy viaggerà in luoghi affascinanti e mortali per amore del suo migliore amico. La particolarità di questo videogioco? Le morti atroci del protagonista che sapevano veramente terrorizzare (e divertire) un bambino di sette anni. 

Che cosa c’entrano, mi direte voi, i videogiochi con un blog di scrittura? C’entrano. Perché i videogame, nonostante molti li disprezzino, sono una forma d’arte molto complessa, che sa coniugare l’immediatezza dell’arte visiva con la musica e con lo storytelling (elemento in questo caso legato strettamente alla letteratura). I videogame, proprio come un buon libro, possono farci viaggiare in mondi di fantasia, ci affidano le armi giuste per affrontare i nostri demoni interiori. Ci possono persino insegnare la storia (se non ci credete, visitate questo sito http://valianthearts.ubi.com/game/it-it/home/index.aspx). Soprattutto, per chi ama scrivere, possono garantire combustibile per il fuoco dell’immaginazione.

E voi? Quali sono i videogiochi più amati della vostra infanzia? Commentate qui sotto e, se potete, condividete! 

Alvise

martedì 6 maggio 2014

Le montagne di Keltar

Lo so, lo so. Questa volta mi avete dato per morto. Purtroppo lo studio si è fatto pressante e mi occupa buona parte della giornata. Fortunatamente riesco sempre a ritagliarmi del tempo per scrivere. Dirò di più: sto preparando una sorpresa che sarà disponibile molto presto su Amazon, sorte permettendo. Nel frattempo, godetevi questo racconto fantasy per ragazzi! Buona lettura. Alvise Brugnolo




L'inverno era calato sulle montagne di Keltar in taglienti lame di ghiaccio. Tutte le pianure, fino al Grande Fiume, erano state coperte da un manto di neve solido come una muraglia. Neppure la città di Teuton era stata risparmiata: l'ondata di gelo ne aveva riempiti i fossati e il vento del nord aveva eroso le palizzate a difesa del perimetro cittadino col rischio di farle crollare. Se quel gelo fosse durato più del previsto, anche l'animo degli abitanti avrebbe fatto, presto o tardi, la stessa fine: sarebbe stato però un crollo silenzioso, migliaia di figure rattrappite a faccia in giù nella neve, gli occhi vitrei rivolti ad un cielo sempre più nero per via delle ali dei corvi. Esagero, mi dite? Ogni narratore esagera. Ma posso assicurarvi che era davvero l'inverno più rigido che i cittadini di Teuton riuscissero a ricordare. Se ne stavano tutti chiusi in casa, davanti al tepore di un braciere, il corpo avvolto in irsute pellicce d'orso, a sorseggiare tazze di latte caldo di renna mischiato con miele e foglie di menta.
Non tutti, però, avevano questo privilegio. Non i cavalieri di Teuton, costretti a marciare lungo le asperità di un crinale che si inerpicava su, sempre più su, fin quasi a toccare il cielo lattescente di pieno inverno. Una lunga fila di soldati del nord, ben cento uomini che procedevano a capo chino sotto la bufera, un elmo cornuto sulla testa e uno scudo rotondo di legno appeso alla cintola. Ognuno, al fianco sinistro, portava un'ascia dal manico d'argento, il nome della propria famiglia inciso nel metallo. Cento uomini, posti uno dopo l'altro secondo l'esperienza accumulata in battaglia, dai veterani che amavano la guerra più delle loro mogli alle reclute che brandivano l'ascia da poco più di un'estate. L'ultimo di loro si chiamava Vik, e non era ancora un uomo.
Vik cavalcava con il naso all'insù, completamente assorto nell'ammirare le montagne, aguzze cuspidi di roccia simili in tutto e per tutto alla punta della lancia che portava appesa alla schiena per mezzo di una sottile striscia di cuoio. Era la lancia che gli aveva donato suo padre prima che lui partisse in sella al suo cavallo, quattro giorni prima. Un rapido saluto e Vik si era accodato alla spedizione, l'ultimo della colonna guidata dal severo comandante Kirknam, l'Uccisore di giganti.
«Portaci onore.» gli aveva sussurrato suo padre, con gli occhi che brillavano per la commozione o forse, sapendo quanto fosse impassibile e cupo, semplicemente per il freddo. Vik aveva annuito, anche se per lui, l'onore, era una cosa evanescente quanto l'aria, le stelle o il sonno. A lui importava solo il sangue che la spedizione avrebbe versato sulla neve. Il sangue dei giganti albini.
Vik non sapeva da quanto fossero in guerra con quei mostri, sicuramente da prima della sua nascita. Quindici lunghi anni di feroci battaglie, eterni assedi, reciproche incursioni, efferate crudeltà da parte di entrambi gli schieramenti. Quindici lunghi anni durante i quali gli abitanti delle pianure avevano cercato, invano, di trovare il nascondiglio dei giganti per distruggerli una volta per tutte col fuoco e con l'acciaio affilato delle loro spade.
Quella di Kirknam non era, infatti, la prima spedizione contro quei feroci abitatori delle grotte: più di tremila guerrieri di Teuton erano partiti per le montagne, nel corso degli anni, e non erano più tornati. I loro cadaveri restavano insepolti sul fondo irraggiungibile dei crepacci. Ma non erano solo i cavalieri le vittime di quella guerra sanguinaria; chiunque si intenda di battaglie, di strategie e di armi sa bene che c'è un prezzo molto più alto da pagare quando si combatte, ossia la morte di chi della guerra non ne vuole sapere nulla. A quattro anni, Vik aveva perso sua madre. Un gruppo di giganti era riuscito a fare breccia nella palizzata, riversandosi per le strade fangose di Teuton. Melina non era che un insetto, ai loro occhi. L'avevano calpestata senza neppure accorgersene. Cose che capitano, sulle steppe di Xunomor.
Vik chiuse gli occhi e inspirò l'aria gelata e recalcitrante. Non se la ricordava proprio, sua madre. Ogni tanto, però, gli tornava alla mente qualche suo dettaglio: la voce dolce, serena; i capelli rossi, crespi; la figura angelica, come quella di una dea venuta dal cielo per allietare gli occhi e scaldare il cuore. Si trattava però di immagini isolate, fredde e impalpabili, che non gli permettevano di farsi un'idea chiara di chi fosse davvero sua madre. Sapeva solo che lei gli voleva bene e questo gli era sufficiente per odiare i giganti con tutte le sue forze. Li infilzerò come maiali, si ripromise, curvo e arcigno sopra il suo cavallo, un puledro inesperto del mondo quasi quanto lo era lui. La criniera buffa e irsuta dell'animale era simile in tutto e per tutto alla chioma sbilenca di quel ragazzino alto e smilzo, secco quanto il manico della sua lancia.
Cavalcare in mezzo al vento del nord era una vera impresa: i fiocchi di neve, che cadevano perpendicolari sopra l'ottusa fila dei guerrieri, mordevano come uno sciame di locuste; paralizzavano i sensi, gelavano mani, faccia e occhi; riuscivano ad arrivare fino al cuore, minacciando di bloccarne i battiti, di soffocarne il calore fino a lasciare al suo posto una fredda lastra di ghiaccio. Era una marcia davvero dura. Come se ciò non bastasse, ad ogni metro, giusto per ricordare a Vik che era l'ultimo degli ultimi, gli altri cavalieri si giravano e gli lanciavano un'occhiata tra il divertito e l'infastidito, come a dire: hai ancora molte cose da imparare, tu. Guarda noi invece come siamo coraggiosi e fieri, con le nostre barbe e le nostre cicatrici e i nostri trofei e le nostre armi da veri uomini.
Anch'io sarò un uomo, voleva gridare Vik, ma poi, non sapendo come Kirknam l'avrebbe presa, abbassava gli occhi e colpiva il cavallo sui fianchi, borbottando rabbioso nelle sue lunghe orecchie marroni: datti da fare, tu. Il puledro, girando un poco la testa, gli lanciava allora uno sguardo interrogativo con i suoi occhi languidi e cisposi, gli occhi di chi si sente fuori posto e vorrebbe essere altrove. Vik, se avesse avuto con sé uno specchio, si sarebbe accorto che i suoi occhi non erano poi così diversi.
ALT!
Un grido si udì nell'aria, più forte del vento del nord. Il comandante Kirknam aveva fatto un gesto e i cavalieri, solerti, fermarono i cavalli seduta stante, tra grida, fischi e ringhi animaleschi. Vik, ancora imbambolato a fissare il precipizio alla sua destra, tirò le redini troppo tardi e il suo puledro urtò il cavallo pezzato che gli stava davanti; e così, un destriero dopo l'altro, tutta quanta la colonna fu costretta ad avanzare di un passo. Più di un cavallo fu sul punto di cadere giù nel crepaccio assieme al suo cavaliere, tanto esile era lo spazio che li separava dal ciglio del burrone. Allora tutti i soldati di Teuton si voltarono di scatto, furibondi. Questa volta gridarono davvero quelle parole, un centinaio di voci roche all'unisono:
«Hai ancora molte cose da imparare, TU!»
Vik non ebbe il tempo di ribattere né di vergognarsi perché Kirknam, nel frattempo, era sceso da cavallo, atterrando pesantemente sui suoi stivali di pelle di gigante. Le teste dei soldati tornarono immediatamente su di lui; era questo il potere dell'autorità, del rispetto che ci si guadagnava col sangue, il sudore, il ferro. Gli occhi di Vik brillarono.
«Molto bene, miei compagni – annunciò il comandante, con voce stentorea – Lasceremo i cavalli qui, su questo spiazzo, perché adesso la strada si farà ancora più stretta. Tenete gli occhi aperti, d'ora in poi, perché siamo entrati nel loro territorio. Presto si faranno vedere, o forse ci stanno già guardando, lassù, da qualche parte sopra quelle rocce.»
E indicò un punto sopra le loro teste, ad ovest. Vik alzò lo sguardo e spalancò la bocca, perché scorse di fronte a sé la più imponente montagna che avesse mai visto o sognato di vedere. Era la vetta maggiore della catena montuosa di Keltar e i viaggiatori delle steppe la chiamavano Kurushar, la Bianca. Da Teuton era quasi impossibile vederla, perché la sua cima, così come anche le sue pendici, erano sempre coperte da un manto di nuvole color dell'albume. E non era soltanto bianca per via della neve che vi si adagiava da generazioni senza mai sciogliersi, ma anche perché le sue rocce erano misteriosamente e inspiegabilmente candide; anche gli alberi che crescevano sui suoi crinali avevano foglie di un verde tanto pallido da sembrare bianche, come piccole mani di fantasmi. Tutto era bianco in quel posto, un bianco che poteva ferirti gli occhi col suo chiarore di stella; i giganti non facevano eccezione e per questo venivano chiamati Kurushien. Come si chiamassero tra loro, non è dato sapere. O meglio, io lo so bene, ma lascio a voi il piacere della scoperta: un viaggio fino alla biblioteca di alabastro nelle profondità di Solivann potrà darvi tutte le risposte che cercate.
Vik deglutì. Ora che Kirknam li aveva avvertiti del pericolo, credeva di vedere teste di gigante da tutte le parti. Ma erano solo massi, tronchi abbattuti e bitorzoli nella roccia. O forse no? Da quella distanza non si poteva saperlo, si doveva camminare e basta, aspettandosi ogni secondo il peggio. Vik abbandonò a malincuore il cavallo, ma si confortò un po' quando si accorse che il vento, in quello spiazzo, arrivava con meno forza rispetto che sul crinale. Si lasciò il puledro alle spalle, girandosi solo una volta, giusto per vedere l'animale sbuffare e rispondere al suo sguardo con un nitrito sommesso.
Avanzarono. La neve arrivava fino alle ginocchia e si doveva procedere a carponi, come cani randagi. Solo Vik, che era il più leggero della compagnia, riusciva a camminare senza sprofondare di un solo centimetro. Per questo si sentì forte, ma la sensazione svanì subito quando il vento del nord fece sentire tutto il suo potere, urlandogli nelle orecchie e mozzandogli il respiro con il suo fiato di gelo. Ed ecco che un altro grido proruppe dalla testa della spedizione:
TUTTI GIÙ!
Fu solo allora che Vik lo vide arrivare: un gigantesco masso, grande quanto un paiolo di rame, era diretto verso di loro; muggiva per la velocità con cui era stato lanciato e ruotava, ruotava su se stesso come il proiettile di un trabucco. Il ragazzo non ebbe neppure il tempo di gridare: si gettò di riflesso nella neve, mentre un frastuono terribile risuonava tutt'intorno, un suono infernale che venne seguito da atroci grida di dolore. Quando Vik rialzò il viso dalla neve, sputando acqua gelida, vide che la parte finale della colonna era stata decimata. Ben dieci guerrieri erano morti: i due colpiti in pieno dal masso si ritrovavano spiaccicati ora contro la parete rocciosa, le teste spappolate come frutti maturi. Vik nonostante tutto quel sangue riconobbe Galu, il fabbro, e Sik, suo figlio. Gli altri otto, investiti dalle schegge di roccia schizzate via quando il masso aveva cozzato contro il crinale della montagna, erano scivolati inesorabilmente giù nel burrone, strillando come maiali sgozzati.
«Al riparo!» ordinò Kirknam, cercando di superare il frastuono delle urla dei suoi uomini. Altri due massi giunsero subito dopo, ma questa volta andarono a vuoto. Vik, pieno di terrore, si voltò verso il crinale opposto.
Eccoli, i giganti. Bianchi, alti, terribili. Erano mezzi nudi, tranne che per una corta tunica di pelle di orso lanoso, che lasciava scoperta la spalla sinistra e arrivava fino a metà coscia. Portavano stivali di pelle umana, alti un po' meno di quanto lo era Vik, all'incirca sei, sette spanne. I loro visi, per quanto pallidi e contratti dall'odio, erano però molto simili a quelli degli uomini, ad eccezione di due zanne, che fuoriuscivano dalle labbra superiori e si incurvavano all'insù, come quelle degli elefanti. Gridavano in una lingua incomprensibile, ma non ci voleva molto per capire che stavano augurando ai Teutongar tutto il male possibile.
La colonna, nel frattempo, era riuscita a salvarsi grazie ad una curva provvidenziale, che aveva tolto i soldati dalla vista acuta di quei mostri. Vik, raggiunta una porzione di roccia sicura, vi si addossò e scoppiò a ridere convulsamente, fino a vomitarsi sui pantaloni. Questa volta gli altri soldati non lo insultarono né lo derisero. Anche per loro, le prime volte, era andata così.
«Bene, compagni! – gridò Kirknam – Il peggio è passato! Ora, quando avremo raggiunto la vallata di Kurusharnak, ci scontreremo in campo aperto e lì lo spazio ci sarà favorevole. I Kurushien sono lenti, mentre noi dobbiamo essere veloci e letali come scorpioni. Passate fra le loro gambe e colpiteli da sotto, ma state attenti a non essere calpestati! Teutondal è con noi!»
I soldati, seppur scossi, annuirono e si fecero coraggio gridando con tutto il fiato che avevano in corpo. Vik si vomitò addosso ancora una volta, poi, anche se con difficoltà, gridò anche lui, solo che ciò che gli uscì fu poco più di uno starnazzare di oca o il miagolio di un gatto finito sotto le ruote di un carro di buoi. Si alzarono in mezzo alla bufera; combatterono prima di tutto con il vento, con il gelo e con la paura. Corsero, corsero ancora, novanta uomini dal volto feroce, seguiti da un ragazzo paonazzo e senza fiato, che riusciva a fatica a trattenere le lacrime e i conati.
Per quanto si muovessero rapidamente, non riuscirono a raggiungere la vallata: i giganti li precedettero al Passo delle Cascate, chiamato così perché, in un piccolo spiazzo poco più grande della piazza principale di Teuton, scendeva un fiume d'acqua sospesa, congelata prima di toccare il terreno come se il tempo si fosse fermato. Era così dieci mesi l'anno.
«Forza, uomini! Facciamo quello che dev'essere fatto!» gridò Kirknam, sguainando la sua vecchia e fidata spada.
I giganti erano una ventina, ma erano così grandi che occupavano lo spazio di duecento uomini; fortunatamente il Passo delle Cascate era abbastanza ampio da permettere ai soldati di muoversi agevolmente ed evitare i fendenti delle gigantesche clave dei Kurushien: queste erano fatte con interi tronchi d'albero o con pezzi di roccia lavica color del carbone, e quando i colossi le sbattevano al suolo l'intera montagna tremava. Anche il cuore di Vik tremava, eppure, una volta che iniziò a correre assieme agli altri, gridando a gran voce il nome di sua madre, la paura passò e tutto intorno a lui divampò il calore della battaglia: i suoi muscoli, prima contratti dalla morsa del gelo, si sciolsero; le sue mani screpolate dal vento nordico si strinsero attorno alla lancia come se facesse parte del suo corpo da sempre, e più la stringeva più si sentiva potente, assetato e rabbioso.
Le montagne di Keltar risuonarono delle grida dei combattenti. I giganti facevano mulinare le mazze e le schiantavano, i soldati di Teuton rotolavano, scartavano, passavano sotto le gambe bianche e nodose dei mostri, mirando alle arterie femorali oppure ai tendini del tallone. Poi, quando i giganti cadevano in ginocchio, i più agili fra i soldati si arrampicavano sulle loro spalle massicce, per colpirli dove erano più sguarniti: sul collo, sulle tempie o alla gola.
Vik vide cadere accanto a sé Melkor, un amico di suo padre, ma non ne rimase turbato, anzi: il suo coraggio ne venne aumentato a dismisura e per un attimo si sentì molto più grande della sua età, quasi fosse diventato lui il comandante di quella eroica spedizione e i suoi compagni semplici soldati ai suoi ordini. Kirknam uccise personalmente tre giganti, tagliando la testa dell'ultimo con due fendenti di ascia. Burmur, l'assistente armaiolo, ne uccise due e ne ferì gravemente un terzo, prima di cadere schiacciato sotto il gigantesco piede di un altro Kurushien, sopraggiunto di gran carriera facendo scrocchiare la neve come se si fosse trattato di un mare d'ossa. Anche Jork, l'allevatore di cavalli, morì, ma prima riuscì ad infilzare a morte il cuore di uno di quei bruti: lo colpì da lontano, lanciando l'ascia d'argento con una precisione che sarebbe entrata nella leggenda e nei miti di tutta Teuton.
Ben presto la colonna si ridusse a sessanta unità, mentre i giganti rimasero soltanto in quattro. Il dio dei cavalli, pensò Vik, deve essere con noi, oggi. Sembrava davvero così: i giganti superstiti, ormai allo stremo delle forze, indietreggiarono, feriti, dentro una colossale grotta che si trovava alla loro destra, nascosta da un anello di rocce che ricordava i merli di un castello. Kirknam si pulì la faccia dai grumi di sangue rappreso che gli impedivano di vedere bene, poi radunò i suoi uomini per condurli alla vittoria.
«Comandante – chiese Dirk, un giovane soldato con la faccia rovinata da un'ampia cicatrice – perché si sono rifugiati in quella grotta? Perché non fuggono?»
Kirknam sputò nella neve.
«Credo di sapere il perché.» rispose. Fece segno ai veterani di seguirlo, ma intimò ai più giovani di restare fuori, a coprire loro le spalle. Alle lamentele di Vik rispose con un'occhiataccia e con una frase sibilata a denti stretti: hai dimostrato più valore di quanto ti ritenessi capace. Il ragazzo, dopo aver abbassato gli occhi, annuì. I Teutongar procedettero tutti insieme nel cuore buio della spelonca, fianco a fianco, solidi come le mura di un fortino. Per qualche minuto ci fu solo silenzio. Ma ecco che dal fondo della montagna eruppero grida bestiali, di rabbia e dolore, infine un urlo più sottile e acuto, come un pianto, al quale seguì un rinnovato silenzio, un silenzio che si gonfiò fino a riempire i crepacci, gli alberi e i ghiacci perenni, per poi discendere sulla pianura e insinuarsi nel greto del Grande Fiume.
Era finita. Avevano sconfitto un'intera orda di Kurushien. Sarebbero passate molte stagioni prima che quei mostri ritrovassero il coraggio di scendere sulle pianure a minacciare Teuton, e la città nel frattempo si sarebbe preparata, come aveva imparato a fare da lungo, lungo tempo.
Kirknam uscì dal buio, provato dalla fatica; gli altri Teutongar lo seguivano, i lunghi capelli color grano impiastricciati di sangue di gigante. Avevano tutti sul viso un'espressione severa, quasi triste. Vik invece scoppiò a ridere, urlando al cielo tutta la sua felicità e il suo disprezzo; alzò la lancia al cielo, ululò e la abbassò sul corpo esangue del gigante più vicino, trapassandogli la nuca. Gli altri lo guardarono cupamente e scossero la testa, ma non mossero un dito. Kirknam invece si avvicinò rapidamente al ragazzo e gli afferrò il braccio prima che potesse colpire il cadavere una seconda volta.
«Porta rispetto ai tuoi nemici.» ordinò con fierezza.
Vik si divincolò. Non poteva credere alle proprie orecchie!
«Rispetto? Questi mostri hanno ucciso mia madre. Meritano di morire, dal primo all'ultimo.»
Kirknam lo afferrò per un orecchio.
«Vieni con me.» ribatté seccamente. Vik lo seguì debolmente, quasi sull'orlo delle lacrime. Gli altri stavano a guardare, silenziosi e immobili nella tormenta di neve. Entrarono nella grotta, un antro gigantesco dai muri scuri come pece. L'odore di sangue era così forte da dare la nausea. Kirknam portò il ragazzo fino al centro della montagna, dove i giganti si erano rifugiati, avevano combattuto ed erano morti. Qui, lo gettò letteralmente sul corpo di uno di questi.
«Guarda e capirai.»
Vik aprì gli occhi e si trovò davanti il corpo di un gigante. Ma non era un gigante come tutti gli altri, grosso, poderoso, feroce. Era un cucciolo di Kurushien, alto poco più di lui. Non aveva né zanne, né armi con sé, ma tra le mani bianche stringeva una bambola inzuppata di sangue. Era lui che aveva pianto poco prima, lui che aveva gridato quando aveva visto sua madre e suo padre morire davanti ai propri occhi, uccisi dalle lance e dalle asce d'argento dei Teutongar. Grosse lacrime iniziarono a scorrere allora lungo le guance imberbi di Vik. Kirknam si avvicinò e gli pose una mano sulla spalla, come avrebbe fatto un padre. Il ragazzo si voltò.
«Ma loro hanno ucciso mia madre, hanno ucciso donne, vecchi e bambini. Senza fare distinzioni...» balbettò, con il cuore gonfio di tristezza.
«E noi abbiamo fatto lo stesso, lo puoi vedere con i tuoi occhi. Non siamo meglio di loro. Capisci adesso, Vik? La guerra è un male necessario, ma come tutti i mali non può portare felicità. Diventare uomini significa accettare che alcune cose devono essere fatte, ma accettarle non significa gioirne: se c'è gioia quando si compie il male, allora il male ha vinto e il cuore di un uomo diventa di pietra, avvizzisce e lentamente muore. Impara la lezione, Vik. Solo così un giorno, forse, ci potrà essere la pace.»
Vik ebbe modo di ripensare a quelle parole durante il lungo viaggio di ritorno fino a Teuton. Il corpo del piccolo Kurushien, ucciso prima di poter conoscere il mondo, gli tornò alla mente per molte, molte notti a venire, lasciandogli nel corpo un'inquietudine che durò a lungo, anche dopo la fine dell'inverno, quando lo scioglimento della neve permise ai primi fiori di sbocciare. Fu per questo che Vik, una volta divenuto re di Teuton, diede tutto se stesso affinché tra Teutondal e Kirishendal si formasse una solida alleanza e tra uomini e giganti regnasse una pace duratura. Ma questa è un'altra storia e dovrà essere raccontata un'altra volta.

sabato 22 marzo 2014

ROULETTE LETTERARIA – oracolo, funereo, sdebitare


E la sfida letteraria continua. Questa volta è il turno di un racconto horror, creato con le parole oracolo, funereo, sdebitare. Buona lettura
Alvise Brugnolo





Le unghie laccate di nero dell'oracolo ticchettavano sulla lucida superficie della sfera di cristallo, all'interno dalla quale, simile ad una placenta, fluttuava una sostanza traslucida color grigio perla. Ludmilla, tossendo flebilmente, avvicinò la sua appendice nasale al vetro freddo dello strumento, stupendosi che il fiato caldo che usciva dalle sue narici non lasciasse alcuna traccia su di esso.
«Non si avvicini.» la redarguì gravemente l'oracolo, concludendo la frase con un sussurro rauco, che si fuse con le ombre filiformi della stanza. Da quando si erano sedute a quel tavolino rotondo, un semplice disco coperto da una logora tovaglietta rossa, la maga non aveva più aperto gli occhi, quasi fosse nauseata da chi le era seduta di fronte e dalla realtà che la aspettava oltre la barriera delle sue palpebre rugose e serrate. Ludmilla, timorosa, si ritrasse, ma non prima di aver guardato con attenzione i lineamenti della fattucchiera, tratti somatici evanescenti, pallidi quanto quelli di un cadavere rimasto troppo a lungo nell'acqua buia di un lago. L'oracolo di Blearwick, così la chiamavano quelli che si erano avvalsi dei suoi oscuri servigi. Ludmilla ne aveva sempre sentito parlare, ma era solo negli ultimi tempi che aveva preso il coraggio a piene mani, vincendo le proprie perplessità e decidendo di arrivare fin lì, in quel sozzo vicolo abbandonato, a visitarla. Era stata Becca, in realtà, a spingerla fra le braccia ossute di quella maga. Becca era il tipo di donna da cui ci si aspettava le cose più strane e fra queste rientrava il credere al paranormale, a quei cumuli di fandonie architettate per intrappolare gli ingenui, o almeno così credeva Ludmilla prima di trovarsi a faccia a faccia con quella strega.
Finalmente l'oracolo aprì gli occhi; piccole iridi color alabastro sgusciarono fuori dalle mura cispose delle sua ciglia, muovendosi attorno alla stanza con la rapidità di uno sciame di mosche necrofaghe.
«E' la nuova assunta.» disse soltanto. Ludmilla annuì. Lo sapeva già, ma aveva bisogno che gli spiriti confermassero l'ipotesi che la sua lunga esperienza da giornalista le aveva suggerito.
«Quante possibilità ho di ottenere la promozione al posto suo?» domandò, avida di conoscere il proprio futuro. Era questo il brivido che ti dava l'oracolo, udire ciò che le orecchie umane non avrebbero mai dovuto ascoltare: la voce incostante del tempo venturo. La maga rispose con un sogghigno:
«Le possibilità che ha una donna vent'anni più vecchia, con tre figli a carico e una dozzina di chili in più sui fianchi.»
Ludmilla sussultò, lacerata da quella verità. Lei, che aveva lavorato in redazione da ben quindici anni, sacrificando ogni prezioso istante della sua vita privata, sarebbe stata surclassata da una sciacquetta appena uscita dall'università: Patty Johnson, una sensuale biondona di un metro e ottanta scelta non tanto per le sue abilità da giornalista, ma per il suo talento nel succhiare un... Ludmilla si ricompose, schiarendosi la voce e cercando di simulare un sorriso.
«Così va la vita.» aggiunse con amarezza, cercando, attraverso quell'osservazione, di non pensare troppo alla sconfitta; eppure il suo orgoglio continuava a bruciare, a bruciare, a bruciare. L'oracolo sogghignò ancora, sfregandosi le mani. La lunga veste nera, che le ricadeva sul corpo scheletrico, si mosse in maniera scomposta e innaturale, come se fosse fatta di qualche sostanza sconosciuta, attaccata alla pelle della donna soltanto per mezzo di una volontà antica e buia quanto le notti primordiali.
«Così va per chi non ha il potere di cambiare...» sussurrò la strega, lasciando che l'ultima parola si facesse così lieve da risultare impossibile ignorarla. Ludmilla tese le orecchie. La cosa cominciava a farsi interessante.
«Che cosa intende dire?»
«Beh... Io non faccio solo previsioni. Il nome oracolo non l'ho scelto di certo io. Mi... sottovaluta, in un certo senso.»
Ludmilla parve capire.
«In realtà – continuò la strega – io posso cambiare la realtà con la mia magia. Posso mutare gli eventi, sfidare il destino e vincerlo; posso far sì che il giorno diventi notte e la notte giorno.» e proprio mentre parlava, gli occhi e la bocca dell'oracolo parvero mutare, diventare estranei a questo mondo, allungati e profondi come una voragine destinata a succhiare la volontà degli uomini fino a lasciarli svuotati di ogni capacità razionale, sordi e muti come vermi. E in quel momento, sotto la luce sanguigna dei candelabri, Ludmilla si chiese se l'oracolo fosse davvero una donna o piuttosto qualcos'altro. Tremò, combattuta fra l'impulso di squagliarsela da quel luogo di morte o restare, e lasciare che la voce della sua coscienza venisse soffocata dal suo desiderio di rivalsa.
«Come posso sdebitarmi? Quanto mi costa questo servizio speciale?»
«Ma, mia cara – ribadì l'oracolo, mostrandosi offesa – Mi credi forse così venale? Questo servizio speciale, come lo chiami tu, non ti costerà nulla... in termini terreni.»
Ludmilla deglutì. Sapeva da quando era entrata che sarebbe finita così. Lo aveva capito la prima volta in cui aveva messo piede in quel seminterrato, addobbato con arazzi sanguigni, pentacoli bluastri e calici dai bordi puntuti. C'era qualcosa che aleggiava in quel posto funereo, una presenza, che non era visibile, certo che no, eppure era a suo modo grave e silenziosa come solo la depressione, la malattia e il peccato possono essere.
«La mia anima in cambio del... successo?»
«Successo, ricchezza, giovinezza... Esiste un affare migliore?»
Ludmilla serrò le labbra e soppesò le parole dell'oracolo. Vendere l'anima, qualcosa che non si poteva toccare né vedere, per prendersi ciò che aveva sempre, gelosamente, desiderato. Patty Johnson sconfitta, costretta a leccarsi le ferite dalla sua posizione di sottoposta. Lei, Ludmilla, rigenerata, vittoriosa. Si vedeva salire la piramide sociale fino all'ultimo gradino e lì, una volta seduta sul suo trono, scrutare i mille altri perdenti che arrancando, mordendosi, e scalciando, cercavano di arrivare, invano, alla vetta. Fu allora che Ludmilla sorrise, allargando la bocca in un modo sinistro.
«Dove devo firmare?»

L'acchiappasogni appeso alla porta del seminterrato tintinnò in modo lugubre. L'oracolo alzò gli occhi bianchi e sorrise, mostrando una fila di denti aguzzi da pipistrello. Il cliente appena entrato non se ne accorse, proprio come non se ne accorgeva mai nessuno. Non potevano vedere perché non volevano vedere, presi com'erano dai loro problemi all'apparenza senza soluzione.
«Salve. Si sieda.» disse la maga, con un tono cordiale e accondiscendente.
Il cliente di quel giorno era una giovane donna. Poteva avere sì e no ventisei anni, un fisico da urlo e dei morbidi capelli color grano. Il suo viso, di una bellezza volgare, era però sciupato da una ruga rabbiosa, che le contraeva la bocca e la fronte.
«Buongiorno – sibilò a denti stretti – io mi chiamo...»
«Patty Johnson.» la interruppe l'oracolo. La donna sgranò gli occhi, poi sembrò capire. In fondo era l'oracolo e sapere i nomi di tutti era il suo mestiere.
«Se conosce il mio nome, allora saprà anche perché sono venuta qui.» continuò.
La strega annuì e, mentre lo faceva, le ombre della stanza si addensarono attorno all'unica lampada del seminterrato, rendendola intermittente come il lampeggiante di un'ambulanza.
«La voglio morta quella Ludmilla Schultz.» strillò bambinescamente Patty.
«E lo sarà. » rispose l'altra, non riuscendo a trattenere una smorfia di disgusto di fronte a quella ragazza così viziata. L'oracolo osservò Patty armeggiare con la cerniera della borsa ed estrarre una busta spiegazzata piena di pezzi da cento.
«Tenga! E' tutto quello che ho.»
La strega scosse la testa e sorrise malignamente.
«Lasci che le spieghi la mia politica per i servizi speciali...»


domenica 23 febbraio 2014

Il negozio di giocattoli


Il seguente racconto per ragazzi ha come protagonista Gabriel, personaggio che chi ha letto il mio ebook “Voci dal seminterrato” riconoscerà immediatamente. Credo proprio che, in un futuro non troppo lontano, Gabriel diventerà protagonista di racconti e romanzi tutti suoi. Nel frattempo, godetevi “il negozio di giocattoli”! Buona Lettura

Alvise Brugnolo




Quando Alex, Paul, Samuel e Gabriel raggiunsero la piazza della loro piccola città, restarono a bocca aperta. Perché lì, fra il panificio e la biglietteria degli autobus, due edifici cadenti che portavano i segni di una lunga esistenza di provincia, c'era un negozio nuovo. E il bello era che nessuno dei quattro poteva giurare che non ci fosse mai stato. Era come se, pur essendo certi di non averlo mai visto prima, sentissero che il negozio apparteneva a quel posto da sempre, quasi che quell'unica occhiata rivoltagli fosse bastata a convincerli della sua presenza, altrimenti inspiegabile e fuori luogo.
«Ma che cavolo...» scandì Alex.
«Questa è bella.» gli fece eco Paul.
«Embè? É soltanto un negozio, uno come tanti.» ribatté Samuel, quello che fra i quattro era più autoritario e come tale non si lasciava stupire mai da niente. L'unico a non dire nulla fu Gabriel. Non che non avesse niente da dire (questo era quello che erroneamente pensavano gli insegnati e i suoi genitori). Era solo che per carattere preferiva ascoltare e guardare; parlare, era un'operazione che faceva soltanto dopo aver dato la priorità alle altre due.
I ragazzi si avvicinarono con titubanza, quasi temendo di compiere un qualche atto illegale da riformatorio. Era un negozio d'effetto, con la tenda parasole di un bel blu carico, sulla quale capeggiava in lettere dorate la scritta: “L'angolo dei giocattoli”. Proprio quello di cui la nostra città ha bisogno, pensarono tutti e quattro, al settimo cielo per quella ventata di novità, una cosa davvero strana per un posto sperduto e abitudinario come quello in cui, malauguratamente, abitavano.
La vetrina, come promesso dall'insegna, era piena di giocattoli: ai lati, su alcune mensole, c'erano biglie, giochi di prestigio, rompicapi, mazzi di carte e caleidoscopi di tutte le forme e dimensioni. Dal soffitto pendevano tre o quattro maschere da carnevale in pelle, dall'aspetto un po' sinistro, sospese mediante un filo di nylon tanto sottile da risultare invisibile. Al centro invece, proprio dove l'occhio era spinto a posarsi, erano state sistemate quattro pile di giochi da tavolo, alcuni molto comuni (c'erano Monopoli, L'allegro chirurgo, Hotel, Taboo, Trivial Pursuit e così via), altri assolutamente fuori dall'ordinario. In fondo, un po' defilata, c'era persino una tavola ouija, quella che si usa per parlare con i morti. Fu allora che Gabriel parlò.
«Come può aver aperto un negozio nuovo se non si sono mai visti lavori di ristrutturazione?»
Era vero. Nessuno dei quattro, nei giorni precedenti, aveva potuto vedere quel tipico andirivieni di operai che presuppone la nuova apertura di un'attività. Paul poi lo sapeva meglio degli altri, visto che suo padre aveva proprio una ditta di ristrutturazione locale. Se aveva preso in consegna il restauro di quel negozio, rifletté il ragazzo, doveva essersi dimenticato di dirglielo e ciò era strano perché suo padre, vedovo da meno di due anni, aveva la mania di dirgli sempre tutto, anche le cose più inutili; era uno dei suoi modi per interessarsi al figlio e fargli sapere che, anche se all'apparenza poteva sembrare scorbutico, gli voleva un gran bene. Ma l'interesse per il negozio nuovo soffocò qualsiasi altro dubbio razionale. Solo Gabriel si era reso conto che lo spazio per un negozio, fra il panificio e la biglietteria degli autobus, non c'era mai stato. Ripensandoci, vedeva chiaramente le due porte affiancate, ed in mezzo soltanto uno spazio di muro largo quanto un braccio, dove poteva starci a malapena un cartellone pubblicitario appiccicato con quella colla che sembra moccio. Fece per dirlo, poi si zittì, consapevole che tutti, persino quelli che gli stavano vicino, lo consideravano un ragazzino un po' sulle nuvole, uno insomma che si inventa le cose.
«Beh, che facciamo? Entriamo?» sussurrò Alex, con gli occhi fissi su quelle strane maschere di cuoio. Mancava poco al carnevale, festività che in paese amavano tutti, e nessuno dei quattro aveva ancora scelto il travestimento per la festa. Di solito se lo costruivano da soli, con risultati scarsi, ma l'anno precedente si erano ripromessi che per il carnevale successivo, anche a costo di consumare tutti i loro risparmi, avrebbero fatto un figurone. Samuel concesse il suo permesso con un cenno della testa. Per primo entrò lui, impettito come un galletto; Alex e Paul lo seguivano a ruota, mentre Gabriel si fece avanti per ultimo con quel suo sguardo a metà fra l'assorto e l'attento, uno sguardo che, complice i suoi occhi neri come il carbone, faceva tremare le gambe a tutte le sue compagne di classe, anche se il ragazzo, perennemente distratto, non lo poteva sapere.
Il negozio, così come era insolito fuori, lo era anche dentro. Era sia un negozio che un appartamento: fra i ripiani, le vetrinette e il bancone, spuntava qua e là un mobile intruso, ora un divano letto, ora un frigo modello anni '60, ora una stufa, ora un tavolo da pranzo con cinque sedie. Chiunque abitasse lì dentro doveva aver programmato di starci ben poco, vista l'aria un po' dismessa dell'arredamento. Paul, che era il più curioso del gruppo, aprì il frigo e poté notare che era pressoché vuoto, se non per la presenza di quattro lattine di birra, altrettante salsicce e una scatola di olive sottaceto ripiene di pasta al peperone.
«Ehi, Paul. Passami un birra!» sogghignò Samuel, guardandosi attorno per controllare che il negozio fosse davvero vuoto. Gabriel non fece in tempo ad obiettare che una voce li fece sobbalzare:
«Da, prendete quel che volete in mio negozio, siamo ookey?» I ragazzini si girarono contemporaneamente verso il fondo della bottega, chiedendosi da dove fosse sbucato quel tizio, visto che c'era un'unica stanza e nessun'altra porta.
«Chiedo scusa – mormorò Gabriel, abbassando gli occhi – Non volevamo rubare.»
«No problema, no problema, da! Prendete, prendete pure tutto, birra, salsiccia, oliva, da? Forse tu vuole ciambelle ripiene di crema gusto cioccolata, buone che è da impazzire?»
E Paul, gettando un'altra occhiata nel frigo mezzo vuoto, si accorse con stupore di una scatola trasparente che conteneva quattro ciambelle grandi quanto una ruota di triciclo, sommerse da una copiosa pioggia di granella di zucchero. Strano: avrebbe giurato che prima non ci fossero.
Il negoziante, mentre i ragazzini decidevano il da farsi, si avvicinò e Gabriel poté osservarlo meglio. Era un uomo giovane, più o meno sulla trentina, anche se i suoi occhi, grigi come un cielo nebbioso, sembravano più vecchi della sua età. Portava lunghi capelli neri, leggermente mossi e aveva un viso anonimo, tranne che per il naso, affilato e adunco, come quello di uno sparviere. Indossava dei pantaloni color verde marcio e un giubbotto di pelle da rocker, sdrucito all'altezza dei gomiti. Nel complesso sembrava una persona a posto, ma Gabriel, anche se non ne sapeva il perché, non ci avrebbe messo la mano sul fuoco.
«Sei russo?» gli domandò Alex, mordendosi nervosamente il labbro. Per quanto fosse abbastanza grande da uscire da solo, ricordava ancora i consigli ansiosi di sua madre a proposito degli sconosciuti.
«Da, io russo, da, da! Tu buono orecchio, davvero davvero!» rispose lo straniero, con quel suo accento buffo e allo stesso tempo intrigante. Nel frattempo Samuel e Paul sbucarono da dietro la porta del frigorifero con le mani stipate di cibo; Paul, affamato come al suo solito, aveva già ingurgitato una manciata di olive, che masticava con soddisfazione, sollecitato dal loro gusto acidulo.
«C'è spazio per tutti, qui. Siede, siede, no preoccupa: Bogdan amico vostro.»
Il negoziante fece loro segno di accomodarsi al tavolo e Gabriel, vedendo che lo sconosciuto era così ospitale, si calmò un poco e prese posto anche lui. Si presentarono a turno. La mano di Bogdan era gelida come la steppa russa e il suo profumo, dolce e penetrante, aveva un che di primaverile.
«Che aspetta ancora? Mangia, mangia, da!»
In tre minuti le salsicce, messe a cucinare sul fuoco, furono pronte. Mangiarono in silenzio, sotto gli occhi amichevoli di Bogdan. Samuel fu il primo a svuotare la sua lattina di birra, seguito da Paul e infine da Alex, che finì la bevuta con un sonoro rutto. Gabriel bevve solo un sorso e preferì cedere il resto agli altri. Si concesse però l'onore di sbocconcellare la ciambella zuccherina per primo. Era davvero buona, con un retrogusto di miele e cannella.
«Cosa state cercando qui, ragazzi cari?» chiese Bogdan, una volta che ebbero terminato di mangiare.
«Vogliamo quelle maschere appese lì!» bofonchiò Paul, che non aveva ancora finito del tutto di masticare.
«Ah, maschere! Voi sceglie bene, bene davvero! – replicò Bogdan, con fare entusiastico – Ma qui non c'è fretta, no! Vi va di, come dice qui da voi, giocare
I quattro si guardarono incuriositi.
«A che cosa?»
Bogdan batté le mani, eccitato.
«Ah, io ho gioco che vi farà impazzire. Tanto divertente che neanche ci si crede, da!»
Si alzò e si mise a frugare per il negozio, rischiando di far crollare i giocattoli in equilibrio precario sulle mensole. Da una delle pile esposte in vetrina trasse fuori un gioco da tavolo polveroso, che ad occhio e croce doveva avere almeno cent'anni, visto quanto la confezione era sdrucita e scolorita. I quattro ragazzini osservarono con rispetto ultraterreno le mani bianche di Bogdan sistemare il tabellone da gioco, un quadrato nero come un cielo notturno, sul quale biancheggiavano delle caselle senza numeri. Ce n'erano moltissime e per quanto Gabriel cercasse di contarle tutte, si ritrovava sempre al punto di partenza, come se il percorso del gioco non portasse da nessuna parte, e consistesse semplicemente in un giro infinito, senza meta.
«Questo gioco molto speciale, fatto da me, vi garantisco! – spiegò Bogdan – Ma ha regole precise precise, proprio così. Bisogna stare attenti e giocare, se no non valido, proprio no.»
I ragazzi annuirono. Solo Gabriel non lo fece. Continuava a guardare il tabellone ad occhi stretti. Era certo che per un istante, un solo fugace istante, fossero comparse sul tavolo da gioco delle antiche rune rosse, tracciate sinuosamente tutte attorno al suo bordo.
«Io tiro dado e si inizia, ookey?» sussurrò Bogdan, sorridendo. I suoi lunghi capelli neri gli coprivano gli occhi e quasi tutto il volto. E la partita iniziò. Le regole erano semplici: bastava tirare il dado e muovere la pedina lungo le caselle. Ognuna di queste aveva delle penalità, che soltanto Bogdan conosceva; consistevano nel tornare indietro, nel rimanere fermi un turno o nel ricominciare da capo il proprio percorso. Era come il giro dell'oca, soltanto che su questo l'arrivo non si poteva vedere, né se ne sentiva il bisogno. Il dado passò di mano in mano, venne lanciato centinaia e centinaia di volte; le pedine vennero fatte scivolare in avanti e poi indietro, ancora avanti e poi di nuovo indietro, finché il tabellone divenne un campo di battaglia dove vigeva una sola forza, quella del caos.
«Avevi ragione, Bogdan. E' davvero divertente.» esclamò Samuel con fare bambinesco, quasi non si rendesse conto di avere quindici anni e mezzo e un filo di barba sulle guance.
«Io te lo ho detto, da?» ribatté Bogdan, scoppiando a ridere sgangheratamente. Fu allora che Gabriel cominciò a sentirsi stanco. Era come se la sua giovinezza stesse lentamente sgocciolando via, lasciandolo vuoto e inerme, un frutto privato del suo succo da una colonia di vermi voraci. Tenere le palpebre aperte divenne una vera impresa. Che mi succede? Cercò di alzarsi dal tavolo, ma qualcosa lo teneva legato alla sedia. Si guardò le mani. Erano diventate di un colorito violaceo.
«Ragazzi – biascicò – qui si sta facendo tardi. A casa ci staranno di sicuro aspettando.»
«Lasciaci giocare in pace.» gli risposero Alex e Samuel all'unisono. I suoi amici avevano il volto terreo e gli occhi spalancati. Eppure continuavano a lanciare i dadi, e lo facevano come se fosse la cosa più importante della loro vita, come se dai numeri ottenuti nel prossimo lancio dipendesse la sorte del mondo intero. Paul, invece, aveva la testa reclinata sul petto e respirava debolmente, ogni soffio più vago ed esanime del precedente.
«Non vuoi più giocare, da?» lo apostrofò Bogdan, tamburellando le mani sul bordo del tabellone. Il suo volto era tanto in ombra che Gabriel si chiese se avesse ancora una faccia, da qualche parte, sotto quei capelli lunghi e neri.
«No...io...» mormorò il ragazzo, mentre i suoi occhi scendevano lungo il braccio dell'uomo, fino al quadrante dell'orologio. Erano trascorse dieci ore da quando erano entrati in quello strano negozio. Dieci lunghissime ore. Non è possibile, pensò Gabriel. Non può essere. E poi una voce risuonò. Scappa. Non è come sembra. Con grande forza di volontà, il ragazzo si alzò. Ci fu come il rumore di uno strappo e un lampo, un lampo accecante color sangue. E Gabriel si ritrovò disteso sul pavimento della bottega mentre Alex, Samuel, Paul e Bogdan rimanevano ancorati al tabellone corvino, continuando a lanciare quei maledetti dadi.
Il ragazzo si rialzò e corse di nuovo al tavolo. Cominciò ad urlare con tutto il fiato che aveva in gola i nomi dei suoi amici, ma per quanto rumore facesse, non riusciva ad attirare la loro attenzione. Provò ad afferrarli per le mani, per le braccia, a prenderli a calci sugli stinchi e a pugni sulla nuca, ma non ottenne nulla, assolutamente nulla. Bogdan rideva, mentre i visi dei suoi amici si facevano più smunti e i loro occhi sempre più stanchi. E allora Gabriel afferrò l'accendino che Samuel portava sempre nella tasca del suo giubbino. Un guizzo, una fiamma, e il tabellone prese fuoco assieme ai dadi e alle pedine. Allora tutta la bottega tremò, mentre Bogdan si alzava in piedi, urlando in modo gutturale tutto il suo odio. Il tavolo si rovesciò, facendo sì che le fiamme divampassero ovunque, sulle sedie, sul letto, sulla vetrina. Fu solo allora che Alex, Samuel e Paul si svegliarono di soprassalto dal loro torpore d'incubo, sbavanti per il terrore.
«Via, via VIA!» gridò Gabriel, spingendo i suoi amici fuori da quel posto infernale, ridotto ad una tomba crepitante. Prima di seguirli, Gabriel si voltò ancora una volta verso il fondo della bottega, ormai totalmente divorato dalle fiamme. In mezzo all'incendio, in piedi, c'era il negoziante. Era diventato nero, completamente nero, come avvizzito.
«Io so chi sei! – gridò Gabriel – Tu sei un upyr
«Mi hai battuto, piccolo uomo, da!» ululò Bogdan «Ma tu hai vinto battaglia, non guerra. Ci sono centinaia di cose, come me, là fuori. Non potrai esserci sempre!»
«Ti sbagli.» ribatté Gabriel e, detto questo, si lanciò attraverso la vetrina, che il calore aveva fatto esplodere verso l'esterno in centinaia di frammenti mortali. Le fiamme finirono ciò che avevano iniziato e quando Gabriel si rialzò, pulendosi dalla polvere della strada, vide che al posto del negozio era ritornato il solito muro, con il solito cartellone pubblicitario. Alla sua destra e alla sua sinistra, dov'erano sempre stati, c'erano la biglietteria degli autobus e il panificio, dal quale fluiva un profumo di frittelle e di pane appena sfornato.




martedì 18 febbraio 2014

Buon compleanno, Blog!


Oggi il mio blog di scrittura compie un anno. Ringrazio chi mi ha seguito fedelmente, chi mi ha letto, chi mi ha postato e incoraggiato a scrivere ancora. Mi auguro che il blog compia molti altri compleanni e che possa, attraverso i miei racconti, stupirvi, divertirvi e farvi pensare! Un grazie di cuore a tutti!
Alvise Brugnolo

domenica 9 febbraio 2014

ROULETTE LETTERARIA - posta, successo, crestomazia

Visto il successo della roulette letteraria, ho selezionato altre tre parole dal dizionario, ed ora eccomi qui, pronto per un'altra sfida. Le parole, che ricordo essere state selezionate dal caso, sono: posta, successo e crestomazia! Buon divertimento e buona lettura!
Alvise Brugnolo





Era curioso il fatto che il professor Rocco Beretti, che di lettere era vissuto, si sentisse morire per colpa loro, o meglio per una di esse, una soltanto: una busta bianca, anonima, giunta con la posta del venerdì, e sfuggita agli occhi cerulei del vecchio professore perché scivolata sotto al mobiletto di mogano situato a destra della porta d'ingresso, in un angolino in penombra; un posto che era perfetto per perderci qualcosa di importante.
Rocco Beretti viveva da solo, in un bell'appartamento situato all'ultimo piano di un palazzo veneziano, una di quelle strutture cadenti tutta trifore e camini, testimoni di un'epoca d'oro di cui rimane soltanto il pallido riflesso tramandato da poesie in dialetto e libri di storia. Dalla finestra del suo studio, il professor Beretti dominava tutti i tetti delle altre case, e spesso il suo sguardo si perdeva in lontananza, fino alla guglia verdastra del campanile di San Marco, con il suo angelo sfavillante al sole fulgido dell'estate. Anche se non lo avrebbe mai ammesso spontaneamente (era infatti un uomo che amava definirsi “felice e solitario”), Rocco Beretti si era sempre sentito molto solo in quella casa. Eppure dalla vita aveva avuto tutto quello che aveva sempre desiderato: il successo. Qualche dottorando doveva fare una ricerca su Pirandello? Contattava il professor Rocco Beretti, l'esimio professor Rocco Beretti. Quante volte i suoi colleghi di Oxford l'avevano invitato a tenere una conferenza sulla narrativa europea del Novecento? Rocco Beretti aveva perso il conto. Cinque, forse sei. Occasioni in cui lo scroscio degli applausi aveva quasi soffocato la sua voce, ma allo stesso tempo aveva innalzato il suo ego a vette inimmaginabili per gli altri esseri umani. Al contrario, il ritrovamento di quella busta lo lasciò piegato sulla poltrona come se fosse stato fulminato da un colpo apoplettico.
Rocco Beretti si trovava in salotto, seduto nel modo più comodo possibile, con la mano sinistra intenta a reggere una minuscola tazza di tè e latte, mentre con la destra si sforzava di non far sfuggire una sola briciola di quel che restava della madeleine che aveva appena addentato. Di fronte a lui, sopra un basso tavolino di vetro, c'era un'edizione pregiata dello Zibaldone di Giacomo Leopardi, che il professore, con molta attenzione, sfogliava con le uniche dita libere che gli rimanevano, ossia l'indice e l'anulare della mano sinistra. Leggeva e sgranocchiava, sgranocchiava e leggeva finché il suo occhio cadde su un angolino bianco che sbucava, fastidioso come una lisca incastrata nella trachea, dalla zampa del mobile posto in corridoio, vicino alla porta. Che cosa sarà mai? si chiese l'uomo, mentre si alzava controvoglia e riponeva tazzina e biscotto sopra di un portavivande, sapientemente posto a distanze siderali dalla sua preziosa collezione di libri. Collezione che, manco a dirlo, occupava l'ottanta percento e forse più della sua casa. Volumi antichi e moderni, di storia, filosofia e letteratura, impilati l'uno sopra l'altro in torri del sapere, spesso a rischio di crollo come la mura di Gerico se ci passavi accanto sbadatamente.
Rocco Beretti si avvicinò al mobile strascicando le pantofole e sbadigliando. Si chinò tra mille sbuffi e imprecazioni (imprecazioni rigorosamente educate, era Beretti, non ce lo dimentichiamo) e trasse fuori dalla polvere una busta. E questa da dove sbuca? pensò il professore, prima di collegare rapidamente l'oggetto misterioso alla posta che gli era stata recapitata ben due giorni prima. Cose da matti, si disse tra sé e sé, infuriato che ora ci si mettesse anche la sorte a ritardare la sua corrispondenza. Come se non bastasse già di per sé la posta, con i suoi mille inconvenienti, le buste non recapitate, i pacchi arrivati rotti e infangati o addirittura non arrivati affatto. Che mondo alla rovescia.
Non si accorse neppure di aver strappato bestialmente la busta né di averne estratto il testo. Si ritrovò semplicemente a leggere. La lettera era scritta in un italiano stentato, che Rocco Beretti non apprezzò affatto. Diceva più o meno così.

Caro Rocco, [Rocco? Come si permette?]

So che forse non ti ricorderai proprio di me. Sono Teresa, Teresa Soprani. [e qui Beretti credette di rimanerci secco] Sono passati quasi vent'anni dalla tua visita all'università di Napoli. Ti fermasti a dormire alla pensione Seguso, fintanto che rimanesti in città per le tue lezioni. Adesso ti ricordi di me? Ero la figlia del padrone della pensione, quella ragazza mora e impacciata che non ti levò mai gli occhi di dosso. Io ero così giovane, una stupida venticinquenne con tanti sogni per la testa e tu, tu un professore di mezza età così bello e interessante che non ci credevo. Sai bene come andò a finire. Non so proprio come dirtelo, ma non c'è altro modo. Hai un figlio. [gli occhi del professor Beretti divennero grandi come due buche da golf]. Non te lo dissi mai, perché sapevo che tu non avresti apprezzato e mai e poi mai volevo che l'errore di una notte rovinasse la tua bella vita da uomo colto di città. Ma adesso lui è grande e ti vuole conoscere. Non sono riuscita a fermarlo, perché lui è più testardo di un mulo, più di te e me messi assieme. Ha detto che è giusto che un uomo bell'e fatto conosca suo padre. Ma lui non è ancora un uomo. Ha solo vent'anni, è solo un ragazzo in cerca di qualcuno che lo ami. Ascoltalo, se puoi. Per quel poco tempo che sarà lì sii il buon padre che lui non ha mai avuto! Arriverà da te per domenica.
Tua,

Teresa Soprani 

E qui Rocco Beretti interruppe la lettura con un singulto prepotente, simile al risucchio annaspante di un marinaio che, caduto dal parapetto di una nave nel mare notturno e gelato, avesse rischiato di annegare. I suoi occhi vacui, ora ridotti a due fessure, si soffermarono sul calendario appeso al muro di fronte, vicino alla copia di un'acquaforte di Degas. Domenica. Beretti non si era mai soffermato sulla parola domenica come invece si trovò a fare in quegli istanti concitati. DOMENICA. Si mise a smontare il suono della parola, ne perse il significato e si ritrovò a rimontarlo a caso, senza senso, finendo col formare una parola totalmente diversa. DANNAZIONE.
In quel mentre, qualcuno bussò alla porta. Il cuore di Rocco fece un triplo tuffo carpiato. Tremando come se il suo corpo fosse diventato improvvisamente di gelatina, Rocco appoggiò gli occhi miopi allo spioncino dell'uscio, ma non riuscì a vedere nulla, dal momento che la luce delle scale era troppo tenue per illuminare chiunque fosse lì in piedi, in silenzio, dietro la porta.
«Chi EEEEè?» gorgogliò Rocco Beretti, augurandosi che fosse solo il postino o anche uno svaligiatore di appartamenti: tutto, piuttosto che il figlio che non aveva mai conosciuto.
«Papà, sono io, Tonio.» rispose una voce allegra, giovane, piena di emozioni. Dio, mio, pensò Rocco, rendendosi conto di come odiasse qualsiasi altrui forma di confidenza. Papà? Ma come si permetteva di chiamarlo così, lui, che era lo studioso più influente della narrativa del Novecento?
Rocco Beretti aprì, non poteva fare altro, e si trovò davanti uno di quei ragazzi di oggi, quei debosciati senza spina dorsale, maglietta nera, pantaloni militari, anello al naso come un toro bavoso, una decina di piercing fra orecchio, labbro e sopracciglio. Rocco aveva voglia di urlare.
«Papà – continuò il ragazzo – se vuoi puoi chiamarmi Totò.» e detto questo lo abbracciò. Rocco, completamente paralizzato, accettò quel gesto senza ricambiarlo, muto e confuso. Tonio puzzava di sudore, sigarette e Dio sa cos'altro. Eppure, in quell'odore così diverso dal solito, Rocco avvertì la fragranza calda di Teresa e provò, inspiegabilmente, una morsa all'altezza del petto.
«Chebbelposticcino!» urlò il ragazzo, nel frattempo addentratosi, senza permesso, fino al salottino. Poggiava le mani ovunque, sui libri, sulle stampe, sulle incisioni, sugli incunaboli, lasciandoci l'impronta unta delle sue ditate. Rocco Beretti si tratteneva a stento dal cacciarlo di casa.
«Sentimi un po', Tonio.» esordì il professore, stupendosi di essere ancora in grado di esprimersi.
«Totò, pà, Totò.»
«Sì, come vuoi... Totò... Che cosa vuoi?»
Il ragazzo lo guardò con aria interrogativa.
«Solo conoscerti, pà.» rispose con la faccia trasognata, quella di chi, dopo una lunga sofferenza, trova finalmente ciò che cercava nel posto e nel giorno più inaspettati. Rocco lo analizzò meglio, sperando di essersi sbagliato, ma non cambiò affatto idea. Quei pantaloni, tutti quegli anelli e quella... quella orribile maglietta nera con i teschi disegnati! Come se non bastasse, all'altezza del bicipite di Tonio, spuntava un tatuaggio tribale tutto punte e corna, una roba da galeotto incallito. Rocco scosse la testa. Suo figlio, il figlio che non aveva mai voluto avere, doveva essere uno di quei criminali da strapazzo, un drogato, un disadattato, uno schizzato che andava a rubare le automobili e contribuiva a suo modo al degrado del paese. Beretti corrucciò la fronte, con aria disgustata, convinto che a secondi si sarebbe messo a vomitare la sua madeleine. In quel mentre, proprio nell'esatto momento in cui Rocco pensava a tutte queste cose, Tonio si sedette sulla poltrona e fece per allungare i piedi sul tomo di Leopardi. Rocco glielo impedì, tuffandosi letteralmente per afferrargli le gambe e spostarle giù, al sicuro, sul tappeto. Non poté fare a meno di notare le scarpe da ginnastica del ragazzo, scarpe sformate, piene di scritte fatte con lo spray. Scarpe da teppista, senza dubbio.
«Scusa, pà.» si schermì il ragazzo, tanto imbarazzato quanto impaurito. Se solo non lo avesse ritenuto impossibile da un ladruncolo come lui, Rocco Beretti ebbe l'impressione che stesse per scoppiare in lacrime.
«Fa niente.» rispose il professore con un ansimo, consapevole che al prossimo gesto fuori posto sarebbe esploso di rabbia.
«Raccontami pà. Cheffaiddibbello nella ttuavvita?» domandò il ragazzo con un accento strano, che avrebbe fatto venire la pelle d'oca a qualsiasi commissione di maturità. Rocco ci mise qualche secondo a rispondere, quasi ipnotizzato dai modi irruenti e poco eleganti di quel ragazzo di strada.
«Sono un docente universitario di fama mondiale, autore di saggi critici fra i più apprezzati al mondo. Ho scritto anche una crestomazia della lingua italiana, che spazia dal medioevo alla metà del Novecento.» rispose il professore, mentre si prendeva un bicchiere dalla vetrinetta dei superalcolici. Del buon scotch scozzese, ecco quello che ci voleva. Un buon bicchiere di Laphroaig riempito di ghiaccio fino all'orlo.
«Ecchesarebbe?» rispose il ragazzo, con quel suo modo di pronunciare le parole tutte quante attaccate, come appiccicate con l'attack.
«Lascia perdere. Cose che tu non potresti capire.» rispose affilato il professore, tracannando lo scotch e apprestandosi a versarsene un altro bicchiere. Con un gesto della mano chiese al ragazzo se ne volesse un po', ma Tonio rifiutò. Strano, si disse l'uomo, chissà quante schifezze ha in corpo, questo scimmione tatuato.
«Senti, pà. Avevo pensato di stare un po' qui da te, per spassarcela insieme, come padre e figlio. Abbiamo tante ccoseddaddirci...»
Venne interrotto dalla risata secca e malevola del padre. Questa era la goccia che faceva traboccare il vaso. Il professor Beretti aprì la bocca e vomitò tutta la sua rabbia.
«Tu, fermarti qui? Non ci penso proprio. Chi ti ha detto che sarei così stato felice di vederti, eh? E' stata tua madre?»
Tonio ammutolì e sbiancò di colpo.
«Ma, pà...»
«Che cosa vuoi, eh? – sbottò il professore rosso in viso – Vuoi soldi, eh? Vuoi soldi? Eccoteli, eccoteli qui!» e detto questo, Rocco si mise a frugare nei cassetti del salotto, radunando tutti i pezzi da cinquanta che trovava in un blocchetto compatto e frusciante, che avrebbe fatto gola a chiunque, specialmente ad un teppista come doveva essere quel ragazzo, e certo che lo era, con tutti quei tatuaggi e quei pezzi di acciaio infilati nei lobi, nelle narici, nelle... Quando si girò verso il figlio, Rocco venne fulminato da uno sguardo pieno di delusione.
«Che fai pà?»
Vedendo che il ragazzo non aveva intenzione di accettare quel denaro, Rocco lasciò ricadere le braccia lungo il corpo, come se avesse perduto le forze.
«Sentimi bene – disse sospirando – Io non sono un padre. Non lo sono mai stato e non lo voglio essere. Mi dispiace figliolo. Non posso fare niente per te.»
Il ragazzo lo fissò in silenzio e Rocco non riuscì a sostenere lo sguardo. Era uno sguardo pesante, in grado di farlo sentire niente meno che l'ultimo uomo di questa terra, e poco importava dei suoi saggi, delle sue lezioni, della sua carriera universitaria, del suo successo.
«Peccato che tu non abbia imparato niente da quei tuoi libri, pà – sbottò Tonio, con fare amaro – Addio.»
Il professor Rocco Beretti si ammutolì. Erano anni che non accadeva, e precisamente da quando, più di cinquanta anni prima, era stato bocciato ad un esame di filologia romanza. Mai e poi mai avrebbe creduto che qualcun altro sarebbe riuscito a chiudergli la bocca ancora. Si sbagliava. E prima ancora che riuscisse a riprendersi, Tonio era già uscito dalla porta di casa, scrollando la testa con l'evidente intenzione di trattenere le lacrime che gli dondolavano pericolosamente lungo le ciglia. Ciglia dure e arcuate, come quelle di sua madre. Il professor Beretti si lasciò cadere pesantemente sulla poltrona. Un'unica, patetica goccia di scotch stillò dal bicchiere, macchiando la pagina dello Zibaldone. Beretti non se ne accorse neppure e anche se lo avesse fatto non si sarebbe scomposto. Peccato che tu non abbia imparato niente da quei tuoi libri, una frase che, anche se chi l'aveva pronunciata era scomparso, risuonava ancora dentro il suo orecchio, facendogli vibrare tutta la testa, occhiali e cravattino compresi. L'uomo si guardò attorno lentamente e non riconobbe la sua casa. Ovunque c'era polvere, silenzio, antichità. Tutti quei libri, ammonticchiati quasi fino al soffitto, mille copertine tutte diverse, che sembravano guardarlo e giudicarlo. Il professore li aveva letti e riletti quei libri, ne aveva analizzato anche le più piccole minuzie grafiche, la loro struttura, la loro intertestualità. Ma le parole di Tonio dicevano il vero: non ne aveva mai capito davvero il contenuto. Le emozioni umane, la passioni, l'amore, la sofferenza, tutte queste cose erano contenute nei suoi libri, ma Rocco Beretti non poteva capirle, in quanto non le aveva mai vissute. Poteva analizzare le parole, conoscerne l'etimologia e gli sviluppi futuri, ma non era in grado di parlare la lingua dei sentimenti. E la poesia, privata delle emozioni, non è che un elenco di lettere, non tanto diverse da un sfilza di freddi numeri aritmetici, qualcosa di razionale, certo, ma che non può parlare al cuore degli uomini, non può toccare le loro corde più profonde, scatenarne le passioni, ravvivarne i sogni. Hai sbagliato tutto, esimio professor Rocco Beretti. Ripensò al viso solare di Teresa, al suo seno prorompente, ai suoi baci infuocati. A quel figlio così diverso da lui e che tuttavia, sotto il lato umano, era migliore di lui. “Tonio” mormorò e si sentì perduto.
Allora Rocco Beretti si precipitò lungo le scale, scalzo, con la camicia aperta fino alla pancia, i capelli bianchi madidi di sudore che gli ricadevano sopra gli occhiali dorati. Tonio, gridava, Tonio, aspettami! Giunto in strada, il professore si trovò a fronteggiare una folla di persone che lo guardava con disinteresse, vide i volti terrei di uomini e donne sconosciuti, che marciavano contro di lui a passo cadenzato, come durante una marcia funebre. E Rocco capì che a nessuno, in fondo, importava chi lui fosse davvero. Veneravano il suo talento, la sua cultura, ma non lui in quanto se stesso, in quanto uomo, con i suoi difetti, con i suoi pregi, con i suoi sogni e le sue paure.
«Tonio!» gridò Rocco Beretti a squarciagola, ma il ragazzo era già sparito, inghiottito dalla nebbia che, improvvisamente, era calata come un sudario sui tetti delle case e delle chiese.

Il sole splendeva sulla città di Napoli e la Basilica reale pontificia, nella Piazza Plebiscito, sfavillava come un grande e antico tempio romano. Rocco Beretti si incamminò lungo via che si lasciava la piazza alle spalle, guardando tutto con occhi diversi, come se li usasse per la prima volta. Dilatò le narici e respirò a pieni polmoni l'aria viva, piena di gente, voci, sapori. Poi, arrivato nei pressi di un parco, si fermò ed emise un sospiro ricco di ricordi. Era arrivato.
Alla pensione Seguso si accedeva mediante una stradina laterale, angusta e sporca, e tuttavia piena del fascino dell'inconsueto. Teresa Soprani lavorava lì da una vita e la pensione l'aveva vista crescere, farsi grande, e poi invecchiare. Ora era una donna di mezza età, con il viso composto, austero come quello delle figure sacre raffigurate nei mosaici delle chiese romaniche. Alzò gli occhi quando sentì la porta cigolare, un breve pianto legnoso. Osservò l'uomo che era entrato con un misto di felicità e timore. Lo riconobbe subito, e due lacrime le rigarono le guance. Rocco Beretti era in piedi, sorridente, più vecchio di come lo ricordasse e in fin dei conti neppure troppo. Sempre elegante, ma cambiato. Era più umano.
«Sei qui?» sussurrò la donna, senza fiato. Lui si avvicinò con gli occhi lucidi e le prese le mani.
«Dammi la camera migliore, Teresa. Mi fermerò a lungo.»