venerdì 31 ottobre 2014

Ghost Story

Come da tradizione, ecco a voi il racconto horror per la notte di Halloween. Una storia paranormale ricca di colpi di scena e, ovviamente, di fantasmi. Buona lettura da brivido. Alvise
Ghost Story - 20lines



La Zucca ghignò. Samuel si mise a tremare. Gli occhi della Zucca divamparono, due globi luminescenti nel buio ghiacciato di fine ottobre. Resisti Sam, resisti, si disse il bambino tra sé e sé, resisti o tutti ti prenderanno in giro.
«A-andate v-voi, io devo pisciare.» mormorò a voce alta, sussultando quando le parole uscirono frammentate dalle sue labbra esangui. Gli altri compagni si girarono con aria sospettosa. Una strega, un lupo mannaro e un vampiro, questi erano i travestimenti di Corinne, Joseph e Rufus. Ed erano travestimenti davvero riusciti, visto che Sam, per un istante, ebbe la sgradevole sensazione di non essere più coi suoi compagni di classe, ma insieme a dei mostri veri, pronti a sbranarlo senza pietà.
«Andiamo, cacasotto. È soltanto una zucca, vedi?»
Joseph si avvicinò alla finestra e sollevò la zucca, lanciandola in aria. Fu anche peggio, perché il fuoco contenuto nel corpo cavo della Jack-o’-lantern fuoriuscì dalle orbite vuote in lunghe cascate di fiamma, che ulularono a contatto con l’aria notturna. Samuel indietreggiò lentamente. Se l’era solo sognato o il fuoco aveva davvero preso la forma di un sorriso sdentato?
«D-dai ragazzi. A-aspettatemi o l-lo dirò ai vostri g-genitori.» balbettò il bambino, incrociando le braccia dietro la schiena per non far vedere che stava tremando. Non aveva mentito: se la stava davvero facendo sotto. Ancora qualche secondo e si sarebbe bagnato fino alle orecchie.
La strega, il lupo mannaro e il vampiro si guardarono di sottecchi.
«E va bene, mammoletta. Va’ dietro quella roccia, noi ti aspettiamo qui.» borbottarono in coro.
Corinne scoppiò a ridere.
«Falla di corsa o il vecchio Jack ti troverà e ti mangerà il pisello!»
Samuel inorridì e fuggì via nella notte, il suo mantello da fantasma che svolazzava dietro di lui come una scia di fumo.
«Che pollo.» ridacchiò Joseph. Rufus lo guardò male.
«Lascialo stare. È mio cugino, dopotutto.»
«Il tuo cugino femminuccia. Non è che hai preso da lui, viso che è tuo parente?»
Rufus si tirò su le maniche e si sistemò il colletto del mantello color sangue.
«Ripetilo se hai coraggio.»
Corinne li interruppe con l’autorità magnetica che tutte le ragazzine esercitano sugli adolescenti in pubertà.
«Shhhh. Non avete sentito anche voi?»
Joseph e Rufus deglutirono rumorosamente.
«Che cosa?»
«Come una… una risata nella notte?»
«Cos’è, ti scappa anche a te?» la rimbeccò Rufus. Corinne scosse la testa. Rimasero in ascolto, ma non udirono altro che un silenzio da film dell’orrore.
«Non vi sembra che Samuel sia via da troppo tempo?» osservò Corinne, rabbrividendo.
«Ma no… eccolo lì.»
Samuel sbucò da dietro la roccia. Sembrava ancora più silenzioso e timido di prima.
«Ecco f-fatto. S-suoniamo?»
I tre mostri annuirono. Bussarono alla porta della casa, una struttura coloniale bianca che brillava nelle tenebre notturne come un vecchio osso dissotterrato. La signora Cavendish, la docente di letteratura, uscì sulla veranda in un completo da ragno nero. Corinne, che era aracnofobica, sbiancò di brutto.
«Mi lascia indovinare, signora Cavendish. – ponderò Rufus – È una vedova nera?» poi si rese conto che la Cavendish aveva perso il marito la primavera scorsa, allora anche lui sbiancò. La professoressa non la prese bene e digrignò i denti.
«No, Rufus. Sono Shelob. Oh, non la conosci? Non mi stupisco… Tu non leggi mai, perché sei un somaro.»
Poi il viso della Cavendish divenne un punto interrogativo.
«Che succede alla mia zucca?» borbottò.
I quattro ragazzini si girarono. La lanterna di Halloween emetteva una strana luce azzurrina pulsante. La veranda ora sembrava l’entrata di un castello degli orrori popolato di fuochi fatui. I ragazzini si guardarono negli occhi con sgomento.
«Davvero curioso – mormorò la donna – La leggenda dice che la luce diventa azzurra quando uno spirito si avvicina alla casa. Oh, ma a che punto eravamo arrivati, ragazzi miei?»
«Ehm… dolcetto o scherzetto?» strillarono i quattro in coro.
«Uhm, scelgo “dolcetto”.» esclamò la professoressa, infilando le mani in un grande scrigno-teschio di plastica e distribuendo caramelle alla zucca e dita di torrone ai suoi alunni. Loro li infilarono nella borsa di carta che si erano portati da casa, tutti meno Samuel, che si era messo a guardare come ipnotizzato la zucca bluastra. Sembrava non potesse più staccarle gli occhi di dosso.
«La ringraziamo, signora ragn… Cavendish.» borbottò Corinne, esibendosi in un sorriso così finto che sembrava di plastica.
«Arrivederci, ragazzi miei. E state attenti… La notte di Halloween porta con sé molti misteri.» e con un ululato da spettro si rinfilò in casa.
Il lupo mannaro, la strega, il vampiro e il fantasma ridiscesero gli scalini della veranda con un misto di ansia e felicità. Avevano finito il giro del quartiere e le loro borse di carta erano piene da scoppiare; mancava poco che si strappassero, facendo cadere i loro dolci tesori nel fango. Ciondolando dal sonno, i quattro si avviarono verso il cancello che separava il giardino della professoressa dalla strada asfaltata. Ad un tratto Rufus si afferrò la pancia e si piegò in due, mugolando di dolore.
«Merda…»
«Che succede?»
«Troppa cioccolata. D-devo andare a… beh… avete capito.»
Detto questo, lasciò cadere il suo sacchetto a terra e si mise a correre verso la provvidenziale roccia che si trovava nel giardino della Cavendish. Non appena si fu assicurato che gli altri non potessero vederlo, si slacciò la cintura dei jeans. Dio, fa che non me la sia già fatta nelle mutande, pensò, mentre la zip contrastava dispettosamente la spinta delle sue dita. Si era appena abbassato i pantaloni oltre le ginocchia quando inciampò in qualcosa di duro, che lo fece ruzzolare a terra. Rufus trattenne un gemito. Per un attimo gli era sembrato…Allungò una mano e la toccò: era una gamba. Cominciò a risalire. Non era affatto una di quelle gambe finte da giardino degli orrori, perché oltre al ginocchio c’era la coscia e oltre la coscia una pancia. E oltre la pancia un petto e poi un collo da ragazzino. Rufus gridò a squarciagola quando, annaspando nel buio, toccò una faccia. Le sue dita avvertirono qualcosa di bagnato e di appiccicoso.
«S-sangue.» balbettò con un filo di voce.
«Rufus? Rufus? Tutto OK?»
Le voci erano quelle dei suoi tre compagni. Samuel, Joseph e Corinne gli furono accanto in pochi secondi. Samuel era sempre più silenzioso, come se la sua voce non potesse più superare la barriera del suo lenzuolo da fantasma.
«Che puzza di merda.» ridacchiò Joseph. La risata gli morì in gola quando Corinne, estratto il suo smartphone dotato di luce al LED, lo indirizzò sul punto che Rufus continuava a indicare con mano tremante. Gridarono tutti assieme e continuarono a gridare anche dopo, quando vennero portati via in ambulanza.

Perché lì, nell’erba bagnata del giardino, c’era il corpo accoltellato e coperto di sangue di Samuel.  

mercoledì 22 ottobre 2014

Digital Life

Mi avevate dato per disperso? Rieccomi qui. Purtroppo da quando mi sono trasferito a Verona per frequentare la laurea magistrale in Editoria e Giornalismo ho avuto poco tempo per scrivere. Ma ce l'ho fatta! Ecco a voi Digital Life, che può essere letto anche sul mio profilo di 20Lines. Buona lettura 
http://it.20lines.com/alvisebrugnolo




Sonia entrò in cucina e appoggiò le borse della spesa sul tavolo della colazione. Poi aprì la porta del frigo e, fischiettando, cominciò a riporre i suoi acquisti sui ripiani. Fischiettava perché quella, a differenza di molte altre, era stata una giornata da vero urlo. Era andato tutto al di là di ogni più rosea aspettativa. Si era svegliata presto, piena di energia (non come al solito che non riusciva nemmeno a stare in piedi) ed era scesa baldanzosa a prepararsi la colazione. Di solito, soprattutto appena sveglia, combinava un sacco di pasticci: si rovesciava il caffè addosso, le cadeva il sacchetto dei muesli sui piedi, o le finivano pezzi di guscio d’uovo dentro l’omelette. Ma quel giorno no. E se un giorno comincia bene, è molto probabile che continui così. E così era stato, oh sì.
Rufus, il suo fiero gatto soriano, le passò accanto, strusciandosi contro le sue gambe. Sonia sorrise e lo accarezzò con affetto. Sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Se pensava a quello che era successo in ufficio… non ci poteva ancora credere. Promossa! E che promozione!
Aveva sentito che c’era qualcosa nell’aria non appena aveva messo piede in ufficio. Di solito i suoi colleghi la ignoravano, ma questa volta le avevano sorriso. Connor, l’addetto alle fotocopiatrici, un ragazzotto tutt’altro che insignificante, le aveva addirittura fatto l’occhiolino. Sonia aveva finto di non accorgersene, ma sotto sotto si era emozionata ed era anche un po’ arrossita. Si era appena seduta nel suo cubicolo dotato di una minuscola scrivania, quando una voce profonda l’aveva scossa. Era John, il suo boss, uscito dalla sua tana proprio per vedere lei.
“Vieni nel mio ufficio, Sonia. Ti devo parlare.”
Parlare? Quando mai mi ha voluto parlare? si disse preoccupata la ragazza, mentre gli correva dietro ondeggiando sui tacchi. Appena erano entrati, John aveva chiuso la porta e le aveva fatto cenno di sedersi. Lei aveva obbedito, tossendo nervosamente e mettendosi a guardare con imbarazzo (e con un pizzico di invidia) il gigantesco ufficio in cui si trovava. Ovunque c’erano foto di famiglia e coppe di football scintillanti. Davanti a lei fumava un caffè al ginseng. Il suo capo l’aveva guardata, questa volta senza secondi fini o proposte oscene, e aveva pronunciato le magiche parole:
“Hai lavorato bene, Sonia. Mi chiedevo se te la senti di assumere un nuovo incarico.”
Accidenti! Sonia avrebbe potuto vincere i cento metri piani da tanto era galvanizzata.
“Se me la sento? Ci può giurare, John. Sono la persona che fa per lei.” aveva risposto. John aveva annuito. Stretta di mano e pacca sulla spalla e Sonia era diventata ufficialmente la nuova manager responsabile del reparto. Appena era uscita, tutto lo staff si era messo ad applaudirla, facendo capannello attorno a lei. E Sonia, che di solito era timida, questa volta si era goduta il suo successo, accettando di buon grado di salutare uno per uno i suoi nuovi ammiratori. Presa dall’euforia, aveva persino invitato tutti a fare un salto al bar ultra chic che si trovava lì all’angolo, dove aveva offerto, senza badare a spese, un Cosmopolitan cocktail.
Ma le sorprese non erano finite qui. Aveva appena messo un piede fuori dal palazzo, per la pausa pranzo, quando era incappata quasi per caso in un signore che camminava con lo sguardo assorto puntato sul marciapiede. Si erano urtati e a Sonia era sfuggita per terra la borsetta. Il signore si era subito scusato, prodigandosi in mille attenzioni.
“Sono costernato. Mi perdoni…” aveva detto, inginocchiandosi principescamente per recuperare il contenuto della borsetta, che nella caduta era rotolato fuori. Poi lo sconosciuto si era rialzato e le aveva sorriso.
Non appena lo aveva visto in faccia, Sonia era raggelata.
“M-ma lei è il f-famoso regista O-oliver Cross!”
Lui aveva riso, facendo un inchino spiritoso e tenendo una mano, che Sonia si era affrettata a stringere. Aveva una presa calda e sicura.
“In persona. – aveva risposto l’uomo con falsa modestia – Mi scuso ancora per quello che è successo, ma ero davvero sconvolto. Ahimè, la diva del mio prossimo film si è licenziata e ora sono davvero disperato. Inizio le riprese fra meno di una settimana e non so proprio chi scritturare per la parte…” 
Ad un tratto si era ammutolito e aveva avvicinato il suo viso a quello di Sonia.
“Ma sa che lei ha davvero… un bella presenza. Sì, sì… credo ne parlerò con il produttore, ma sono proprio sicuro di aver trovato la protagonista che cercavo.”
Sonia era arrossita per la seconda volta quel giorno.
“Ma cosa dice? Io non sono mica un’attrice professionista.”
“Ah, cara mia – aveva esclamato Oliver, battendosi una mano sulla coscia – se sapesse quante attrici di fama mondiale non sanno recitare, le verrebbe un capogiro.”
Si era frugato nella tasca della sua giacca firmata e aveva tirato fuori un biglietto da visita a scritte dorate.
“Tenga. Ha un giorno per decidere. Mi raccomando!”
Detto questo si era voltato ed era sparito fra la folla. Sonia era rimasta a bocca aperta e aveva continuato a leggere il biglietto da visita anche mentre camminava, col rischio di finire dentro un tombino aperto. Attrice, io? si diceva fra sé e sé. Beh, perché no? Quante occasioni come questa capitano nella vita?
Alle 16.30 aveva finito il suo turno e, una volta salita in automobile, aveva guidato fino al supermarket più vicino per far compere. Anche lì era successo qualcosa di notevole: aveva vinto un buono spesa da 1000 euro e un’incredibile SMART TV ultra full HD con schermo Amoled. Una cosa mai vista, che sembrava un’astronave aliena da tanto era grande e colorata.
“Grazie, grazie!” aveva esclamato, mentre i cassieri le davano una mano a caricare il suo premio dentro il minuscolo bagagliaio della sua Smart. Nel tragitto verso casa non era successo alcunché di interessante, tranne il fatto che al casello dell’autostrada si era rotta la cassa computerizzata e così era passata senza dover spendere un centesimo. Che colpo di fortuna!
Ed ora eccola lì, a preparare la cena, mentre Rufus continuava a farle le fusa. Aveva in mente di cucinarsi una ratatouille e mentre si adoperava a preparare tutto il necessario pensava che, una giornata del genere, non le era mai capitata in tutta la sua vita.
Si era appena messa a tagliare le verdure alla julienne, quando la porta di casa si aprì. Entrò un uomo, con una borsa a tracolla sulle spalle. La depositò con uno sbuffo sul pavimento e si scrocchiò la schiena. Sonia si lasciò sfuggire un grido.
“J-jack, che c-cosa ci fai qui?” mormorò con un filo di voce.
Jack finse di guardarsi attorno.
“Non ti ricordi più che sono tuo marito?” scherzò.
Sonia cominciò ad indietreggiare.
“Ma t-tu sei m-morto.”
“Ti sembro morto?” fece lui, avvicinandosi e cingendole i fianchi con le mani.
“N-no, m-ma io so che t-tu lo sei.” balbettò lei.
E fu lì che accadde qualcosa di imprevisto.
I muri dell’appartamento cominciarono a sbiadire e a tremare. I soffitti si abbassarono, il pavimento acquistò una strana tonalità verde marcio. Il miagolio di Rufus si trasformò in un suono sordo e inumano, che sovrastò tutto quanto. Sonia si mise a gridare mentre il mondo attorno a lei cadeva a pezzi, mentre stringhe di comando in linguaggio di marcatura schizzavano attorno a lei come spiritelli verdastri. Il viso sereno di Jack si ridusse ad un cumulo di pixel e sotto di essi si poteva vedere lo scheletro. E poi, una voce metallica risuonò forte nella testa di Sonia.

CRASH DEL SISTEMA

E poi tutto sparì in un’esplosione di luce bianca.
Sonia si agitò sul lettino del simulatore neurale. La mancava il respiro. Si alzò di scatto, si tolse il visore e si strappò via gli elettrodi dal seno. Poi si mise a sedere sul bordo del lettino, con la testa fra le mani. Il responsabile della sua unità entrò subito, portandole un bicchiere d’acqua gelata.
“Che è successo?” fece la donna, dopo che ebbe finito di bere e di asciugarsi il sudore con un fazzoletto.
“Il simulatore ha registrato la sua paura e temendo per la sua incolumità ha disattivato la simulazione, tutto qui. Sono cose che capitano.”
Sonia non la smetteva più di tremare.
“Ma io non mi r-ricordavo più…”
“… Di essere in una simulazione, già – la interruppe il tecnico – Siamo la Omicron Corporation, cosa credeva? Le nostre simulazioni sono le migliori, altro che quelle di Sony.”
“Allora io… – balbettò Sonia – mio marito…”
Il tecnico lesse attentamente la cartella che portava sotto il braccio.
“Sì, suo marito è morto un anno fa, in un incidente stradale. Lei ha espressamente chiesto ‘una simulazione della vita come la vorrei: con successo, ricchezza e amore. E bellezza.’ Ricorda queste parole?”
Sonia cominciò a piangere. Se lo ricordava fin troppo bene e per questo non riusciva a trattenere le lacrime. Il tecnico la guardava senza espressione, come se fosse convinto che tutto quello che gli stava intorno era anch’esso una simulazione, Sonia compresa.
“Vuole che la ricolleghi ancora? Ha diritto ancora a due ore di ‘Digital Life’.” disse.
Sonia si guardò le mani. Erano davvero grassocce. Poi si guardò la pancia. Sembrava un grosso mostro che cercava di uscirle dalla maglietta. Cominciò a piangere ancora di più. Era ingrassata in un tempo record dopo la morte di Jack. Aveva mangiato, mangiato e mangiato ancora, cercando invano di sostituire l’affetto che aveva perduto con il cibo. E ora non sapeva più se aveva la forza di tornare indietro.
Si voltò verso il tecnico, dopo aver tirato fuori dalla sua borsetta un assegno e averlo firmato con una mano tremante.
“Tenga. Questi sono tutti i miei risparmi. Mi tenga collegata a questa macchina per tutto il tempo possibile.”
L’assistente osservò la cifra sull’assegno. Non era molto, ma sarebbe bastato per almeno due anni.

“Certo – rispose l’uomo con un sorriso esagerato – Noi della Omicron realizziamo sempre i vostri sogni.”

domenica 14 settembre 2014

Alycanta e l'albero d'oro




Molto tempo fa, in una foresta incantata – come in tutti i luoghi magici avvenivano al suo interno fenomeni meravigliosi: spiritelli azzurri si accendevano nel sottobosco, voci antiche si potevano udire negli incavi degli alberi o nelle ferite della roccia, e gli animali, così io credo ancor oggi, sapevano parlare e far di conto – in questa foresta incantata, stavo dicendo, cresceva un albero dal tronco d'oro e dalle foglie di puro smeraldo. Ebbene, se oggi vi recaste nel luogo in cui sorgevano questa foresta e quest'albero, trovereste soltanto una bigia distesa brulla, con pruni, sassi e arbusti spinosi, e al centro di essa un enorme maniero, che dà l'impressione di salire fino al cielo, e ogni torre, guglia e pinnacolo di questo castello, puntati orgogliosamente verso il sole, vi sembrerebbero troppo simili alle dita di una mano mostruosa, che tenti di tirar giù gli dèi afferrandoli per le gambe mentre essi camminano, soavi, fra le nuvole.
Ma la storia che stiamo raccontando – perché di storia vera si tratta, non di una leggenda inventata da un qualsiasi scribacchino munito di una spelacchiata piuma d'oca – questa storia che stiamo raccontando, stavo dicendo, ha luogo in quel periodo meraviglioso, quello in cui l'albero magico e la foresta incantata crescevano in grazia e bellezza, allungando il proprio perimetro arboreo e la propria ombra su tutti i regni circostanti. A quel tempo, la guardiana della foresta era Alycanta, una saggia fata dalle ali di farfalla, cresciuta nei misteri della magia come voi e io lo siamo nelle operazioni algebriche e nella composizione di sonetti, madrigali e canzoni.
Il compito di Alycanta era quello di sorvegliare l'albero d'oro, che altro non era se non l'incarnazione stessa di tutta la magia del Multiverso. Per ogni foglia che cadeva da quell'albero, infatti, un mago moriva. Per ogni bocciolo che si seccava, un drago si inceneriva. Per ogni radice, ramo o nodo di legno che marciva, una fata chiudeva gli occhi per sempre. Ma non c'era da preoccuparsi, no: l'albero era così grande, ma così grande, che poteva contenere, se solo avesse voluto, un'intera città dei giorni nostri, con tanto di cavalli, merlature e medici della peste, quelli col becco lungo che assomigliano a infauste cicogne venute a portare la morte piuttosto che la salvezza.
La vita scorreva allegra, a quei tempi. Alycanta amava tutto e tutti: la foresta rigogliosa, gli animali che vi vivevano e che passeggiavano all'ombra delle piante, i fiori che in estate stillavano dai petali gocce dei più preziosi e medicamentosi incensi; ma più di tutto amava il suo albero d'oro da cui dipendeva non solo la sua vita, ma anche quella di tutte le creature incantate come lei.
Ma in un giorno infausto, un giorno che era chiaro e soleggiato come gli altri, il caso volle che un giovane principe passasse, durante una battuta di caccia, proprio nella foresta di Alycanta. Lei se ne innamorò subito e gli prestò soccorso quando un orso di cristallo colpì il giovane al petto, lasciandolo in fin di vita, sanguinante, adagiato nel fango della foresta come un vecchio re sulla propria pira. Alycanta usò tutto il suo potere per lenire le ferite del principe, e le sue ali, per qualche istante, diventarono grigie e fragili, come se fossero fatte di cenere. Il principe nondimeno guarì e quando riaprì gli occhi, vedendola così bella e luminosa, le giurò eterno amore. Giacquero insieme per tutta la notte, finché fu mattino e l'Astro rifulse nel cielo.
"Lascia che vada da mio padre – disse allora il principe ad Alycanta – e gli annunci che sto bene e che ho trovato la mia sposa. Poi tornerò e ti porterò con me.” Detto questo si allontanò dalla foresta incantata sul dorso del suo fremente destriero. Gli zoccoli del purosangue echeggiarono fra gli alberi e fra le gole della foresta per giorni, anche dopo che lui si fu allontanato dalla vista acuta di Alycanta.
Ma il principe, se per malvagità o per un anatema non lo saprei dire, si dimenticò della fata e della promessa che le aveva fatto. Arrivato in città, indossata la sua corona d'argento, sposò una bella fanciulla proveniente dal Nord – da Solivann, da Teuton o da Opalia, nessuna cronaca lo può più raccontare – ebbe tre figli e morì a cinquantadue anni, colpito da una freccia elfica scoccata nella grande battaglia sui monti di Keltar.
Quando Alycanta seppe quello che era successo, che il suo amato l'aveva dimenticata, impazzì. Odiò gli uomini, le loro torri, le loro spade, le loro armature. Nella sua follia, decise che la punizione migliore per gli uomini fosse distruggere le magia e far sì che nessuno di loro si ricordasse che era mai esistita. Senza più gli unicorni, i draghi, gli incantatori e le fate, gli esseri umani avrebbero creduto di essere soli, senza speranza, destinati all'oblio eterno, al Nulla.
Allora Alycanta prese una grande torcia e diede fuoco al grande albero d'oro. L'intera foresta incantata tremò quando le scintille diedero vita al più grande incendio di cui il mondo avesse memoria. Mentre le foglie, i boccioli e le radici bruciavano, in tutti i mondi, in tutto il Multiverso, la magia veniva lentamente consumata, riducendosi a pulviscoli di semplice cenere. Sparirono i draghi, i leprecauni, i leviatani, e restò solo la razionalità umana, un edificio immenso, certo, ma vuoto come lo può essere soltanto un sepolcro. E nessuno si ricordò più di com'era la vita quando viveva il grande albero d'oro, quando le viverne solcavano i cieli e i demoni cornuti venivano sconfitti da cavalieri in armatura scintillante.
Alycanta fu l'ultima a morire. Tuttavia, prima di esalare l'ultimo respiro, diede alla luce il figlio che aveva concepito con il principe, quel lontano giorno nella foresta incantata.
Quel figlio sono io, colui che vi narra questa storia. Io sono l'unico che ricorda quei tempi, perché sono nato da Alycanta, e lei era la più potente delle creature magiche. Per anni ho vagato nella cenere della foresta incantata, piangendo di fronte allo scempio che mia madre aveva causato, disperandomi perché nessun folletto rispondeva con una risata cristallina ai miei singhiozzi. Ma poi, scavando nelle braci ancora bollenti, ho salvato un seme proveniente dal grande albero d'oro. Era vivo, vivo!
Ora lo sto coltivando in un vaso, celato al mondo come un ladro in una piccola casupola nascosta nelle colline. Per ogni nuovo germoglio di smeraldo che spunta, un uomo o una donna si svegliano con un dono, grande o piccolo che sia. Alcuni vedono gli spiriti dei morti, altri possono guarire con il semplice tocco delle mani, altri ancora spostano gli oggetti con la forza del pensiero, o addormentano i nemici con il canto della loro voce. E quando il grande albero d'oro avrà guadagnato abbastanza potere da poter sopravvivere all'aridità del mondo, andrò a piantarlo là dove sorgeva un tempo, anche a costo di espugnare il grande maniero che ne ha usurpato il luogo, sostituendo la magia con il deserto del progresso umano. E allora, quando l'avrò piantato, dalle radici del grande albero d'oro usciranno i draghi, gli unicorni, le fate, i maghi, le streghe e tutto il Piccolo Popolo. E forse anche mia madre, Alycanta.
Allora il cielo si riempirà di musica, gli animali smetteranno di azzannarsi, i fratelli di uccidersi, i popoli di ingannarsi, gli incendi di propagarsi, e ovunque, in tutto il Multiverso, regnerà la pace.
O forse si tratta solo di una mia esile speranza?

domenica 24 agosto 2014

Visioni

Sono felice di annunciarvi che da oggi è disponibile su Google play (e presto anche su Amazon) la mia raccolta "Visioni". Riunisce alcuni racconti del fantastico e del terrore provenienti da questo blog. Che cosa aspettate? È gratis!




“La città di Naarit era in subbuglio. E non era colpa della stagione delle piogge che quell'anno tardava ad arrivare. E neppure del deserto che si avvicinava inesorabilmente, divorando i campi.
Il motivo di tanta agitazione era l'annuncio ufficiale che gli araldi del Tiranno avevano gridato quella mattina ad ogni angolo di piazza: il famoso Circo dei Meccanici avrebbe fatto sosta proprio a Naarit e si sarebbe esibito nella Piazza Centrale, di fronte a Karid in persona.”

“Visioni” raccoglie due tipologie di racconti: da un lato quelli che si svolgono in un mondo vasto e fantastico, fra deserti, splendide città e ghiacci perenni (in questo caso i riferimenti letterari sono Michael Ende e Ursula K. Le Guin), dall’altro quelli del terrore dalle tonalità lugubri e sepolcrali, omaggio ai grandi scrittori del gotico moderno, quali H.P. Lovecraft e Stephen King.
Una raccolta breve e intensa, da leggere tutta d’un fiato e che vi farà volare sulle ali della fantasia.


martedì 12 agosto 2014

Addio, mio capitano




Ieri, 11 agosto 2014, ci ha lasciato Robin Williams. Era un attore versatile, spontaneo, in grado di donare ai suoi personaggi una coloritura umana che li arricchiva, rendendoli unici, imprimendoceli nella memoria fino a farli diventare parte di noi. E non è questo, in fondo, il più grande risultato raggiungibile da un attore?
Ci ha lasciato personaggi indimenticabili: è stato un incredulo Peter Pan in Hook - Capitan Uncino (1991), un padre disposto a tutto in Mrs. Doubtfire (1993), Patch Adams nell’omonimo film (1998), il professor John Keating nel commovente L’attimo fuggente (1989) e la lista potrebbe continuare a lungo. 
Il suo viso, perennemente solare, ma anche capace di assumere, all’occorrenza, l’espressione coinvolgente del grande attore drammatico, è riuscito per anni a nascondere le fragilità dell’uomo che stava dietro di esso.

Addio Robin. A me piace ricordarti così.



giovedì 7 agosto 2014

Libri consigliati – Fahrenheit 451 di Ray Bradbury




La fantascienza è un genere davvero portentoso: la sua lungimiranza è in grado di precorrere i tempi e di prevedere, con un margine di errore davvero risibile, dove ci porterà la nostra storia, quali saranno i nostri progressi tecnologici o quali conflitti (morali o reali che siano) ci troveremo prima o poi ad affrontare.
Fahrenheit 451 non fa eccezione. Perché Fahrenheit 451 parla di un futuro distopico dove la letteratura viene vietata dalla legge: chi viene trovato in possesso di libri è considerato a tutti gli effetti un criminale; la punizione, per questi trasgressori, è la più terribile: vedere la propria biblioteca data in pasto alle fiamme. Lo strumento con cui il Governo esercita il proprio controllo coercitivo è un apposito corpo di vigili del fuoco, istruito non più a salvare vite umane dalle fiamme, ma a dar fuoco a tutti i libri. Ed ecco che il governo, distruggendo i libri, stronca qualcosa di ancora più importante: il diritto dell’uomo ad essere libero.
Guy Montag, protagonista del romanzo, è un fiero milite di questo feroce corpo incendiario. Inizialmente entusiasta del proprio lavoro (l’odore di fumo che si porta addosso è per lui motivo di orgoglio) Montag si accorge presto che la sua vita non va per il verso giusto: è una vita incolore, sprecata davanti allo schermo di un televisore, stordita dalla ripetitività degli slogan pubblicitari; una vita in cui il dialogo umano è soffocato dai ritmi di una società mostruosa e asfissiante come il ventre infuocato di una macchina.
Ma ecco che Montag conosce Clarisse, la sua nuova vicina di casa. Clarisse è una giovane donna piena di vita, una ragazza che viene additata come pazza solo perché il suo sguardo preferisce soffermarsi sul volto pallido della luna, piuttosto che sulle immagini di un vuoto programma televisivo. Montag viene scosso da questa presenza e inizia a farsi domande. Finché un giorno, durante un rogo di routine, il nostro eroe salva dalle fiamme un libro e inizia, di nascosto, a leggerlo.
È l’inizio della sua ribellione, un percorso sofferto che lo porterà ad essere denunciato dalla moglie, ad uccidere con il lanciafiamme il comandante della caserma stesso, e a rifugiarsi, ferito, alla periferia della città. Qui incontra un gruppo di reietti, e con sua somma sorpresa scopre che ognuno di essi ha imparato a memoria un libro. Ecco che quegli uomini, in fondo insignificanti se presi da soli, insieme formano la memoria letteraria collettiva dell’intera umanità. In quell’istante, un suono terribile piomba dal cielo. Si tratta di un bombardamento che rade al suolo, in pochi istanti, l’intera città. Il romanzo finisce con Montag e i suoi nuovi compagni che si mobilitano per portare soccorso ai sopravvissuti.
Ci appare subito chiaro che il messaggio di Ray Bradbury è quanto mai attuale: anche noi siamo soffocati da una società che ci rende troppo simili a macchine senz’anima; anche noi siamo bersagliati dalla voce ipnotizzante dei mezzi pubblicitari; anche noi fissiamo imbambolati i visi estranei e beffardi dei partecipanti dei reality. Ma ecco che dalla letteratura possiamo trarre l’insegnamento per essere uomini migliori. I libri possono ricordarci chi siamo e quali errori abbiamo commesso. I libri possono accrescere la nostra sensibilità e la nostra empatia, dandoci la forza per costruire dalle rovine della civiltà in fiamme un mondo nuovo, un mondo costruito sulle basi solide e inscalfibili della cultura.
Noi, uomini del presente, siamo tenuti a farlo, perché solo così “verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tale quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra.[i]




[i] RAY BRADBURY, Fahrenheit 451, Milano, Mondadori, 2008, [1953], p.194.

domenica 20 luglio 2014

Infanzia e videogame


Noi, nati e cresciuti negli anni ’90, abbiamo avuto modo di vedere la rapida evoluzione del mondo dei videogame. Affermatosi già negli anni ’70, questo unico e rivoluzionario media si è diffuso nelle nostre case grazie ai computer e alle console, ormai giunte alla loro ottava generazione. Nati per gioco come esperimenti universitari (ricorderemo il famosissimo e ormai storico Pong), anno dopo anno i videogiochi hanno guadagnato un sempre maggior realismo visivo, arrivando a toccare temi maturi e a volte spinosi. I team di sviluppo si sono progressivamente allargati. I soldi hanno iniziato a girare. Oggi i videogame sono un business che vale decine di miliardi di dollari ed è forse per questo che, lentamente, la loro qualità si sta inequivocabilmente abbassando. Oggi per fare un capolavoro è sufficiente una grafica da urlo, un buon slogan pubblicitario e una massa di ragazzini incapaci di riconoscere un prodotto buono da uno scadente.
Ma per chi, come me, è cresciuto negli anni ‘90 i capolavori sono ben altri: sono i videogiochi che hanno segnato la nostra infanzia, quelli che ci hanno emozionato, fatto divertire e a volte spaventato. Sono i videogiochi che ci riportano alla mente il ricordo di come eravamo molti anni fa, quando la vita scorreva meno turbolenta (o almeno così ci sembrava).
In particolare, i videogiochi della mia infanzia sono due: Abe’s Exoddus e Heart of Darkness, entrambi platform a scorrimento orizzontale. 

Il primo, sequel di Abe’s Oddyssee (1997), è l’avventura di Abe, un Mudokon (si tratta di un alieno con grandi occhi gialli e la bocca mezza cucita) che deve salvare i propri compagni da una malvagia multinazionale senza scrupoli, pronta a saccheggiare i cimiteri di questi pacifici esseri per produrre con le loro ossa una bibita gasata. 
Avvertito in sogno (in realtà durante uno svenimento causato da un trauma cranico) dagli spiriti umiliati dei propri avi, Abe partirà con alcuni compagni alla volta dello Stabilimento Tempesta d’anime. Salvare i propri compagni non sarà un’impresa facile, ovviamente, e il nostro eroe sarà costretto a combattere contro vermi carnivori, guardie tentacolate munite di fucile mitragliatore e tritacarne pronti a spappolarlo al minimo passo falso. Il tutto cercando di far fuggire i propri compagni alienati, costretti a lavorare come schiavi negli ambienti bui e insalubri degli stabilimenti. L’ironia con cui sono gestite le vicende, la varietà delle ambientazioni e la simpatia del protagonista, fanno di questo gioco un autentico gioiellino (per chi fosse interessato, questo è il sito dell’imminente remake in HD http://www.oddworld.com/oddworldgames/new-n-tasty/).

Il secondo gioco, Heart of Darkness (1998) non si discosta molto dal precedente; si tratta infatti di un platform il cui tema principale è sempre un salvataggio: Andy, spensierato ragazzino dotato di una grande immaginazione, è costretto a viaggiare in un mondo fantastico per salvare il proprio cane, Whiskey, rapito da un’orda di neri demoni alati. Armato del proprio coraggio e di un fucile laser di sua invenzione, Andy viaggerà in luoghi affascinanti e mortali per amore del suo migliore amico. La particolarità di questo videogioco? Le morti atroci del protagonista che sapevano veramente terrorizzare (e divertire) un bambino di sette anni. 

Che cosa c’entrano, mi direte voi, i videogiochi con un blog di scrittura? C’entrano. Perché i videogame, nonostante molti li disprezzino, sono una forma d’arte molto complessa, che sa coniugare l’immediatezza dell’arte visiva con la musica e con lo storytelling (elemento in questo caso legato strettamente alla letteratura). I videogame, proprio come un buon libro, possono farci viaggiare in mondi di fantasia, ci affidano le armi giuste per affrontare i nostri demoni interiori. Ci possono persino insegnare la storia (se non ci credete, visitate questo sito http://valianthearts.ubi.com/game/it-it/home/index.aspx). Soprattutto, per chi ama scrivere, possono garantire combustibile per il fuoco dell’immaginazione.

E voi? Quali sono i videogiochi più amati della vostra infanzia? Commentate qui sotto e, se potete, condividete! 

Alvise