giovedì 19 marzo 2015

Windsmouth - prima parte

Molto presto la prua della Blue dolphin uscì dalla nebbia e davanti ai coniugi Melville si palesò una piccola isola verde, sulle cui rive sorgeva un villaggio che sfavillava sotto un fioco raggio di sole. Erano arrivati a Windsmouth.



I coniugi Melville avevano scelto di trascorrere la loro breve vacanza a bordo del Blue dolphin, un piccolo veliero con il quale erano salpati da Dover alle prime luci dell'alba, le vele gonfiate da un vento marzolino, lo scafo blu elettrico pronto a farsi strada attraverso il costante sciabordio delle onde. Mentre il vento muoveva i loro capelli color grano e la chiglia dell'imbarcazione sfiorava di poco la candida roccia delle scogliere, i coniugi Melville si erano guardati e avevano sorriso, convinti che grazie a quella vacanza molte cose sarebbero cambiate.
Quella di imbarcarsi era stata una scelta di comune accordo, l'unica, forse, che avessero mai compiuto durante il loro matrimonio, dove per matrimonio si intende il lento caracollare di dieci anni, metà dei quali trascorsi a litigare su quello che era il tema caldo del loro essere coppia, il nucleo di tutte le loro incomprensioni: avere figli o meno. Ed effettivamente era proprio quello il motivo per cui si erano convinti a salire a bordo, anche se ognuno, da bravo coniuge qual era, aveva una finalità diversa, nascosta dietro sorrisi artefatti e gesti all'apparenza affettuosi. Inutile specificare che si trattava di due finalità esattamente all'opposto, due punti di vista così lontani da costituire un labirinto senza via d'uscita: Selena Melville era convinta che una settimana di puro relax fosse l'ideale per convincere quella testa vuota del marito che avere figli era il fine ultimo di un matrimonio che poteva definirsi perfettamente riuscito. Dal canto suo, Igor Melville, rinomato medico chirurgo specialista in odontostomatologia, pensava che una settimana di sano sesso praticato sui sedili in pelle della cabina sarebbe bastata a scacciare dalla mente perversa della moglie qualsiasi fissazione sull'avere gnaulanti quadrupedi in giro per casa. Lui, figli, non ne aveva mai voluti, soltanto che si era ben guardato dal riferirlo alla moglie, per paura che lei lo abbandonasse come un fesso a pochi giorni dall'altare. E a quei tempi, Igor Melville era terrorizzato dall'idea di rimanere solo, solo con tutte le sue egocentriche esigenze e coi suoi complessi da analista. Ora invece l'idea di non aver mai accennato alla moglie quel suo odio viscerale per i neonati era il suo più grande rimpianto: almeno si sarebbe risparmiato centoventi mesi di continui alterchi, per non parlare dei lunghi periodi di astinenza dal sesso, l'unica vera arma di ricatto su cui Selena potesse contare e di cui, manco a dirlo, abusava a dismisura.
A complicare le cose c'era il fatto che Selena era una bella donna, senza se e senza ma. Non era una di quelle donne perfette da rivista o da passerella, ma di certo aveva molte frecce al suo arco, e quando lei e Igor si facevano vedere alle feste, ai matrimoni o alle inaugurazioni, era scontato che tutti gli occhi dei presenti venissero accalappiati dalle sue curve sode e dalla sua scollatura, studiata apposta per mostrare tutto e allo stesso tempo niente. Pur avendo trentacinque anni, quell'età di mezzo in cui ci si deve rendere ancora conto di essere usciti da tempo dal campo semantico della giovinezza, Selena aveva un portamento da ingenua studentessa universitaria: portava pettinature moderne, coi capelli lunghi solo da un lato, sfoggiava un trucco pesante e che però riusciva a non essere mai volgare; indossava completini corti che le mettevano in mostra le gambe sode e filiformi, che di certo una gravidanza, per quanto potesse essere senza complicazioni, avrebbe irrimediabilmente rovinato (era questo l'argomento principale di Igor e la fonte massima di ogni sua preoccupazione).
Ma sarebbe ingiusto tacere le qualità del signor Melville. Era anche lui un bell'uomo: massiccio, aitante, con la carnagione color miele quando si faceva estate, Igor era un individuo in grado di comportarsi adeguatamente agli occhi della società, anche se era una società che in fondo odiava con tutto il suo cuore. Era questo il vero motivo che l'aveva spinto ad optare per una vacanza diversa dal solito: stanco del suo freddo appartamento al centro, della sua automobile da corsa, di tutte le feste chiassose organizzate dai suoi amici altolocati, Igor Melville aveva capito che soltanto il mare, un'infinita distesa d'acqua, avrebbe potuto, con la sua semplicità, lenire gli occhi di chi era abituato a vedere troppe cose attorno a sé. Nel mare c'erano solo due cose: acqua e vento. Semmai la nebbia, un velo grigio che era ancora più gradito a chi desiderava una vacanza che avesse luogo in un mondo all'apparenza differente, separato da tutto il resto; un mondo che portasse con sé il gusto dolce ed esotico dell'inconsueto.
Era per questo che Igor Melville sorrideva beato, mentre il sole si rifletteva sul vetro nero dei suoi occhiali firmati; non pensava affatto alla moglie e ai litigi che si portava dietro, almeno finché non se la vide comparire sul ponte, inguainata in un costume da bagno così succinto che era come se non lo indossasse affatto.
«Sei uno schianto, pupa.» mormorò l'uomo, sollevandosi gli occhiali in modo da poter osservare Selena al suo colore naturale, un rosa chiaro che sapeva farti sballare.
«Anche tu non sei malaccio, signor Melville.» scherzò lei, agitando le natiche in modo civettuolo.
Sorrisero entrambi, il cervello di ognuno rischiarato da propositi opposti, finalizzati al loro rispettivo ed egoistico quieto vivere. Il Blue dolphin sfrecciava con leggiadria sul mare azzurro, suscitando bianchi spruzzi d'acqua che si abbattevano con uno scroscio sulle paratie lignee dell'imbarcazione. Quando le scogliere di Dover diventarono poco più di una striscia bianca alla loro spalle, Igor attirò l’attenzione della moglie con un fischio.
«Ehi, vieni qui. – le propose –Ti faccio usare il timone.»
Selena emise una risata strozzata.
«Stai scherzando, vero? La navigazione è una cosa da uomini.»
«Non dire sciocchezze.» sbottò Igor, non potendo fare a meno di pensare che erano altre le cose che spettavano solo agli uomini. Selena si avvicinò con titubanza, le guance lisce punteggiate da un lieve colore rosato. I suoi piedi nudi snelli, perfetti, producevano un suono sensuale al contatto con il legno bagnato del ponte.
«Ecco brava, così.» sussurrò l'uomo, dopo aver lasciato che le mani affusolate della moglie aderissero lentamente all'acciaio del timone a ruota. Selena rabbrividì al contatto con la sua superficie fredda e non poté fare a meno di arrossire, cosa che accadeva puntualmente quando doveva fare una cosa nuova o una cosa che odiava con tutte le sue forze.
«E adesso che devo fare?»
«Niente, lascia fare a me.» rispose Igor, mentre con mano sicura scioglieva il nodo del costume della moglie. Il seno di Selena, inturgidito dall'aria di mare, fece salire la pressione nella testa dell'uomo, mentre una vampata di calore trasformava il suo corpo prestante in una tanica di benzina pronta ad esplodere.
«Che cosa stai facendo, Igor?»
Lui non rispose. Una mano saettante si fece strada fra le cosce della donna, dirigendosi verso le sue parti intime bagnate di desiderio. Ecco brava, così. L'ego di Igor andò in frantumi quando la mano di Selena pose fine con prepotenza alle sue richieste.
«Che cosa c'è che non va, ora?» rumoreggiò l'uomo.
«Non mi va.» rispose lei semplicemente.
«Non ti va? Da quant'è che non ti va? Giorni, settimane, mesi? Credi forse che non tenga il conto? Oggi fanno ventun giorni, fra poco potremo festeggiare un nuovo mesiversario, amore
«Come sei... bestia! – gridò lei – Anzi, magari tu fossi bestia, almeno...»
«Almeno ti ingraviderei come una cagna in calore, è questo che volevi dire?»
Le narici di Selena fremettero e Igor quasi si aspettò di essere incenerito da un fiotto di odio, trasformato, per una qualche magia femminile, nell’alito incandescente di un drago.
«Io non sono una cagna, tanto meno la tua!»
«Su questo non ci sono dubbi.» ironizzò Igor, consapevole del flusso acido che si era messo a stuzzicargli lo stomaco.
La verità era che Igor amava quella selvaggia donna bionda, anche se spesso la rabbia gli impediva di vedere chiaramente ciò che provava e a volte gli metteva in bocca parole non sue. La amava, ma c'era una parte in lui che si opponeva al fatto di essere messo in secondo piano. Era questo che accadeva quando si diventava padre, no? Un ridicolo uomo in miniatura subentrava, ti scalzava via dal tuo posto d'onore e te lo fotteva. Diavolo, proprio no! Le cose andavano bene anche così, si ritrovò a riflettere Igor, che senso aveva avere dei figli? Se quello di diventare madre era l'unico desiderio di Selena, desiderio per il quale molto probabilmente avrebbero finito per separarsi, divorziare, o peggio ammazzarsi, significava che in fondo sua moglie non lo amava così come invece aveva giurato in più e più occasioni. Avrebbe dovuto amarlo comunque, anche se fossero restati soli per sempre. E invece no, perché per Selena era più importante avere fra le braccia uno stupido monello piagnucoloso. Ecco, era questo ciò che Igor pensava, e in quel momento, su quella barca, l'uomo si sentì particolarmente solo, più solo che se si fosse ritrovato single in un monolocale di tre metri per quattro, di fronte ad un rettangolino di pizza al formaggio e con una birra ghiacciata nella mano sinistra. Alzò gli occhi verso il viso della moglie e poi li abbassò, ingordo di piacere. Selena si accorse solo in quel momento di avere ancora il seno in bella vista e arrossì, di rabbia questa volta.
«Lo sapevo che non avremmo concluso niente con questa vacanza. Mi sono illusa, cretina che sono.» sibilò, mentre si riallacciava il costume irrimediabilmente bagnato. Igor scosse la testa con veemenza, facendo sì che gli occhiali, che aveva parcheggiato momentaneamente al di sopra della sua fronte spaziosa, gli tornassero perfettamente in bilico sul naso. Appena le lenti coprirono le sue iridi marrone scuro, Igor si accorse che la luce del sole era improvvisamente sparita. Alzò gli occhi al cielo. L'azzurro della mattinata si era improvvisamente incupito. Grosse nuvole scure si andavano addensando sulla linea dell’orizzonte e il vento, fino allora dolce e gentile, aveva cambiato carattere. Era diventato un dannato urlatore e si insinuava fra le vele bianche del Blue dolphin con la stessa rudezza con cui Igor aveva agguantato poco prima le parti intime della moglie.
«Un'idea doppiamente di merda.» commentò Selena, fissando anche lei le nuvole gonfie con i suoi occhi chiari, quasi di ghiaccio. Arrossì, non perché amasse il vento o perché lo odiasse, ma perché ne ebbe di colpo paura.
«È solo un po' di vento, passerà in un battibaleno.» berciò Igor a labbra strette, mentre si accendeva una sigaretta nella speranza che un po’ di tabacco lo facesse uscire dal vortice di nervosismo in cui il battibecco con la moglie lo aveva gettato. E invece Igor aveva preso un granchio: il vento non aveva alcuna intenzione di smettere. Si trasformò nel giro di pochi minuti in una tempesta, fottendosene di quelle che erano le previsioni della giornata, che sarebbe dovuta essere ventosa ma soleggiata fino all'ottundimento dei sensi. La chiglia iniziò ad andare su e giù, costringendo marito e moglie ad attaccarsi saldamente alle parti dell'imbarcazione, Igor al timone, Selena alla maniglia della cabina. Era come trovarsi in groppa ad un cavallo imbizzarrito lanciato in una corsa senza fine, ed entrambi sapevano che, se fossero caduti fra quelle onde viola ingigantite dal vento, le possibilità di sopravvivere sarebbero state affidate ad un salvagente a ciambella dall'aria ridicola, segno che quelli del noleggio barche avevano voluto risparmiare in ogni modo possibile (come se non bastasse il prezzo folle di affitto per quella bagnarola blu dal nome dozzinale).
Ad un tratto, un'ombra si fece avanti dal mare: un'onda anomala, affilata come una guglia e diretta perpendicolarmente verso lo scafo della loro imbarcazione.
Dio mio no! pensò Selena, immaginando già il gusto amaro dell'acqua marina inondarle la gola, arrivarle ai polmoni, riempirli fino all'orlo e poi farglieli esplodere. Non può finire così.
Igor strinse i denti e virò a dritta, consapevole che solo sfidando quella figlia del mare faccia a faccia avrebbero potuto salvarsi. L'uomo e il mare si incontrarono, si fusero assieme, la chiglia si inerpicò a fatica sul muro d'acqua, mentre gocce salate inondavano le membra tese dei coniugi Melville. Ce la devi fare, cazzo, ce la devi fare! Per qualche istante il mondo si inclinò dalla parte sbagliata, all'indietro, poi il Blue dolphin, proprio come un vero tursiope, balzò sull'onda in una sorta di volo magico e ricadde incolume dall'altra parte del mare.
La chiglia atterrò con uno scroscio sulla superficie grigio piombo del mare, suscitando una cascata d'acqua gelida che risuonò come una frusta. L’imbarcazione ondeggiò a destra e a sinistra, ma non si rovesciò. Selena, portandosi una mano alla bocca, scoppiò in pianto, le lacrime confuse con le gocce d'acqua che il vento aveva portato con violenza sull'imbarcazione. Siamo vivi! fu il pensiero che le si formò, nitido, nella mente.
Igor si voltò, tremando, e si mise ad urlare come un forsennato vedendo che l'onda, ormai alle loro spalle, si era sfogata sul mare inchiostro, ritornando ad essere semplice acqua piatta. Il pericolo era momentaneamente passato, anche se il vento continuava a scuotere la barca e a trascinarla dove voleva, così che governarla era praticamente impossibile. Selena cercò di avanzare verso il timone, desiderosa di baciare il marito e sedare le proprie paure attraverso il suo abbraccio, l'unica cosa che in quel momento potesse calmarla, se si escludeva una dose da cavallo di barbiturici.
«Dove siamo, Igor?» chiese, sull'orlo di scoppiare nuovamente in pianto.
«Non lo so. La bussola è impazzita!»
«COSA?»
Selena si avvicinò e vide che l'ago dello strumento continuava a volteggiare senza senso dentro la sfera del quadrante. Era un segno inquietante, in grado di sconvolgere le loro anime già atterrite dalla voce del mare.
«Com'è possibile?»
«Qualche fenomeno magnetico, forse... Che ne so io? So governare una barca, ma non sono certo Cristoforo Colombo.»
Il vento, nel frattempo, aveva perso potenza e le onde del mare si erano calmate. Era scesa tuttavia una nebbiolina di un colore azzurro sporco, tendente al grigio. La visibilità, in quella coltre soffocante, era praticamente ridotta a zero. Anche se la tempesta era passata, la prospettiva di schiantarsi contro uno scoglio invisibile non era affatto tranquillizzante. Sia Igor che Selena ammutolirono, le orecchie tese a captare qualsiasi suono utile, fosse il grido di un gabbiano o la sirena di un'altra imbarcazione nei paraggi.
«Guarda. C'è un'isola laggiù!» gridò ad un tratto la donna, indicando un punto di fronte a loro. C'era davvero un lembo di terra, adagiato mollemente all'orizzonte, appena visibile oltre il sudario amaro della nebbia.
«Non può essere l'isola di Wight – rifletté Igor – Non credo ci siamo spinti così distante in così poco tempo.»
«Che cosa te ne importa di che isola è? – sbottò Selena – purché ci sia un po' di terra da calpestare dopo tutto questo mare del cavolo dannata io che ti ascolto sempre la prossima volta ricordami di mandarti al diavolo se mi vieni fuori con le tue idee bislacche di prendere una barca invece di andarcene come al solito alle Bahamas che a me piace la sabbia il sole i cocktail non so perché ti ho detto di sì io non volevo noleggiare questa bagnarola del cazzo mi fanno schifo le barche a vela e poi non parliamo di come ...»
Igor sospirò, entrando in modalità standby, la sua àncora di salvezza quando Selena era in vena di piantar grane, e diresse la Blue dolphin verso la sagoma scura dell'isola. Non si accorse che il vento spirava in modo strano, attirando la nave piuttosto che accompagnarla con il suo soffio.
Molto presto la prua della Blue dolphin uscì dalla nebbia e davanti ai coniugi Melville si palesò una piccola isola verde, sulle cui rive sorgeva un villaggio che sfavillava sotto un fioco raggio di sole. Erano arrivati a Windsmouth.

lunedì 9 marzo 2015

La foresta di Karandar




Il matrimonio di Seretil, dea della Luce, e di Primil, dio della Notte, durò tre anni. Alla cerimonia erano state invitate tutte le divinità dell’universo, da quelle più importanti a quelle più insignificanti: c’erano Korus, creatore di tutte le cose (nonché padre di Seretil), e sua moglie, Corinna, la regina del Caos (dalle atre viscere del Nulla era stata partorita e portava, dentro i suoi profondi occhi neri, la scintilla della distruzione). C’erano Soratul, sovrano dell’aldilà, giunto fino ai cancelli del cielo con il suo cocchio di ferro trainato da anime in pena, e Tornidas, signore dei mari, fratello di Korus e suo fedelissimo compagno di caccia. E poi un’infinita schiera di divinità di fiume, ninfe di lago, folletti di montagna, darimani (dèi del focolare domestico), semidei, bestie mitiche e anime pie. Tutti erano accorsi, consapevoli che quello era di certo l’evento più importante mai accaduto nell’intero universo, se si escludeva la Creazione stessa. E, proprio per sottolineare la grandiosità di quel giorno, il Palazzo del Cielo era stato ampliato e i suoi giardini abbelliti con code di comete, piume di fenici e polvere di stelle. Brillava come il centro della Via Lattea, benché il suo perimetro fosse di gran lunga maggiore di quello della galassia.
Conclusa la cerimonia, la folta e variopinta folla degli invitati, che sarebbe di certo apparsa come una diabolica mascherata agli occhi dei comuni mortali – i quali, beninteso, mai avrebbero potuto immaginare che proprio quegli esseri così spaventosi, deformi e grotteschi fossero gli artefici del loro tanto amato universo – accompagnò i novelli sposi fino ai Cancelli del Cielo, sul picco più alto del mondo. Di lì, montati su un fremente destriero alato, Seretil e Primil partirono al galoppo per la loro luna di miele. Destinazione, la Terra.
Era stato un desiderio di Seretil quello di visitare quel minuscolo pianeta azzurro. Primil, dal canto suo, avrebbe preferito viaggiare nei remoti angoli dell’universo e creare, per la sua giovane moglie, qualche nuovo pianeta su cui trascorrere un romantico cinquantennio, ma Seretil non aveva voluto sentire ragioni:
«Ho sempre sognato vivere tra gli uomini! – aveva detto – Voglio provare sulla mia pelle le sensazioni, le gioie e i dolori di cui tutti parlano e che si dice siano così intensi, lì, sotto il cielo stellato. Diventeremo come gli esseri umani, ci immergeremo nel loro mondo e, non riconosciuti, ci mimetizzeremo fra loro. Così io ho deciso, perché sono Seretil e mia è la Luce.»
Primil avrebbe voluto ribattere che se lei era la Luce, lui era la Notte e nessuno, neppure Korus in persona, avrebbe potuto dire chi era il più importante tra loro, perché, in fin dei conti, si completavano e si annullavano a vicenda. Ma decise, per amore della pace familiare, di accondiscendere al desiderio della sua consorte. E ora, mentre il cavallo alato sfidava il maestrale e sfiorava con gli zoccoli i crinali albini delle catene montuose, Primil si chiese se era stata la scelta giusta.

*

Scelsero di atterrare in una nebbiosa foresta del nord, una larga macchia grigio-verde dalla quale si libravano a intervalli regolari stormi di corvi e di ghiandaie. Non era una foresta come quelle del Cielo: non aveva alberi d’oro, né frutti di rubino, né uccelli di fuoco sui rami, né laghi d’argento. Eppure ogni abete trasudava una bellezza così semplice che le due divinità, abituate a vedere il mondo dall’alto, rimasero senza fiato.
Si trasformarono subito: Seretil divenne una bellissima regina bionda, vestita con una stola di visone e con una corona d’oro in testa; Primil un giovane principe di vent’anni, con una spada d’argento al fianco e un mantello color della notte. Per vivere al meglio quell’esperienza, decisero entrambi di rinunciare momentaneamente ai loro poteri, persino all’immortalità. Divennero due esseri umani, nient’altro, con tutti i pro e i contro.
Si guardarono intorno, poi l’uno con l’altro.
«E adesso?» si chiesero.

*

Si misero a vagare fra gli alberi, senza meta. Essendo divinità, non avevano alcuna esperienza sul mondo degli uomini e di certo non sapevano cosa si dovesse fare in una foresta né che per sopravvivere fosse necessario procacciarsi il cibo e cercare l’acqua. Il lavoro, la fatica, per loro erano solo parole senza alcun significato. Addirittura si stupirono quando, stanchi di vedere tutti quegli alberi e desiderosi di spostarsi in una città, scoprirono che non potevano in alcun modo volare o teletrasportarsi ma che dovevano fare affidamento solo sui loro piedi. Il cavallo alato, per di più, se n’era andato subito e, come gli era stato ordinato, non sarebbe tornato prima di cinquant’anni. Erano soli, in quella maledetta foresta. Proprio come dei veri essere umani.

*

E così, lasciati a loro stessi, finirono per perdersi in mezzo a tutti quegli alberi. Camminarono e camminarono e camminarono, senza riuscire a trovare una via d’uscita: ogni volta che si avvicinavano al limitare della foresta, infatti, scoprivano di essere intrappolati tra le mura color ossidiana delle montagne; sarebbero morti di fame se non avessero visto che gli animali, avvicinandosi agli alberi, ne mangiavano i frutti. Un piccolo cervo, che si era abbeverato ad un rigagnolo, insegnò loro che dovevano bere, se volevano placare quel senso di arsura che graffiava le loro gole. Dai conigli impararono invece che, quando si avvicinava la notte, era meglio trovare un riparo nel ventre della terra se non si voleva finire fra le grinfie di qualche predatore notturno.
E così le stagioni, lentamente, si alternarono; gli alberi si spogliarono di foglie, i fiori appassirono, dal cielo presero a scendere strani petali bianchi, che creavano un soffice manto sul terreno. Seretil ne aveva sentito parlare da suo padre, ma non ricordava come si chiamasse.

*

Estate dopo estate, inverno dopo inverno, i cinquant’anni lentamente passarono. Ma non passarono rapidamente, come accadeva nel Palazzo del Cielo, dove un millennio corrispondeva ad un solo anno umano: Seretil e Primil li sentirono sulla propria pelle, ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno; eppure non avevano la cognizione di cosa fosse il tempo, loro, che vivevano nei cieli da sempre; Primil, dal canto suo, dopo una decina d’anni avrebbe voluto porre fine a quella luna di miele, riattivare i suoi poteri addormentati e tornare al Palazzo, ma sapeva che Seretil, testarda di natura, non avrebbe mai voluto arrendersi prima che i cinquant’anni fossero trascorsi. Lei, sotto sotto, si era un po’ pentita di quella scelta, ma non voleva tirarsi indietro, perché sapeva che Primil non l’avrebbe digerita tanto facilmente, dopo che lei aveva così tanto insistito per venire lì, sulla Terra.

*

Un mese prima che tutto avesse fine, Seretil e Primil, stanchi come non era mai accaduto in tutta la loro millenaria esistenza, si trascinarono ai bordi di un laghetto. Era uno specchio d’acqua di piccole dimensioni, dove però le cime più alte delle montagne si specchiavano, dando l’illusione che, oltre quelle acque, ci fosse tutto un altro mondo da scoprire. Sia Seretil che Primil si inginocchiarono per bere ma, quando si avvicinarono al pelo dell’acqua, entrambi sussultarono ed estrassero le armi. Laggiù, oltre il velo azzurrino del lago avevano visto due esseri umani mostruosi. Avevano il volto pieno di rughe, due paia di occhi grigi e spenti, due bocche cadenti, come se non avessero più i denti a sorreggerle. I volti della morte. Seretil e Primil rimasero in allerta, la spade sguainate, lo sguardo rivolto alle rive del lago. Ma i due mostri non diedero segno di voler uscire dall’acqua. Fu lì che a Primil venne un dubbio: che fossero…
Si avvicinò, nonostante i moniti della moglie, e fissò di nuovo i suoi occhi nell’acqua, trattenendo a stento un gemito di paura. Proprio come temeva: non erano persone, ma il loro riflesso. Nel breve tempo della luna di miele, da splendidi esseri umani erano diventati due disgustose mummie. Nessuno dei due sapeva che cosa fosse la vecchiaia e attribuirono quel cambiamento a quel luogo, alla foresta.
Al che il dio gridò:
«Ora basta!» e istantaneamente recuperò tutti i suoi poteri e, con essi, il suo aspetto incorruttibile e perfetto, come quello di una statua di marmo e avorio. Lo stesso fece Seretil, e tutto il lago risplendette della loro luce riflessa, una luce gelida e divina.
In quel mentre sentirono un rumore provenire dalle loro spalle. Si girarono, irati, e videro che stava arrivando, dal folto della boscaglia, un vecchio boscaiolo, tutto curvo per via dei tronchi di legno che stava trasportando sulle spalle, in una gerla. Il primo essere umano che vedevano da quando avevano messo piede in quel luogo così strano! Gli si avvicinarono con altezzosità e Primil, ergendosi in tutta la sua divina altezza, gli chiese:
«Dimmi, villico, come si chiama questo posto maledetto, dove i giorni corrono via come sabbia in una clessidra?»
E l’uomo, dopo averci pensato un po’, corrugò la fronte e rispose:
«Si chiama vita.»
E, per un ovvio fraintendimento, Primil credette che l’uomo si riferisse soltanto alla foresta.

Così, ancora oggi, quella foresta così anonima ha un nome ben preciso. Viene chiamata Karandar, che, tradotto nella vostra lingua, ha più o meno questo senso: vita.

lunedì 2 marzo 2015

Dalla tomba - una storia di vendetta

Due tragedie. Due donne rimaste sole. Due desideri di vendetta inappagati. O forse solo uno.
Buona lettura




«Condoglianze, mia cara. Roger era un ragazzo fantastico, davvero. Me lo diceva sempre la mia Rebecca quanto era intelligente, quanto era… particolare
Ashlee si liberò della stretta di mano della signora Wood con fastidio. Aveva una mano viscida, falsa quanto il sorriso che le increspava il viso. Rebecca! Figurarsi! Odiava il suo Roger con tutta se stessa, così come lo odiavano tutti i ragazzi di quella maledetta scuola, la St. Peter High School. Da quando aveva messo piede in quella vecchia struttura, un ex-cotonificio in mattoni rossi dall’atmosfera cupa, che si sviluppava a pochi metri dalla chiesa dedicata al santo patrono della cittadina, Roger era stato vittima di scherzi mancini, di minacce e di pestaggi. Ceffoni, soldi rubati, merende divorate e poi risputate nello zaino, cappotti calpestati dopo una corsa in mezzo al fango del campo da baseball. E questo solo perché era… diverso. Già era difficile farsi amici in condizioni normali… se si era in sedia a rotelle, paralizzato dalla vita in giù per via di una complicazione durante il parto, era una missione pressoché impossibile. E Roger soffriva di quella condizione, certo che sì… era così sensibile.
Gli occhi di Ashlee si riempirono di lacrime.
«Aveva solo diciassette anni – mormorò, mentre dentro di lei si accumulava una rabbia sempre più cieca – quanta solitudine doveva portare nel cuore per trovare il coraggio di fare quello che ha fatto?»
La signora Wood contrasse le labbra in un sorriso incerto. I suoi occhi, imbottiti di un perbenismo che mal celava il fastidio di trovarsi a quel funeral party, trasmettevano chiaramente un’unica domanda. Cosa vuole questa stronza? Io le scuse gliel’ho fatte, come si conviene. Che cosa le manca, ora? Non poteva ringraziarmi e basta, senza tirare fuori ancora questa storia? Roger era un… handicappato, non era come mia figlia, come i nostri figli. Forse il suicidio era l’unica via per lui, l’unica scelta possibile per chi non può dare il 100%.
Ashlee dovette leggere quella domanda negli occhi glaciali della donna, dovette intuirla o percepirla col suo potere latente di madre, perché la sua fronte si corrugò, i denti le fuoriuscirono dalle labbra sottili, il suo sguardo si trasformò in fuoco puro. La signora Wood indietreggiò e afferrò per istinto il braccio di sua figlia Rebecca, una ragazza esile e sfrontata, che da quando era entrata non aveva fatto altro che rimpinzarsi di tartine ai gamberetti e lanciare occhiate ai suoi coetanei, in cerca di qualcuno che la sbattesse senza tanti discorsi contro il muro di un vicoletto.
«Via da qui... ORA!» sibilo Ashlee. Aveva parlato troppo piano perché gli invitati, pressappoco tutta la città, la udissero. Erano troppo intenti a divorare come locuste i cibi che Ashlee aveva ordinato da Loren’s Garden, il servizio più costoso di catering di tutta Mystic Hill. C’era il reverendo Connor, che aveva presenziato alla funzione con laica piattezza, e il sindaco Bolton, doppio mento e baffoni compresi. Da bravo politico qual era aveva l’appetito più sviluppato e mostruoso di tutti, raccoglieva pizzette a piene mani e le infilava in bocca tutte intere, come se fosse un gigantesco forno di maiolica nero. Già… nero. Era il colore dominante in quella stanza. Un nero assoluto, che i cittadini indossavano con spontaneità: per loro era solo un colore, appunto, non uno stato d’animo. Sarebbe stato facile, per loro, togliersi quell’abito e rimetterlo in un cassetto. Ashlee invece non sarebbe mai riuscita a disfarsi della sua anima, non più facilmente di quanto sarebbe riuscita a staccarsi la pelle, appenderla ad una gruccia e infilarla nella cabina-armadio.
Ashlee gridò una seconda volta e questa volta tutti la udirono, anche se molti finsero che non fosse così. Evidentemente dovevano ancora assaggiare i vol-au-vent al caviale rosso e i tagliolini all’astice.
«FUORI DI QUI, TUTTI QUANTI!»
Il silenzio calò nella stanza. I visi di tutti si focalizzarono su di lei, ma Ashlee non si vergognò minimamente, semmai si vergognava di aver invitato lì tutte quelle faine. Altro che Loren’s Garden! Doveva servire loro bocconi avvelenati, carne rancida impregnata di stricnina… erano solo ratti, in fondo… disgustosi roditori animati da una fame dissennata. La rigidità del loro moralismo era la loro tana, la loro profondissima fogna. Niente avrebbe mai potuto cambiarli, era questa l’origine dell’ira e della frustrazione che montavano sempre di più nel corpo sofferente di Ashlee.
«VIAAA!»
Ormai la donna non aveva più voce né lacrime. Uno ad uno, i cittadini sfilarono via dalla casa, ognuno con uno sguardo pieno d’odio riservato per Ashlee. Che modi? Ma come si permette? Nemmeno la morte del figlio può darle il diritto di comportarsi così! Era ciò che la gente bisbigliava mentre raggiungeva le automobili e apriva rancorosa le portiere.
Sapevano di essere stati loro a spingere Roger fino a quel punto, ma fingevano di essere offesi per mantenere inalterata la loro coscienza. Disgustosi! Oh, ma in un modo o nell’altro gliel’avrebbe fatta pagare! Ashlee se lo ripromise, lo giurò con la voce dell’anima, che era più attendibile di qualsiasi firma su un contratto.
La donna si girò di scatto, furibonda. C’era ancora un’ospite, che evidentemente era troppo orgogliosa per esaudire il suo desiderio di restare da sola. Ashlee, in verità, non era certa che facesse parte di Mystic Hill. Era la prima volta che la vedeva. Era una vecchia all’apparenza come tutte le altre: bassa, curva, rinsecchita, la testa più grande del corpo, come quella di un neonato appena uscito dall’utero materno. Capelli radi, esili, di un colore indefinito, un misto fra un bianco crema e un grigio sabbia di fiume. Naso sottile, appuntito, narici larghe e punteggiate di venuzze viola-blu; occhi chiari, quasi color ghiaccio, spuntavano come spilli da sotto sopracciglia anch’esse bianche, leggermente incurvate e cascanti per l’età.
«Cos’è? È per caso sorda? – la aggredì Ashlee – se ne vada. Subito!»
La vecchina sorrise empaticamente, avvicinandosi a piccoli passettini, con la borsetta davanti a sé come se fosse uno scudo. E, in effetti, pareva proprio uno scudo e Ashlee ebbe la sensazione che, se solo avesse provato a colpirla, le ossa della sua mano si sarebbe polverizzate al solo contatto con quella piccola, all’apparenza insignificante borsetta.
«Conosco bene il tuo dolore, cara Ashlee – belò la vecchina – Anch’io ho perso un ragazzo così. Si chiamava Nicholas.»
Ashlee sobbalzò. Nicholas! Ma certo! Quella vecchina dall’aria innocua doveva essere la signora Sumad Artson. Da quando si era trasferita lì, oltre cinquant’anni prima, erano sorte molte leggende sul suo conto. Innanzitutto perché veniva dal Medio Oriente. Il signor Artson l’aveva incontrata durante un suo viaggio di gioventù, se ne era invaghito, l’aveva sposata ed era tornato con lei in Illinois. E già questa era una bella stranezza, visto che George Artson era un tipo solitario, che si era sempre interessato poco alle donne, tantomeno alle straniere. Ma tutto questo mistero e i pettegolezzi suscitati da quell’inatteso matrimonio erano passati in secondo piano quando era accaduto l’incidente di Nicholas. Anche Nicholas si era ucciso. Mystic Hill era sempre stata piuttosto chiusa verso le novità, verso gli stranieri, verso le persone… particolari. Anche Nicholas era sensibile, aveva sofferto l’indifferenza e l’intolleranza delle famiglie perbene di Mystic Hill e aveva deciso di farla finita. Roger si era buttato nel fiume. Nicholas dal campanile della parrocchia. Due tragedie. Due donne rimaste sole. Due desideri di vendetta inappagati. O forse solo uno.
«Signora Artson, mi scusi. – balbettò Ashlee – Credevo che fosse una…»
«Una di quelle? No, cara. Decisamente no. Io per prima ho patito l’acido dell’intolleranza, l’ho sentito scorrere ovunque, nelle parole dei passanti, nelle viuzze verdeggianti di questo bella cittadina.»
«Bella? Io non vedo nessuna bellezza, qui.»
«Non sia severa con la vita, cara Ashlee. Se c’è una bruttezza, quella di certo non è insita nei mattoni della scuola, né nel legno del campanile, né… nel ferro del ponte sul fiume. Di certo, se l’uomo avesse imparato l’arte della convivenza, del dialogo e della condivisione, se avesse imparato ad aprire i cancelli delle proprie isole incontaminate per accogliere i fuggiaschi, il passaggio su questa terra sarebbe meno arduo. E suo figlio potrebbe essere ancora vivo.»
«Sì, be’. Ora non ha più senso parlarne. Ormai è troppo tardi.»
La Artson sorrise.
«Forse sì, forse no.»
Il cuore di Ashlee cominciò a tamburellare. Cosa si nascondeva negli occhi di quella donna, quella vecchia venuta dal deserto, da una terra di calura, arsura e mistero?
«Che intende dire?» sussurrò la giovane, mentre il suo sguardo si posava, senza che potesse controllarlo, sulla foto di Roger che teneva sopra il caminetto. Era così bello, così perfetto ai suoi occhi.
«Be’… se le dicessi che esiste un modo per riavere suo figlio, una parte di suo figlio… come risponderebbe?»
«Lei è pazza. Se ne vada!»
La Artson ringhiò.
«Non sia stupida! Risponda alla mia domanda!»
«Io… farei tutto quello che è necessario per poterlo riabbracciare.»
«Bene. E se le dicessi che, da quel momento in poi, non solo la vendetta manterrà in vita suo figlio, ma anche lei?»
Il viso pallido di Ashlee si contrasse in una smorfia, che cercava di essere un sorriso.
«Risponderei che la vendetta, dopotutto, è un buon motivo per vivere.»
La Artson sorrise di nuovo.
«Bene

*

Ashlee aspirò una boccata dal suo spinello. Poi, senza riuscire a trattenersi, si mise a ridere, a ridere dissennatamente, e così facendo tossì fuori una nube di fumo dolciastro, un sentore di piante bruciate che riempirono l’abitacolo fino a trasformarlo in una landa nebbiosa. Le lacrimavano gli occhi, ma non per via del fumo: era tutto un caos di emozioni, il suo animo. Risate si alternavano a lacrime e a volte coesistevano; ma anche in quel caso sia le risate che le lacrime erano entrambe in qualche modo vere.
Se le dicessi che esiste un modo per riavere suo figlio, una parte di suo figlio… come risponderebbe?
Ashlee scosse la testa. A questo si era ridotta: a fumare marjuana, come una quindicenne senza sale in zucca! A seguire le folli macchinazioni di quella vecchia bastarda!
Dio!
Doveva essere proprio imbecille per dar credito alla storia assurda che la signora Sumad le aveva raccontato. Che cosa le stava accadendo? Eppure era cresciuta in una famiglia con sani principi, una famiglia atea, senza tanti grilli per la testa, senza nessuna fede tranne che in quella nel progresso umano. Suo padre credeva solo a quello che vedeva; per lui neppure l’amore esisteva: era solo una reazione chimica destinata ad esaurirsi dopo l’accoppiamento… Era un uomo tutto d’un pezzo, rude e diretto, razionale e coscienzioso. Ed era così che Ashlee lo ripagava? Andandosene in giro di notte, per i cimiteri, a sognare l’impossibile, a desiderare follemente di poter riabbracciare suo figlio… per merito di una grotta? Come l’aveva chiamata la Artson? Un luogo di passaggio!
“Dio mio – si disse Ashlee – Sono pazza o solo disperata?
Un movimento nella notte attirò la sua attenzione. Il guardiano del cimitero aveva appena chiuso il lucchetto del cancello che proteggeva le tombe dai teppisti che venivano lì ogni tanto, a far casino. Dopo essersi guardato attorno, per assicurarsi che fosse tutto a posto e che le luci del cimitero fossero spente, l’uomo si mise in tasca il mazzo di chiavi e sputò per terra. Era il classico guardiano di cimitero: magro, allampanato, viso anonimo, un po’ sinistro, barba mal rasata, cappellaccio in testa, calzoni di fustagno, stivali infangati. Ashlee avrebbe provato pietà se non avesse saputo che quel guardiano era un pettegolo, un insensibile che rubava i fiori dalle tombe per fare la corte alle donne che passavano dal benzinaio, all’imboccatura della statale. Un uomo che allungava le mani un po’ troppo spesso e che, all’occorrenza, faceva la spia per mogli gelose.
Lentamente, tenendo lo spinello in bilico fra le labbra, Ashlee si slacciò la cintura di sicurezza. Presto il guardiano sarebbe sparito nella notte, diretto verso l’unico bar della città. L’alcolismo era ammesso. La violenza pure. L’uguaglianza no. Curioso, non è vero?
Ecco, se n’era andato. Ashlee attese qualche secondo, poi scese, aprì il portabagagli e prese quanto era necessario. Era pazza, o solo disperata? Non lo sapeva. Ma la Artson le aveva dato una speranza, folle, ma pur sempre una speranza. E lei la avrebbe seguita fino in fondo, a qualsiasi costo.

*

Eccola, la tomba di suo figlio. Scavata di fresco, neppure dieci ore prima; un semplice monticello di terra coperto di sassolini, in attesa che il marmista preparasse la lastra tombale e scolpisse un angioletto di marmo. Un piccolo angioletto di marmo, magari vestito con una lunga tunica a mo’ di campana e con un supporto per il lumicino elettrico fra le sue manine di pietra. Un angioletto di marmo messo a vigilare i resti di un povero ragazzo la cui sfortuna, per quanto grande, era stata ulteriormente ingigantita dalla malvagità degli uomini.
Oh, se la Artson mi ha mentito, se lo ha fatto…. Non potrà mai scappare così lontano. La troverò e la farò a pezzi.
Eppure, per quanto la storia fosse assurda, Ashlee sentiva che sarebbe andata esattamente come la Artson le aveva promesso. Se lo sentiva sotto la pelle. Una voce le sussurrava cosa fare, attizzandole i sensi e risvegliando, da qualche parte nel suo corpo di quarantenne, i suoi istinti più ferini… era eccitata, dannatamente eccitata, come neppure Frederick, il suo defunto marito, era mai riuscito a renderla.
«Attendi l’imbrunire – le aveva detto Sumad – poi va’ in cimitero, scavalca il cancello e raggiungi la tomba di tuo figlio. Scava, apri la bara, prendi il suo corpo, caricalo in auto e fa’ esattamente come ti dirò.»
«Lei è soltanto una povera pazza…» aveva risposto Ashlee, a denti stretti, ma non aveva potuto fare a meno di registrare quelle parole. E, quando la Artson se n’era andata, la prima cosa che Ashlee aveva fatto era stata scendere nel capanno degli attrezzi, prendere la pala e riporla accuratamente, avvolta in una coperta, nel bagagliaio. Poi era salita sulla sua Cadillac e si era messa a guidare senza meta, in attesa che il cielo si facesse buio.
Ed ora eccola lì, di fronte al monticello umido che nascondeva il corpo sfigurato di suo figlio.
“Oh bambino, bambino mio…” sussurrò, mentre un paio di pipistrelli, scendendo come fulmini dal cielo, strillavano la loro sorpresa di trovare un essere vivente in quel luogo di eterno riposo.
“Forza, Ashlee – mormorò la voce nella sua testa, più sottile e perentoria che mai – la notte non è eterna.”
Magari lo fosse, pensò Ashlee.
Impugnò la pala e la infilò nella terra come fosse un cucchiaio. Scavò, scavò e scavò, finché il ferro della pala urtò contro il legno della bara. Si udì un rumore di legno spezzato e sul coperchio si produsse un vasto buco. E la luna, perfetta come un cerchio realizzato col compasso, proiettò un raggio argentato attraverso quel buco, illuminando il candore di un occhio che non poteva più vedere, l’occhio aperto e cristallizzato di Roger. Ashlee si mise a singhiozzare, ma continuò comunque a lavorare, seguendo alla lettera ciò che le ordinava la voce.
Se qualcuno, dopo aver sconfitto il soffocante velo del sonno, si fosse avvicinato alla finestre della propria casa verso mezzanotte, avrebbe visto una strana figura uscire dal cimitero. Una figura con due braccia, due gambe, due teste. Era Ashlee, con il figlio sulle spalle, trasformata in un mostruoso millepiedi umano dal manto nero come la morte della notte. L’avrebbero vista strisciare lungo i marciapiedi, raggiungere il parcheggio della chiesa, e salire su una vecchia Cadillac polverosa; infine sparire alla volta delle colline.

*

Roger ciondolava in avanti, trattenuto dalla cintura di sicurezza. Ashlee lo guardò.
«Andrà tutto bene, bambino mio. Facciamo una bella gita, vuoi? Certo che lo vuoi. Sarà come quella volta, quando siamo andati con papà alla fiera, ricordi? Sei rimasto sulle giostre così a lungo che ti girava la testa. Quante risate!»
Ma Ashlee non rideva e neppure Roger. E come avrebbe potuto farlo? Era morto. Ogni scossone dell’utilitaria faceva rimbalzare la sua testa su e giù, come una palla sgonfia rimasta appesa al filo spinato di un muricciolo e lasciata lì, al vento. Il vetro accanto al sedile del passeggero, ormai, era tutto rigato di sangue. Fortunatamente era troppo buio perché gli altri automobilisti potessero vederlo, e per di più le strade erano totalmente deserte. C’erano solo Ashlee e la sua Cadillac, che ululava nella notte come un argentato e gelido fantasma.
«Ancora per poco, tesoro mio – sussurrò la donna – ancora per poco.»

*

Sarebbe stato pressoché impossibile trovare la grotta senza le indicazioni della Artson. Ashlee per un attimo pensò che fosse stata proprio lei a crearla, in qualche modo. Forse che la sete di vendetta di una madre poteva rendere possibile l’impossibile?
Scese, aprì la portiera destra dell’auto, si caricò il figlio in spalla e proseguì, il respiro mozzato dalla fatica, fino all’entrata della grotta: era una fessura sul fianco di una bassa collina, come una ferita di coltello inferta a madre natura. Spirava un vento gelido da quell’entrata, simile al respiro rauco di una creatura del sottosuolo. Faceva venire i brividi. E poi c’era quel silenzio. Ashlee non aveva mai udito un silenzio simile, un’immobilità così accentuata come in quella notte. E la colpa, di certo, non era della notte.
La fessura sulla collina, così slabbrata e serpentiforme, le ricordava la bocca della signora Artson.
«Entra per quella feritoia – le aveva detto la vecchia – scendi le scale che troverai finché arriverai ad un bivio. Scegli la via a sinistra, mi raccomando, per quanto la destra possa sembrarti più sicura. Prosegui ancora, giù nel buio, finché troverai un lago sotterraneo. Non badare alle ombre che ti circonderanno e non ascoltare i loro consigli. Lascia tuo figlio nell’acqua. Poi torna indietro, esci nella notte e attendi che il tuo Roger, alle prime luci dell’alba, ti raggiunga. E mi raccomando, mentre risali le scale non voltarti mai indietro, per nessuna ragione al mondo.»
«Perché, cosa mi seguirà?»
«Fidati, non lo vorresti sapere. Ti farebbe uscire pazza.»
Non più di come lo sono ora, sibilò Ashlee, chiedendosi ancora come potesse trovarsi lì, col cadavere del figlio sulle spalle. Si guardò attorno, quasi augurandosi che qualcuno la vedesse, che qualcuno la fermasse. Ma era sola, come sempre. Così non le restò altro che entrare.

*

La figura snella e aggraziata di Rebecca Wood si palesò alla luce incerta del lampione. Guardò nella loro direzione, ma era troppo buio perché potesse distinguerli. Per lei, quell’auto lasciata lì, vicino ai cassonetti dell’immondizia, era un’auto dimenticata da qualche viaggiatore distratto. Ma non era così, oh no.
Ashlee rilassò i muscoli. Bene. Sarebbe stata una lunga notte, una lunga notte soddisfacente. Perché, si sa, la vendetta è un piatto da gustare freddo e lei si sarebbe gustata tutto quanto, ogni minuto, ogni secondo, ogni istante. Ogni grido. Ogni schizzo di sangue.
«Non ci ha visto, tesoro mio. Ora tocca a noi.» sussurrò.
Roger si voltò verso di lei. Ashlee rabbrividì. No, quello non era suo figlio. Non lo era pienamente. Eppure il corpo era il suo. I capelli erano i suoi. Le mani, bianche e forti, erano le sue. E ad Ashlee questo bastava.
«Cosha fashamo mmmamma?»
Roger, per via della faccia mezzo spappolata, non era in grado di parlare bene. Ad Ashlee sembrava fosse tornato bambino, quando ancora doveva imparare a scandire le parole e lei cercava di insegnarglielo con una sciocca filastrocca: “A come Amore, B come Bambino, C come Cane”…
Dio, come si è arrivati a questo?
Ashlee si sforzò di sorridere, anche se la sola vista del sorriso distrutto di Roger le dava il voltastomaco.
«Adesso ci divertiamo, bambino mio. Proprio come quella volta alla fiera. E ci sarà da mangiare, puoi starne certo. Tanta carne fresca da mangiare.»
Roger batté le mani e rise (gorgogliò).
«Shì! Io ho p-proprio f-fam-e-e-e.»
Anche Ashlee scoppiò a ridere e, con quella risata, ogni scrupolo morale venne spazzato via.
Sarebbe stata una lunga notte, la più lunga di tutte. Avevano un’intera città da visitare. Tutta Mystic Hill. Nessuno escluso.

*

La signora Artson li stava aspettando seduta sulla poltrona, immersa nel buio del suo salotto, le mani guantate avvinghiate ai braccioli e lo sguardo perso sul resto della sua cena: una coscia di pollo bollita, tre o quattro patate al burro e un bicchiere di vino rosso. La radio, un vecchio modello della Phonola, era accesa e trasmetteva un archeologico pezzo rock di Jerry Lee Lewis.
Ashlee e Roger si avvicinarono alla donna, silenziosi come cipressi nella notte. Lei non li guardò neppure.
«Sapevo che sareste venuti – mormorò – per prendere anche noi due.»
«Lui dov’è?» chiese Ashlee, con una nota di compassione nella voce.
«È giù, nel seminterrato. Vive lì da oltre trent’anni.»
«Fallo venire qui.»
Ma Nicholas, evidentemente allertato dalle voci inattese a quell’ora della notte, era già salito. Ashlee sussultò. Proprio come Roger, Nicholas portava i segni della morte violenta: il viso, che un tempo doveva essere stato bellissimo, era ridotto ad una poltiglia colante, come un grumo di carne macinata gettata con rabbia sull’asfalto. Solo la bocca era integra, una mezzaluna nera da cui spuntavano denti acuminati come rasoi.
«Li hai uccisi, allora? Li hai uccisi tutti?» chiese la Artson, intrecciando le mani come in una blasfema preghiera.
«Sì.» ribatté Ashlee freddamente.
«Allora hai avuto successo dove io ho fallito. Io, trent’anni fa, non ne ho avuto il coraggio, ma tu sì… La sete di vendetta è stata placata, per entrambe. Che tu sia…»
Ma Ashlee la interruppe con rabbia.
«Non aveva il diritto di mostrarmi quella grotta! Non doveva farlo. Mi ha costretto a compiere un gesto orribile, l’intero massacro di una città innocente!»
Gli occhi grigio-azzurri della Artson brillarono di rabbia.
«INNOCENTE? Secondo lei quella era gente innocente? Hanno ucciso i nostri figli, li hanno portati alla disperazione. Con le loro menzogne, i loro pettegolezzi, il loro razzismo, li hanno privati della forza di vivere!»
«È così. Ma noi non siamo state da meno. Il sangue dei loro figli sarà sempre sulle mie mani. E sulle sue. Siamo due maledette peccatrici.»
«Quel che è fatto è fatto.» ribatté acida la vecchia.
«Sì, ma questo non vuol dire che sia finita qui.»
La Artson si alzò, più rapidamente di quanto ci si potesse aspettare da una donna della sua età, e andò ad abbarbicarsi al braccio gelido e morto di Nicholas.
«Che cosa aspetta, allora? – gridò – uccidici, uccidici tutti quanti.»
«No. La morte non sarebbe giusta. Non in questo momento. Dobbiamo espiare e chiedere perdono per quanto abbiamo fatto.»
«Oh, no… non vorrai?» singhiozzò la vecchia, stringendosi al figlio sfigurato. Ashlee annuì con gravità.
«È l’unico modo. Vivremo per sempre nel buio di quella grotta. La tenebre e le ombre saranno le nostre compagne. E forse, quando le montagne torneranno ad essere mare, quando le città degli uomini crolleranno, quando il sole ingoierà questo nostro piccolo, insignificante pianeta, riceveremo il perdono e, con esso, la pace.»

venerdì 20 febbraio 2015

Libri consigliati - Mattatoio n°5 di Kurt Vonnegut



Mattatoio n°5, vero e proprio cult della letteratura di fantascienza, non è, come si potrebbe pensare, una lunga epopea ambientata in un universo immaginario e vastissimo (alla Dune, per intenderci), bensì un piccolo, concentrato e tagliente libro che si schiera silenziosamente contro le atrocità della guerra. L'autore, Kurt Vonnegut, classe 1922, era un giovane studente americano di origini tedesche, che nel 1944 si arruolò volontariamente nell'esercito alleato e partecipò attivamente al secondo conflitto mondiale. Venne catturato durante l’offensiva delle Ardenne (1944) dai soldati tedeschi e trasferito in Germania, a Dresda. Qui assistette al bombardamento della città per mano delle forze aeree alleate. Il bilancio, per chi non lo sapesse, fu disastroso: l’intera città rasa al suolo e quasi 140.000 vittime civili fra abitanti, profughi e prigionieri di guerra. Il giovane Kurt si salvò (insieme ad altri prigionieri americani, era stato rinchiuso in un ex-mattatoio, situato sottoterra, una sorta di rudimentale bunker) e poté far ritorno in patria qualche mese dopo. Furono proprio le atrocità della guerra e in particolar modo il bombardamento a segnare profondamente l’autore e a diventare, oltre vent’anni dopo, il nucleo fondante di Mattatoio n°5. 
Un libro che si schiera contro la guerra, dunque, ma che lo fa a modo suo: quella di Kurt, infatti, non è una testimonianza nuda e cruda, ma una storia semi-autobiografica, dove, all’evento storico reale, il bombardamento di Dresda, si mescola l’elemento fantascientifico: il protagonista Billy Pilgrim (una sorta di alter-ego dell’autore) è infatti un soldato capace di viaggiare nel tempo e di vivere gli eventi della sua vita continuamente, all’infinito. Attraverso uno stile breve, spezzettato, incredibilmente adatto a raffigurare le atrocità della guerra, Billy-Kurt ci racconta la sua esperienza come soldato, un’esistenza incerta, sempre divisa fra presente, passato e futuro, e analizzata con un’ironia disarmante, che ci svela le ipocrisie della nostra esistenza e ce le sbatte in faccia senza tanti complimenti. 
Non solo un grande romanzo di fantascienza, dunque, ma un grande romanzo in generale, che ci fa riflettere sull’insensatezza della guerra e tratteggia, non senza una certa dose di amarezza, la figura di un uomo ormai ridotto ad un’ombra di se stesso, un frammento perso nel tempo, nello spazio e nel significato, volendo usare una frase tratta dal The Rocky Horror Picture Show. Alla luce di tutto questo, la capacità di viaggiare nel tempo del protagonista non è tanto un dono, ma una maledizione: una presa d’atto che l’uomo non ha più certezze. La guerra l’ha incontrovertibilmente trasformato in un pellegrino, in un esule senza patria. Così va la vita. 

 “Cominciò a confondere leggermente i tempi, vide l'ultimo film in programma a ritroso […]. Era un film che parlava dei bombardieri americani durante la seconda guerra mondiale e dei loro coraggiosi equipaggi. Vista a ritroso da Billy, la storia era così: Gli aerei americani, pieni di fori e di uomini feriti e di cadaveri, ritornavano da un campo d'aviazione inglese. Quando furono sopra la Francia, alcuni caccia tedeschi li raggiunsero e risucchiarono proiettili e schegge di bombe da alcuni degli aerei e degli aviatori. Fecero lo stesso con degli apparecchi americani distrutti che erano al suolo, e questi volarono poi per unirsi alla formazione. La squadriglia aerea sorvolò una città tedesca in fiamme. I bombardieri aprirono gli sportelli delle bombe, quindi, grazie a un miracoloso magnetismo, risucchiarono le fiamme, le racchiusero nuovamente entro contenitori cilindrici d'acciaio che portarono infine nel ventre degli apparecchi. I contenitori furono sistemati ordinatamente su delle rastrelliere. […] Quando i bombardieri tornarono alla base, i contenitori di acciaio vennero tirati fuori dalle rastrelliere e rimandati negli Stati Uniti, dove c'erano degli stabilimenti impegnati giorno e notte a smantellare i cilindri e a ridurre il pericoloso materiale che contenevano a minerale. Cosa commovente, erano soprattutto donne a fare questo lavoro. I minerali vennero poi spediti a degli specialisti in zone lontane. Era loro compito rimetterli nel terreno, e nasconderli per bene in modo che non potessero mai più far del male a nessuno.”

mercoledì 11 febbraio 2015

Il carillon

Un breve racconto fantastico. Un castello, un segreto da svelare, un mondo magico da scoprire. Buona lettura




Kora era nata, avrebbe vissuto e sarebbe morta nello stesso castello. Questo le fu chiaro già dal quinto anno di età. Era il perché a non esserle chiaro, e per quello ci mise decisamente più tempo.
Il castello era una piccola fortezza che sorgeva su di una verde collina alberata, situata nelle remote lande di Haidenschwarzen. Il paese di Haidenschwarzen, lo dice già il nome, era uno di quei paesi tutto villaggi, campi fioriti, mulini a vento e fiumi azzurrognoli. Capre ovunque, vacche al pascolo, contadine che raccoglievano ranuncoli fra i massi, salsicce di pecora messe sullo spiedo nei giorni di festa, balere aperte di giorno e di notte, ragazzotte con gonne di lana e cuffie a cuore, e uomini con baffi, pantaloncini corti e curiosi cappelli triangolari culminanti con una piuma di pavone. Questo era Haidenschwarzen, niente di più, niente di meno. Sorgeva in una vallata, incastonata e difesa da una catena montuosa che aveva la forma di un anello e per questo, da tutti gli abitanti, veniva chiamata Schturmwagen. Era davvero un bel posto, Haidenschwarzen, non abbastanza grande da fomentare la sete di potere e non abbastanza piccolo da suscitare invidie, pettegolezzi e malcontento.
Kora, però, questo bel paese non l’aveva mai visto, se non attraverso le vetrate della Sala Grande che, colorate com’erano, le restituivano un’immagine particolarmente distorta dei campi, dei boschi e delle case che attorniavano la fortezza. Ve l’ho già detto che non poteva uscire in alcun modo, no? Per Kora c’era stato, c’era e ci sarebbe sempre stato solamente il castello. Ci vivevano lei, il Nonno (il conte Kurtz Von Rustung che, al suo nome roboante, preferiva di gran lunga il soprannome “Nonno”), e la servitù, che contava ben ventitré maggiordomi meccanici e dodici balie meccaniche. Sì, avete capito bene: meccanici. Li aveva inventati il Nonno in persona, il quale si dilettava con la costruzione di telescopi, lenti bifocali, orologi, meccanismi e… carillon. A dire la verità, Kora non vedeva suo nonno molto spesso. Il conte Von Rustung compariva nella sala della colazione alle nove, puntualissimo, beveva la sua cioccolata calda, masticava celere le sue fette biscottate con burro e carne essiccata, dava un buffetto affettuoso a Kora, prendeva il giornale che Gustav, il maggiordomo meccanico più anziano e fidato, gli riponeva accanto le posate, e risaliva nei suoi alloggi, che poi erano anche il suo laboratorio.
Nemmeno il laboratorio Kora l’aveva visto molto spesso. Solo una volta, sgattaiolando silenziosa sul far della sera nell’ala ovest, aveva avuto la fortuna di vedere suo nonno uscirne; per una frazione di secondo, attraverso la porta che si richiudeva cigolando, Kora aveva visto un tavolo lunghissimo, a forma di ferro di cavallo. E su questo tavolo un altare, e su questo altare una pietra circolare, e su questa pietra circolare un cuscino. E su questo cuscino… un carillon. Un carillon bellissimo, composto da una sfera rotonda grande quanto la testa di un neonato, al cui interno baluginavano mille luci, come occhi di fata, sovrapposte ad uno sfondo nero nero. Sembrava quasi un cielo stellato. Quello sì che Kora l’aveva visto. Perché nella Sala Grande c’era una cupola di vetro e, attraverso la trasparenza della sua struttura, si potevano vedere il cielo, sia di giorno che di notte, le nuvole, gli stormi degli uccelli e tutto il firmamento.
Kora aveva guardato il carillon con bramosia, le era sembrato che entrare nel laboratorio e toccarlo fosse l’unico desiderio sensato che si dovesse provare nella vita. Ma ecco che suo nonno le si era parato davanti. Indossava, come al solito, una pesante armatura d’argento, con riflessi inchiostro, e una cappa color del cielo notturno.
«Altolà, signorina. Sei ancora piccola per scoprire il segreto del mio laboratorio. Arriverà un giorno in cui ti sarà permesso entrare, ma non adesso. Capito?» lo aveva detto bonariamente, ma i suoi occhi erano uragani pronti a portarla via. Kora si era messa a piangere a dirotto ed era scappata via, nella sua camera. Aveva sette anni, allora.
Ne passarono altri sette, senza che suo nonno facesse più menzione del laboratorio né del tavolo a forma di ferro di cavallo, né dell’altare, né della pietra circolare né del cuscino né del… carillon.
Almeno, compiuti i dieci anni, a Kora era stato dato il permesso di salire sui merli del castello e, così, si era potuta fare un’idea migliore di come fosse il paese di Haidenschwarzen. Aveva scoperto che non era affatto blu-rosso-giallo come le era sembrato da dentro il castello, attraverso le vetrate. Era semplicemente verde e azzurro, molto verde e azzurro, con boschi, campi di verze, fiumiciattoli e laghetti. Era davvero bello, ma, dopo tre anni di continue visite ai merli, il panorama divenne per Kora intollerabile come latte inacidito. Le davano fastidio persino i colombi arcobaleno, che venivano a tubare e a far nido nei doccioni e fra i buchi delle merlature.

Gli anni passarono come un soffio e Kora compì quindici anni. Al castello si fece una gran festa: i servitori meccanici prepararono una gigantesca torta a sei strati: crema chantilly, crema allo zabaione, cioccolato fondente, cioccolato al latte, cioccolato bianco e crema alla nocciola. Persino suo nonno, che di solito stava nella Sala Grande solo per la colazione, il pranzo e la cena, vi si trattenne più del dovuto, fino a metà pomeriggio, per festeggiare a dovere. Poi, come al solito, tornò trafelato al laboratorio, salendo le scale come se avesse avuto quarant’anni di meno. In quella stanza misteriosa, evidentemente, c’era qualcosa che richiedeva un impegno e un’attenzione continui.
Mentre mangiava la torta, il cervello di Kora lavorava alacremente. Aveva molti doni attorno a sé, in parte costruiti dal nonno e in parte acquistati dai servitori meccanici nei villaggi vicini: caleidoscopi, trottole, bambole meccaniche, puzzle, mobili dipinti, dolci e paste in quantità… eppure, il dono più grande, l’unico che desiderasse davvero, era rivedere il carillon ancora una volta. Capire cosa fosse e perché il nonno lo custodisse così gelosamente.

L’occasione propizia arrivò in un gelido giorno di novembre. Un vento selvaggio scendeva dal Schturmwagen, portando con sé echi di battaglie e pianti di Valchirie. Fiocchi di neve, come piume d’angelo, scendevano da un cielo plumbeo, ammonticchiandosi sul tetto e sulle merlature. E fu così che il gelo, strisciando sottilmente dalle fessure delle finestre, entrò dentro il castello dove finì per far congelare i meccanismi della grande pendola della Sala da Ballo. Era un orologio antico, talmente antico che giù in paese si diceva che preesistesse al castello stesso e fosse lì da sempre. Vero o non vero, era un miracolo di ingegneria e di precisione; aveva le lancette di cristallo, il quadrante di marmo bianco e il bordo in oro massiccio. Fu Kora a notare, mentre scendeva dalla sua camera per la colazione, che le lancette si erano bloccate; avvertì subito i maggiordomi e loro andarono in escandescenze, mettendosi a cigolare e scricchiolare come locomotive arrugginite.
«Il Padrone la sistemerà!» gemettero speranzosi, precipitandosi verso le scale.
Nell’esatto momento in cui li vide sparire in direzione del laboratorio del nonno, Kora si decise: avrebbe approfittato di quel fortunato diversivo per intrufolarsi nel sancta sanctorum del conte. La sua fame di sapere sarebbe stata finalmente saziata!
Il conte Kurtz Von Rustung comparve alcuni minuti dopo, vestito ancora con la camicia da notte e la papalina. Era armato di cacciaviti, lenti, bulloni e mille altre cose che sua nipote non aveva mai visto. Kora, d’altro canto, non resto lì per molto: in men che non si dica, era sparita fra le ombre della scalinata principale, che portava alla ala est e alla ala ovest. Ignorò l’ala est, con le sue armature, gli scudi e i quadri degli antenati, e si mise a percorrere l’ala ovest, decisamente più cupa e misteriosa dell’altra: aveva drappi cremisi alle pareti, candelabri neri con candele ancora più nere, e muri di mattoni sgretolati dove l’ala est aveva carta da parati con draghi, arpie e grifoni.
Ed ecco, finalmente, la porta del laboratorio del conte! Ogni ruga del legno e ogni cardine trasudava mistero. Deglutendo per l’eccitazione, Kora spinse la porta ed entrò.
Era tutto come lo ricordava: il lungo tavolo a forma di ferro di cavallo, gli strumenti del nonno e… il carillon, adagiato sul cuscino di raso rosso. Scintillava come una perla nera sotto la luce della luna. Prima di avvicinarsi, Kora prese una alabarda appesa al muro e la sistemò in modo che la porta non potesse essere più aperta dall’esterno. Anche se era certa che la pendola avrebbe occupato il nonno a lungo, sapeva che i servitori meccanici pattugliavano frequentemente i corridoi e che dunque era probabile che spuntassero da un momento all’altro. Meglio premunirsi contro eventuali scocciatori.
Finalmente libera di godersi quello che aveva atteso per anni, Kora si avvicinò all’altare. Ecco il carillon! Che meraviglia! Era proprio come lo ricordava: una sfera contenete un cielo stellato, che ruotava costantemente su di un perno d’oro a forma di colonna corinzia. Una musica accompagnava quel lento girotondo, ma non era la musica che Kora si sarebbe aspettata da un carillon... era come un silenzio rumoroso, un fruscio proveniente da un vuoto cosmico. La ragazzina tese una mano e toccò il globo. Era caldo, pulsante, come il cuore di un bambino. Sembrava quasi…
In quell’istante, la porta del laboratorio tremò.
«KORA! Che stai FACENDO?» la voce era quella del nonno. Era una voce autoritaria, ma sotto sotto era disperata.
«Apri! Apri SUBITO!» ruggì il vecchio.
Kora indietreggiò. Era davvero terrorizzata, perché sapeva quanto il nonno fosse una persona pacata e poco propensa a scatti d’ira. Doveva averla combinata davvero grossa! Facendosi coraggio, Kora decise di aprirgli, ma non fece nemmeno in tempo ad avvicinarsi alla porta, per togliere l’alabarda, che suo nonno sfondò l’uscio. L’aveva distrutto con una mazza ferrata presa ad una delle armature dell’ala est. Si catapultò dentro, afferrò Kora e la scosse con forza.
«Ha smesso di SUONARE? Ha smesso di MUOVERSI
«Io n-non… lo s-so.» balbettò Kora. Con un ringhio leonino, il Nonno lasciò la nipotina tremante e si fiondò verso il carillon. Lo sollevò con tutta la cura possibile e, toltosi una minuscola chiave che portava appesa al collo, la usò per ricaricare il meccanismo. Dopodiché, con un soffio liberatorio, lo ripose sul cuscino. La sfera stellata continuava a girare e a produrre quello strano fruscio.
«Appena in tempo…» mormorò il vecchio, asciugandosi il sudore dalla fronte con il mantello. Dopodiché si girò verso Kora. I suoi occhi lampeggiavano.
«KORA! Come hai potuto fare una cosa del genere?»
Kora digrignò i denti e scoppiò in lacrime.
«È colpa tua, nonno! Perché, perché mi t-tieni rinchiusa in questo m-maledetto castello come una prigioniera?» singhiozzò.
Il Nonno alzò una mano guantata per controbattere… e poi la abbassò, sfibrato. Si tolse il mantello, lo lasciò cadere a terra, e si sedette su una delle tante sedie libere del laboratorio. Si sentiva stanco, perché gli anni lo avevano raggiunto con tutto il loro peso.
«Hai ragione, Kora… – borbottò il vecchio – è tutta colpa mia. Ma ci sono stato costretto… Ahimè… Abbiamo una responsabilità immensa, sulle nostre spalle, che tu non puoi capire. Ma ora ti spiegherò: fu tuo padre il primo a violare la regola che ci impediva di uscire da qui. Il castello ci protegge, è stato creato apposta. Perché se moriamo, non possiamo portare a termine ciò per cui siamo stati creati e questa sarebbe una cosa terribile, una cosa innominabile! Tu, povera nipote mia, hai pagato per il peccato di tuo padre, come sempre accade. Tuo padre era un ribelle e questo in circostanze normali sarebbe stato fantastico. Ma noi normali non lo siamo, oh no! Accade che un giorno, a mia insaputa, tuo padre uscì dalle mura del castello per vedere il paese di Haidenschwarzen. La sua intenzione era di visitare i villaggi vicini e ritornare sul fare della sera. Ma fece tardi e la sorte gli si scagliò contro. Calò l’oscurità e lui non seppe più ritrovare il sentiero di pietre rosse che porta al castello; mise un piede in fallo, scivolò e cadde in un burrone. Lo ritrovammo una settimana dopo, con il collo rotto. Povero ragazzo! A quel punto, la discendenza familiare sarebbe stata spezzata e tutto ciò che avevamo costruito, destinato a sparire nel nulla. Fortunatamente tuo padre si era sposato un mese prima e tua madre, che la sua anima riposi in pace, ti portava già in grembo. Avevamo perso una generazione, ma non due. Potevamo ancora servire al nostro scopo.»
«Non capisco, nonno! – gridò Kora disperata – Quale scopo? Cosa ci può essere di così importante? Qual è il grande segreto della famiglia Rustung?»
Il nonno indicò la sfera sul cuscino.
«Il… carillon?» domandò Kora incredula.
«Credi che sia davvero un carillon, quello? Guardalo bene… Che cosa sembra in realtà?»
«Sembra un… pianeta.»
Il Nonno rise.
«Solo un pianeta? Oh no, nipotina mia. È un intero universo. Un intero universo con migliaia di pianeti, miliardi di persone, numeri incalcolabili di stelle…»
«Un universo? E chi l’ha costruito?»
«Noi, Kora. Noi, la famiglia Rustung. O meglio: i nostri avi l’hanno creato e noi ora e per sempre ne saremo i custodi.»
«L’hanno creata i nostri avi?»
«Sì, Kora. Siamo sempre stati una famiglia di creatori di universi, noi Von Rustung.»
Kora si avvicinò di più al carillon. Se si concentrava bene, riusciva a vedere i pianeti e, sulla superficie di quest’ultimi, minuscoli puntolini che si muovevano: persone.
«E così ora noi ne siamo i custodi?» mormorò, mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime di fronte a quella meraviglia. Il nonno le si avvicinò e le pose una mano sulla spalla.
«Proprio così, Kora. Il nostro compito è vegliare su questo universo, proteggerlo in tutti i modi, dalle minacce interne ed esterne, ripararlo se qualcosa non va per il verso giusto. E girare la chiave quando il movimento sta per finire.»
«Sennò?»
«Sennò il movimento finirà, nipotina mia, e i pianeti e le stelle e gli esseri viventi diventeranno quello che un tempo erano: materia inerte.»
«Adesso capisco tutto… da noi dipende la sopravvivenza di un intero universo. Ma, nonno… se noi siamo creatori di universi, chi è che ha creato noi?»
«Ah, questa è la domanda! Ma è una domanda perniciosa, ingannevole. Il tuo bisnonno, mio nonno, Jorg Rolf Von Rustung, ci stette così a pensare che rischiò di mandare tutto al diavolo. Impazzì e per un pelo si dimenticò di girare la chiave dell’universo. Sarebbe stata una catastrofe immane, come puoi ben immaginare. Per fortuna mio padre, tuo nonno, era già pronto a prendere il suo posto. E così, Jorg poté andare in pensione e vivere gli anni che gli rimanevano in tranquillità. E ora, fra poco, toccherà a me. Grazie a te.»
«Sì, ma non hai ancora risposta alla mia domanda – insisté Kora – chi ha creato noi?»
«Be’ io non so la risposta, nipotina mia. La posso solo indovinare. Immagino che, come noi abbiamo creato l’universo che vedi qui davanti, dentro questa bolla di vetro, qualcuno che sta sopra di noi, in un posto che non possiamo raggiungere né vedere, ha creato noi.»
«Vuoi dire che siamo anche noi dentro una bolla?»
«Sì e no. Possiamo essere in una bolla, ma non è detto che sia per forza una bolla.»
«E cioè?»
«E cioè io credo che ogni creatore di universi abbia la facoltà di crearli a suo modo. Può darsi che il nostro creatore ci abbia dipinto su una tela e che quindi per lui i nostri laghi, i nostri campi, le nostre montagne non siano altro che strisce di colore a tempera. O forse siamo tutti figli di una canzone, di musica e parole mescolate assieme, e allora le montagne, gli alberi, le persone, persino il nostro castello sarebbero solo una sfilata di note su di un rigo musicale. O ancora il nostro universo potrebbe essere un racconto e i suoi confini i margini di un foglio bianco. Sì, sì… forse è così. Me lo immagino proprio così: il nostro creatore, seduto su una poltrona, con un foglio e una penna in mano, o con qualsiasi altra cosa usino nel suo mondo per scrivere…»
«Ma scusa, nonno… Chi ci garantisce che il nostro creatore, quello che se ne sta su, non si dimentichi come stava facendo il mio bisnonno di far funzionare il nostro universo?»
«Oh be’. Garanzia non ce n’è. È come quando si va a letto. Chi può saperlo che ci risveglieremo o resteremo per sempre nelle tenebre?»
Kora annuì.
«Ho un’ultima domanda, nonnino.»
«Sì, dimmi, bambina mia.»
«Chi c’è a monte di tutto? Cioè… se ogni universo ha il proprio creatore, esiste un creatore di tutto, un essere che ha dato via a tutto questo?»
Il nonno rise.
«Vedi bambina mia che è facilissimo perdersi? La mente va, cerca, viaggia, ma non riesce a trovare la risposta. Io questo non lo so, Kora. Può darsi di sì, può darsi di no. Forse c’è chi ha dato il via a tutto questo o forse è stata solo la scintilla del caso. Forse siamo imbrigliati in un cerchio eterno, in una genesi labirintica, e allora non è più possibile sapere chi ha creato chi e quale sarà il nostro destino ultimo. Ma una cosa la so… più ci fermiamo a pensare a queste cose, meno ne sapremo e meno vivremo. Perciò, ora, vieni più vicina, nipotina mia: ti mostrerò come pulire il cielo e ricaricare la luce delle stelle…»