mercoledì 25 dicembre 2013

Voci dal seminterrato - Buon Natale





Come dite? Non avete ancora acquistato l'ebook Voci dal seminterrato, una raccolta di racconti del fantastico e del terrore che sapranno regalarvi un Natale da brivido? Non preoccupatevi: la soluzione è a portata di click! Seguite il link 
e in men che non si dica potrete immergervi nella lettura. Ai miei fedeli lettori e a chi capita su questo blog per caso, auguro Buone Feste!

lunedì 23 dicembre 2013

Sotto l'albero

Davvero... io ci provo a scrivere storie allegre. Mi metto d'impegno, seduto alla scrivania, con gli occhiali in bilico sul naso, e mi dico: “Bene, Alvise. E' ora di scrivere qualcosa di allegro. Ma si, allegro, divertente. Qualcosa del tipo coppietta che dopo un battibecco si giura eterno amore, con sorrisi stereotipati, sguardi melliflui, voci da diabete. Oppure le disavventure di un piccolo barboncino che, fuggito dalla padrona durante una giornata di pioggia, ritrova la via di casa, e percorre il parco immerso nella luce calda del sole di giugno. Tutto qui? Non sai fare di meglio? Fammici pensare... la storia di un bucaneve che, dopo aver sfidato il gelo dell'inverno, fa breccia nell'algido strato di ghiaccio, preannunciando, con il suo lattiginoso candore, la voce chiara e già udibile della primavera. Su, Alvise! Che ci vorrà? Eddai, sforzati un poco.”
Eppure, nonostante tutto il mio impegno, il soprannaturale riesce ad insinuarsi sempre nel testo, quatto quatto come un aracnide, e con lui arriva il perturbante, l'ombra, la notte, l'omicidio, la paura. Forse perché il soprannaturale, pur essendo terribile, turpe, sconvolgente, risulta più vero di una realtà che di vero non ha più nulla. E allora, cari lettori, a voi non resta che godervi un altro racconto del terrore, e a me, di continuare a scriverli. A voi tutti auguro un Buon Natale. 
Alvise Brugnolo






Gage saltellava sul divano come un tarantolato, scombussolando i cuscini che Maya, sua madre, aveva riposto con precisione geometrica lungo tutto lo schienale. Il salotto era stato addobbato in modo chic, con lunghi festoni color oro e argento, che si sposavano bene con il tenore dei mobili in mogano e con l'aria complessiva della casa, una gigantesca villa nel quartiere più in vista di Londra. Mentre fuori imperversava una nevicata di proporzioni epiche, con gli alberi quasi spezzati dalle raffiche di vento gelido, all'interno c'era un tepore sonnolento per via del grande caminetto acceso, un focolare tanto alto e largo da sembrare una porta per un altro mondo. Le fiamme crepitavano allegramente, illuminando le poltrone sulle quali sedevano, uno di fronte all'altro, i coniugi Miller. Maya e George Miller, il grande imprenditore edile e sua moglie, immersi in un silenzio sepolcrale, con i nasi infilati in giornali e riviste cariche di frivolezze.
«Stasera arriva Babbo Natale! E mi porterà tanti regali, io lo so!» urlava a squarciagola Gage, violando il silenzio quasi sacro della villa. George alzò gli occhi dal giornale, occhi furbi, nascosti dietro un paio di occhiali con la montatura dorata, e sorrise amorevolmente al figlioletto che non la smetteva di star fermo. Avrebbe voluto leggere il quotidiano in pace, ma non se la sentiva di intimare a Gage di starsene zitto e tranquillo. E se poi se la fosse presa a male? Era suo figlio e mai e poi mai avrebbe permesso che qualcuno ne infrangesse i desideri, tanto meno se a farlo era lui stesso. Maya era della sua stessa idea: nata in una famiglia nobile di elevate possibilità economiche, era cresciuta nella bambagia, senza preoccupazioni di alcun tipo, tranne forse quella di avere pettinature ricercate e sempre alla moda. Nessuno le aveva mai detto di no e quindi non le sembrava così strano che suo figlio, come lei, odiasse sentirselo dire. Ed era proprio così. Gage era allergico al no come George lo era al fieno e ai pollini. Solo che a Gage non veniva il naso rosso o gli occhi gonfi, ma solo una crisi isterica in grado di infrangere tutti i cristalli di Boemia messi in bella mostra nella vetrinetta dietro al comò.
«Babbo Natale non esiste, stupido!» esclamò una voce aspra alle loro spalle. Tutti e tre si girarono, consapevoli di quello che avrebbero visto: gli occhi carichi di disprezzo di Samantha, la sorella più grande di Gage. Samantha aveva quindici anni, i capelli rosso fuoco, e tre piercing sul naso. Vestiva sempre di nero, forse per rimarcare il fatto che era la pecora nera della famiglia, la figlia che i Miller col senno di poi non avrebbero mai voluto far nascere, anche se non lo avrebbero mai ammesso solo per salvare le apparenze e la quiete familiare. Una quiete che però era precaria quanto la pace fra Stati Uniti e Unione Sovietica, durante la guerra fredda. Troppo problematica, Samantha. Troppo diversa. A dieci anni, invece che iscriversi a danza classica o ad equitazione come tutte le coetanee di buona famiglia, si era messa in testa di voler fare muay thai. A dodici, aveva scatenato una rissa in classe che le era costata la sospensione per tre settimane. A tredici anni aveva voluto impegnarsi nel sociale e dedicare tutti i week-end ad accudire i barboni. Se Maya ci pensava le salivano ancora i brividi lungo la schiena e le veniva su in gola il gusto del caviale che aveva degustato a colazione. Come se ciò non bastasse, mentre i suoi genitori volevano che facesse l'avvocato o che studiasse economia, Samantha aveva giurato che manco morta avrebbe intrapreso la carriera universitaria, perché preferiva darsi fuoco piuttosto che diventare come loro. Avrebbe preferito, testuali parole, andare a vivere sotto un ponte.
Samantha scese le scale lentamente, facendo scivolare sinistramente le mani bianche, con le unghie smaltate di nero, lungo il corrimano. Gage si era fermato e la guardava con fastidio, come se lei non fosse altro che uno scarafaggio e lui la mano che teneva la bomboletta di insetticida.
«Babbo Natale non esiste – ripeté lei – e sai perché? Perché se esistesse veramente non porterebbe niente a te, bamboccio viziato che non sei altro. E la volete sapere una cosa? Se davvero ci fosse una giustizia a questo mondo, non solo Babbo Natale non dovrebbe portare niente a te, Gage, ma neanche a mamma e papà. Dirò di più. Per quello che avete fatto voi due nella vostra vita, dovrebbe portarvi un sacco pieno di carbone e con quello darvi fuoco. E' questo che meritate.»
George lasciò cadere il giornale e si alzò in piedi, furibondo.
«Sentimi bene signorinella! Non capisco perché tu ce l'abbia tanto con noi. Non ti abbiamo mai fatto mancare nulla: puoi andare dove ti pare, comprare ciò che ti va, vederti con chi vuoi. Che cosa abbiamo fatto per meritarci questo?»
Maya annuì, fissando gli occhi nel fuoco del caminetto, con la voglia di prendere sua figlia e buttarcela dentro. Samantha batté nervosamente il piede contro l'ultimo gradino. Il rumore che ne scaturì fu in grado di scuotere i loro sensi, ma non le loro coscienze.
«Non è quello che avete fatto a me o che non avete fatto a me, NO! E' quello che avete fatto agli altri. Tu, papà! Lo sanno tutti che per costruire il tuo impero ti sei sporcato le mani di sangue: hai minacciato i concorrenti, hai boicottato le loro attività, hai dichiarato il falso in tribunale, truffato migliaia di persone, sottopagato gli operai e fatti lavorare senza sicurezza. Ne hai uccisi quattro! Decine di figli privati dei loro genitori! Per cosa? Per la tua Ferrari, per i tuoi completi di Armani, per il tuo ego? E tu, mamma! Hai pensato sempre e solo a te stessa. Sei falsa, vuota e vanesia, crudele nei tuoi gesti fino all'inverosimile. Ricordi la zia, mamma? Tu le hai negato il tuo aiuto e lei si è uccisa! Ricordi? Voi non meritate tutto questo, eppure la vita vi ha favorito. Non è giusto!»
George piegò la testa all'indietro e scoppiò a ridere.
«Non c'è giustizia in questo mondo, cocca. Ci sono solo due tipi di persone: i vincenti e i perdenti. I perdenti si inventano mille leggi per impedirsi di vincere, i vincenti... I vincenti se ne fregano di tutto e di tutti. Così è e così sarà, e nessuno può cambiare questa cosa. Vedi questi muri, questi vetri, questo lusso? Sono miei, MIEI, e sono disposto a tutto perché lo restino per sempre. Hai capito?»
Samantha scrocchiò le nocche e alzò gli occhi al cielo. Poteva sembrare che lo facesse per sottolineare il suo ribrezzo, ma in realtà lo faceva per nascondere le lacrime che minacciavano di caderle dagli occhi da un momento all'altro. Fu Gage invece a scoppiare in pianto.
«Voglio i miei regali. Voglio i miei REGALI!»
Maya appoggiò la rivista sul bordo della poltrona e accorse a coccolare Gage.
«Li avrai tutti, tesoro mio. Tutti: il pony, il televisore 3D 42 pollici e 4K, il nuovo ipad, ipod, iphone. L'universo sarà tuo!»
Gage, eccitato da tutte quelle promesse, smise immediatamente di piangere e scoppiò a ridere, mentre i suoi piccoli occhietti da ratto brillavano di cupidigia. Samantha salì le scale di corsa, si abbandonò sul cuscino e si mise a piangere. Piangeva perché il suo fratellino era già diventato come loro, crudele, avido, disposto a tutto pur di ottenere ciò che voleva. Ma forse, pensò la ragazza prima di addormentarsi, forse c'era ancora speranza per lui. Solo il tempo poteva dirlo, ma l'attesa, lei lo sapeva, era più bruciante della verità.
La notte calò su Londra e con essa il sonno. Tutti i bambini della città e del mondo intero si erano rintanati sotto le coperte, in attesa che la notte più dolce dell'anno trascorresse e lasciasse il posto al sole nebbioso d'inverno. Sognavano dolci, giochi e sorprese, e tutti confidavano che la mattina successiva di sorprese ne avrebbero trovate a bizzeffe. E anche alla villa dei Miller avrebbero avuto una grossa sorpresa, su questo non c'era dubbio.
Gage si svegliò con un urlo prima ancora che il sole facesse capolino dall'orizzonte.
«I regali sono MIEI!»
Schizzò fuori dalle coperte, con i piedi nudi e freddi che scivolavano sulla superficie liscia del parquet. Passando davanti alla camera di sua sorella, tirò due calci con rabbia contro la porta, poi avvicinò la bocca alla serratura e mormorò astioso, in modo che solo lei potesse sentire:
«E' tutto mio, brutta stronza.» e la parola stronza, pronunciata dalla bocca di un bambino di sette anni, risultò sgradevole quanto una lama di rasoio passata con troppa foga ai lati del viso. Gage compì gli ultimi gradini della scala con un balzo solo. L'albero di Natale, addobbato fino all'inverosimile con festoni, palle di vetro, pupazzi e biscotti, giganteggiava su di lui come il vecchio cadavere di un re morto sul trono. Gage si gettò sul pavimento, scivolando fino ai pacchetti regalo nascosti dalle fronde. Rimase interdetto quando ne vide solo due. Due soli, insignificanti regali! Due soli stupidi regali che a giudicare dalla forma, più o meno rotonda, dovevano essere due palloni da basket. Il bambino, con il viso contratto dall'odio, afferrò i pacchetti e cominciò a strapparne la carta colorata con le unghie e con i denti. Regali, regali, REGALI, bisbigliava, come in preda ad un delirio febbrile. La carta sembrava non finire mai: per ogni strato che ne strappava, altri dieci sbucavano, infastidendolo a morte. Stronzi. Finalmente, il primo dei regali venne alla luce, anche se solo in parte. Capelli. Forse una bambola, pensò Gage, ancora più furioso. Lui voleva un pony, una TV e... Incuriosito, il bambino si fermò. Qualcosa gli si era appiccicato sulle dita, qualcosa di denso e colloso, come, come... Si guardò le mani. Marmellata? Ci mise pochi secondi a capire cos'era veramente. Sangue. Con gli occhi sgranati dal terrore, Gage girò l'oggetto in modo da vederlo frontalmente. Erano davvero capelli. Quella che aveva scambiato prima per un pallone e poi per una bambola, era la testa di suo padre. Nell'altro pacchetto, che il bambino come un sonnambulo si affrettò ad aprire, c'era quella di sua madre. I Miller avevano il viso contratto dalla sorpresa e dalla paura. George, i cui baffi erano incrostati di sangue secco, aveva gli occhiali dorati storti sul naso, con le lenti sfondate come il parabrezza di automobili sconquassate da un treno.
Samantha venne svegliata da un pianto disperato. Lo riconobbe subito: era Gage. Ancora intorpidita dal sonno lo raggiunse nel salone, consapevole che doveva essere successo qualcosa di terribile. Suo fratello era in ginocchio per terra, di fronte all'albero di Natale. Samantha, confusa e allarmata, si avvicinò e gli poggiò una mano sulla spalla.
«Gage, che sta succede...»
Fu solo allora che vide le teste dei genitori spiccate dal busto, inzaccherate di sangue, coi capelli spettinati. Le bocche aperte. Gli occhi sbarrati.
Urlò con tutto il fiato che aveva in gola. In quel momento il bambino si girò, con gli occhi rossi e gonfi di pianto. Non sembrava spaventato, bensì deluso e furibondo. Gridava.
«Dove sono i miei regali? Voglio i miei REGALI!»

giovedì 14 novembre 2013

Grigio Ghiaccio

Un amore che finisce, la solitudine che avanza e, come una nebbia, ricopre tutto. Grigio Ghiaccio. Buona lettura. Alvise Brugnolo





La luce dell'appartamento era soffusa. L'abat-jour sulla libreria del salotto mandava flebili raggi, sottili come ragnatele, che si proiettavano sul soffitto formando un complesso gioco di riflessi. Jack si tolse le scarpe, il soprabito e il cappello. Fece tutto in punta di piedi, per paura che Kim si fosse appisolata sul divano. Kim invece era sveglia.
«Bentornato. Come è andata al lavoro?» gli chiese la donna, con lo stesso tono con cui si sarebbe rivolta ad un sintetizzatore vocale. L'uomo si avvicinò e la baciò. Le labbra di Kim erano soffici, ma gelide.
«Tutto bene.» rispose lui, pensieroso. Si piantò in mezzo alla stanza e osservò la moglie, come se non la vedesse da tanto tempo. Era sempre bellissima, nonostante fossero passati quindici anni dal loro matrimonio. Aveva mantenuto il fisico tonico, statuario, che l'aveva tanto eccitato nel giorno del loro primo incontro. I suoi capelli erano ancora d'oro e non c'era nessun intruso bianco a rovinarli. Una cosa però era cambiata. Il suo sorriso. Jack non ricordava più l'ultima volta in cui Kim gli aveva sorriso. Era diventata grigia, più grigia della città nei giorni di nebbia. Cosa succede, avrebbe voluto chiederle, che cosa ti manca? Ma non aveva il coraggio. Ti ho sempre dato tutto me stesso! Non ti è bastato? Perché sei così triste? Fingeva di non sapere, ma aveva già la risposta. Era così chiara. Kim non lo amava più. La donna gli aveva mentito. Jack se lo ricordava ancora: in un giorno di pioggia, sotto il tetto di una vecchia chiesa abbandonata, che quasi cadeva a pezzi, Kim gli aveva promesso eterno amore. Per sempre, aveva detto. Bugiarda! Giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, i suoi occhi si erano spenti, come quelli di un moribondo. La sua voce si era spenta, esaurita dietro ad un muro di silenzio e incomprensione. E' per colpa dei bambini che non sono venuti? voleva chiederle Jack, invece restò zitto. Ci avevano provato per anni, ma il test di gravidanza aveva sempre distrutto le loro speranze. Li aveva fatti crollare. E con il tempo non ci avevano provato nemmeno più. Erano rimasti solo loro due e la casa enorme, che avevano acquistato proprio in previsione dell'arrivo dei loro bambini. Illusi che siamo! Avevano desiderato voci, giochi, pianti, ma invece avevano solo stanze su stanze, vuote, con lettini vuoti, armadi vuoti, scrivanie vuote, portalampade vuoti. Anche loro erano diventati vuoti, pian piano, senza nemmeno accorgersene. Erano cambiati come la città, sempre più grigia, troppi palazzi piovuti come tante piccole tragedie, sempre meno spazio per vivere. Rivoglio quella che eri, Kim! Avevi una fiamma per me. Che fine ha fatto? E' ancora accesa, langue o è morta, morta, morta, morta, morta, morta, morta, morta, morta, MORTA?
«Perché mi guardi così?» domandò Kim, con voce piatta. Jack si sforzò di sorridere. Non si era nemmeno accorto di essere rimasto in piedi, come un pupazzo di legno, per almeno dieci minuti.
«Ti guardo perché sei bella.» rispose, tremando per l'emozione come se glielo stesse dicendo per la prima volta, in piedi, davanti agli armadietti metallici della scuola. Sei bella. Si avvicinò al divano, mentre Beethoven usciva dalle casse del sistema hi-fi, indiavolato, passionale. Vivo. Jack si inginocchiò e le abbracciò le gambe. Iniziò a baciarle, risalendo sempre più su, verso i pantaloncini corti, che enfatizzavano le curve sode della donna. Kim iniziò a ridere. Una risata che sembrava più una coltellata.
«Cosa stai facendo? Non ne ho voglia.» rispose, algida. Risuonò come: Cosa stai facendo? Non hai più diritto. Jack si rialzò, ammosciato. Voleva aprire la bocca e gridare. Amiamoci! E' solo questo che conta. La vita è una merda, ti fai un culo così per guadagnare soldi altrimenti non hai futuro, lavori come un animale fino a settant'anni e poi muori, e forse finisce tutto lì. Stare assieme ed essere felici è la sola nostra salvezza. Invece restò zitto. Si rialzò e si versò dello scotch, che consumò lentamente. Tanto non gli piaceva neppure, lo beveva solo per sentirsi più uomo. Kim era sempre lì, mummificata su quel divano. Jack guadagnava abbastanza perché sua moglie potesse scegliere di non lavorare, e lei col tempo ci aveva preso gusto. Se ne stava lì o al club. Al club spettegolava e correva sulla cyclette, in compagnia di altre donne, anche loro con soldi da sprecare in personal trainer e saune bollenti. A casa poltriva sul divano, con le gambe lisce tese, e i piedi accavallati sul pouf. Tra le mani giornali di gossip, di moda. Cose futili, amorfe, pagine su pagine piene di colori, un inganno per nascondere quello che stava dietro. Niente. Vite vuote.
«Hai sentito di George?» esclamò improvvisamente Kim.
«Chi?» rispose Jack, ancora assorto nel suo bicchiere. Kim sbuffò.
«Come chi? Il figlio di William e Kate! Ma dove vivi?»
Già. Dove vivo? Se vivere significava soltanto osservare la vita degli altri da spettatori passivi, Jack era fiero di essere morto. Morto, morto, morto, morto, MORTO. Come poteva Kim non vedere che la sua vita si dileguava ogni giorno di più? Era come se fosse già morta. Aveva tutto, ma non aveva niente. Perché i soldi non possono comprare la felicità? Perché sei così cieca, Kim? si chiese Jack e, dal momento che non aveva una risposta, si versò altri due bicchieri di scotch, questa volta con ghiaccio. Si era illuso, credendo che per loro ci fosse ancora speranza. Non ne avevano mai avuta.
«Credo che domani andrò a fare dello shopping con le mie amiche. Non ho più scarpe da mettere.»
«Non ho più scarpe da mettere? Ne hai un armadio pieno.» ribatté Jack, non riuscendo a modulare la voce, che uscì rancorosa, tagliente. Kim si voltò appena.
«Proprio non capisci. Quest'anno va il grigio, e io ho solo rosso, verde! Capisci? Verde!»
Grigio. Il grigio non passa mai di moda. Tutto è grigio. Sei un fantasma Kim. Credi di essere ancora nella tua casa, ma sei in un limbo, non ti puoi più svegliare. Anche Jack comprese di essere un fantasma. Viveva di ricordi. E solo i morti vivono di ricordi. I ricordi sono illusioni, non danno emozioni e se le danno sono falsate, increspate dal tempo, rese irriconoscibili dall'umore del presente. Fantasmi. Ma Jack sapeva come combattere tutta quella morte. Lo sapeva da anni. Il freddo si può sconfiggere. Kim parlava ancora, elogiava la sfilata di un nuovo stilista svedese dal nome impronunciabile, e la sua incredibile capacità di creare vestiti assolutamente obbrobriosi ma proprio per questo così sublimi, di una perfezione grottesca. Una mano scese furtiva sul divano. Afferrò uno dei tanti cuscini grigi. La voce di Kim si spezzò. Si dibatté a lungo sul divano. Sembrava che ci fosse ancora vita in lei, ma Jack non si sarebbe fatto ingannare. Premette il cuscino su quella bocca così fredda con ancora più forza. Ti amo, avrebbe voluto dire, ti ho sempre amata, e lo sto facendo per te, per noi. Invece rimase zitto.




lunedì 4 novembre 2013

Angolo delle poesie

La poesia di oggi è Spesso il male di vivere ho incontrato di Eugenio Montale. Contenuta in Ossi di seppia (1925), la poesia parla della sofferenza e del disagio, presenze costanti nella vita di tutti gli esseri viventi. La poesia ha una struttura antitetica: la prima quartina parla del male, la seconda del bene o piuttosto della resistenza passiva al male. Vi è un'allusione all'esistenza di un dio, ma esso è distante, è l'Indifferenza. Secondo il poeta, l'indifferenza è l'unico modo per non soffrire, in quanto ci allontana, anche se solo per un attimo, dalla realtà.





Spesso il male di vivere ho incontrato
Eugenio Montale


Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.



giovedì 31 ottobre 2013

In una notte come questa

Quale serata migliore per una storia di fantasmi? Buon Halloween a tutti! 
Alvise Brugnolo




È ora, è ora
La mezzanotte è scoccata
Le zucche sono pronte
La strada si riempie
di voci e di suoni
Un esercito di bambini
con maschere e mantelli
invade la notte
Una bambina più piccola
sotto un lenzuolo bianco
cammina nei giardini
bussa alle porte
ma nessuno le apre
Da sola se ne va
Senza una meta
Tra le mani un sacco vuoto
Incrocia molti bambini
vorrebbe fermarli
vorrebbe raccontare
la verità
Ero anch'io come voi
vorrebbe dire
Avevo anch'io sogni
Avevo anch'io la mia storia
Ma in una notte come questa
tra le mani di un mostro
ho finito la mia vita
In un canale di scolo
ora riposa
sotto un lenzuolo
intriso di sangue
La notte la piange
Cammina nei giardini
bussa alle porte
ma nessuno le apre
Da sola se ne va
Senza una meta
Tra le mani un sacco vuoto
Incrocia molti bambini
vorrebbe fermarli
vorrebbe raccontare
la verità
La grida alla notte
Solo le tenebre la ascoltano
Non bisogna temere i morti
ma i vivi.


domenica 27 ottobre 2013

Una notte

Un breve racconto del terrore, buio come la notte.





Entro nella locanda che è notte fonda. L'ho distinta nella bruma grazie alla luce delle sue finestre, che come squarci di lama fendevano l'oscurità. Il calore del suo focolare mi ha chiamato, affilato quanto la voce di una sirena, ed io ho risposto, senza indugio. Un posto per dormire è proprio quello di cui ho bisogno e l'unica cosa che il mio cuore desidera. Sono in viaggio da giorni, con la sola compagnia del mio bastone, e del mio moschetto, che porto al fianco quasi come un vecchio compare. Mi rassicura, perché non si sa mai cosa può incontrare un umile viaggiatore nelle pianure notturne dell'Alvernia, soprattutto quando il cielo è nero.
La luce del caminetto per un attimo mi acceca. Dentro non c'è nessuno, soltanto un vecchio, che ha lo sguardo fiero e disincantato di chi è abituato a comandare. Gioca con un piccolo coltello dal manico di legno, che ad una prima occhiata sembra antico quasi quanto lui. Per un attimo l'uomo alza la testa e mi guarda, poi la abbassa e continua a maneggiare la lama, senza dire una parola, come se non fosse riuscito a vedermi. Il fuoco vivo del camino sottolinea le rughe profonde del suo viso e per un attimo, forse gli occhi mi ingannano, la sua bocca diventa storta come il sorriso del diavolo.
«Cerco un posto per la notte.» mormoro timidamente, mentre mi faccio più vicino. Il legno del pavimento scricchiola sotto il mio peso. Mi levo il pastrano e lo appoggio sopra una sedia. Allora il vecchio solleva la testa e stavolta mi vede davvero.
«Che cosa ci fai qui? – rantola – credevo fossi un'ombra.»
«Sono un viaggiatore. Devo portare un dispaccio a...»
Il vecchio mi fa gesto di smettere di parlare.
«Sei uno straniero? Sì, si vede dal tuo viso. Cosa ci fai qui? – ripete – non sai che questi non sono luoghi frequentati dai timorati di Dio? Sei pazzo se credi di poter viaggiare nei reami della notte senza pagarne il prezzo.»
«Cerco solo una stanza.» ribatto io, un po' stordito, un po' rabbioso. L'uomo si alza e si avvicina a me, zoppicando e bestemmiando. E' solo allora che mi accorgo della luce lunare che entra dall'abbaino, e immerge tutta la locanda in un'atmosfera da incubo. Apro la bocca, ma il respiro mi si congela in gola. Sento dei rumori provenire dal bosco. Guaiti. Latrati. Grida. Rumore di unghie che strisciano sulla corteccia degli alberi. Poi un silenzio di morte.
«Cosa sono?» sussurro, senza riuscire a trattenere le lacrime. Gli occhi del vecchio ardono come pertugi diretti al cuore dell'inferno.

«Sono qui per noi. Sono demoni. Streghe. Fantasmi. Sono i messaggeri della Nostra Signora. Credevi forse di vivere per sempre? Sciocco! La mia anima è pronta. E la tua?»

domenica 20 ottobre 2013

Finché morte non vi separi

Può la morte fermare un amore sincero? Un racconto del terrore per un argomento sconvolgente. Buona lettura! Alvise Brugnolo




Il campanile rintocca, profondo. E' una campana da morto, e risuona lugubre nell'aria invernale, come un grido. Le porte della chiesa si aprono ed esce il feretro, seguito da una fila di persone ritirate nei loro baveri e nei loro colli di pelliccia di coniglio. E' una folla nera come uno stuolo di cornacchie e altrettanto rumorosa. Sono venuti tutti ad omaggiare la giovane Rita. Era una ragazza a posto la Rita, anche se non si può dire certo che fosse molto fedele al povero marito, Ed. Eccolo uscire sul sagrato. Povero diavolo. Le voleva molto bene. Un paio di vecchie comari annuiscono, una lascia cadere addirittura una lacrima di cerimoniale amarezza. Ed scende i gradini con lentezza, ma non sembra particolarmente distrutto. Anzi, qualcuno dice che è in qualche modo solare, anche se vestito di nero come tutti loro. La bara viene caricata sul carro funebre da due uomini volenterosi. Qualcuno osserva che è il modo in cui tutti se ne andranno. Le comari annuiscono ancora. Qualcuno tossisce. Il viso di Ed è imperscrutabile. Bacia la bara e qualcuno giura di sentirlo bisbigliare a presto. Prima di partire per il cimitero la folla si avvicina ad Ed. Lo sommergono di baci, abbracci e strette di mano. Anche pacche sulle spalle. Com'è composto, poverino. Dite che sapesse che Rita lo tradiva? Io credo di no. Si avvicina anche Bob. Tutti sanno che era lui l'amante della moglie. L'uomo si sforza di non sembrare troppo addolorato.
«Mi dispiace Ed. Era una donna perfetta.» sussurra Bob, tendendo la mano a Ed. Il vedovo non risponde al gesto.
«Lo è ancora.» dice.
Bob ammutolisce. Ed sorride. Nessuno sa il perché.

Dalla Gazzetta di Blearwick, 10 novembre 2013
Sono entrati nella notte, con l'oscurità come complice. Hanno distrutto molte lapidi del piccolo cimitero di paese, trafugando persino una bara, quella di Rita Stewart, morta nemmeno una settimana fa. Jim Dannon, il custode del museo, sostiene di sapere chi sia stato.
«Stranieri – dice con acrimonia – vengono nel nostro paese per delinquere. Se ne tornassero da dove sono venuti!»
Attorno al povero Ed, vedovo della giovane donna, si stringe l'affetto del paese e delle forze dell'ordine, già mobilitate per rintracciare ed arrestare i colpevoli. L'accusa è quella di atti vandalici e profanazione. Ma cosa può spingere ad un gesto così sacrilego ed efferato? Ne abbiamo parlato con il Dottor S. Thompson, psicologo criminale, che da anni si occupa [...]

Rapporto della polizia. 14 novembre 2013.
Abbiamo fatto irruzione nell'appartamento di Ed Stewart alle ore 22.15. La prima cosa che ci ha colpito è stato l'odore. Impossibile da dimenticare: era quello di un cadavere in decomposizione. Abbiamo trovato Ed seduto al tavolo della sala da pranzo. Sulla sedia di fronte a lui, in una posizione innaturale, c'era il corpo di Rita Stewart, deceduta da quasi tre settimane. Ed non sembrava confuso, era lucido. Ci ha chiesto più volte quale fosse il problema. Sembrava non capire. Il corpo di Rita era stato vestito e messo in posa. Davanti a lei erano stati posizionati un piatto di minestra e un bicchiere di vino. Tra le dita rigide della mano destra era stato infilato un cucchiaio. Abbiamo proceduto all'arresto. Ed ha opposto resistenza. Mentre lo trascinavamo via per portarlo alla centrale continuava a gridare:
Come fate a non capire? Lei è viva! Guardatela, è viva!
Ora è davvero perfetta!