martedì 18 novembre 2014

Libri consigliati - La storia infinita di Michael Ende



Bastiano Baldassarre Bucci (nell'originale Bastian Balthasar Bux) è un bambino goffo e timido, che ama isolarsi da tutto e da tutti preferendo vivere con i suoi veri e unici amici: i libri.
Sarà proprio un libro speciale a permettergli di vivere mille avventure e di conoscere a fondo se stesso: entrato in una piccola libreria antiquaria per sfuggire alle grinfie dei bulletti della sua scuola, Bastiano incontra il misterioso signor Carlo Coriandoli, che gli permette di portare via con sé "La storia infinita"; all'apparenza sembra un libro normale, ma in realtà è un passaggio per il mondo di Fantàsia. Leggerlo, significa mettersi in gioco per salvare gli abitanti di questo mondo dal Nulla, un terribile male che, come un cancro, divora tutte le terre di Fantàsia, minacciando persino la sovrana di quelle terre: l’Infanta Imperatrice. Attraverso le avventure del protagonista della Storia Infinita, il giovane guerriero Atreiu, inviato proprio dall’Imperatrice per salvare il mondo di Fantàsia, Bastiano assiste alla lotta impari del bene contro le forze del caos finché, di fronte al potere del Nulla, che tutto divora e tutto distrugge, capisce che è lui stesso, in realtà, il vero salvatore di Fantàsia. E che l’unico modo per sconfiggere il Nulla, è entrare nella storia e lottare personalmente contro il vuoto che avanza.
Bastiano supera dunque la barriera del libro e giunge nel regno dell’Infanta Imperatrice, ormai ridotto ad un granello di sabbia. Saranno i suoi desideri, la sua fantasia di lettore, a permettere la ricostruzione del meraviglioso mondo della fantasia; ma tutto ciò a un caro prezzo: ad ogni desiderio, anche il più piccolo, Bastiano perderà i suoi ricordi fino a non avere più un’identità, fino a rompere ogni legame con il suo luogo di origine. Inconsapevole di questo, a rischio di perdersi per sempre e di non poter più tornare nel suo mondo, Bastiano comincia un viaggio pericoloso, che lo porterà anche a compiere il male, a scontrarsi e a ferire il suo amico e alter ego Atreiu. Si ritroverà solo e abbandonato da tutti, finché anche il ricordo di suo padre svanirà. Ed è solo allora che inizierà la vera sfida di Bastiano, una sfida per ritrovare se stesso.


“La storia infinita” è l’esempio più lampante di “fantasy vecchia scuola”: libri che non nascono a tavolino per vendere milioni di copie (gli esempi, oggi, sono tanti e di qualità discutibile), ma per portare un messaggio importante. Nel caso de “La storia infinita” l’insegnamento fondamentale è quello di accettarsi come si è: la colpa di Bastiano, infatti, una volta giunto personalmente nel mondo di Fantàsia, è quella di desiderare di essere un altro: un ragazzo diverso, più magro, più aitante, più coraggioso. Così facendo, però, finisce con il perdere se stesso, irretito dalla egoistica brama di potere. Finisce per compiere il volere del male, quando l’unico bene che poteva e doveva compiere era restare se stesso, con i suoi pregi ma soprattutto con i suoi difetti.
L’accettazione di sé è dunque il tema chiave del romanzo. La grandezza del libro di Michael Ende, però, va oltre la storia personale di Bastiano: “La storia infinita”, con il suo sapiente gioco di incastri fra i molteplici libri che lo compongono (il libro in sé e il libro della storia) è un efficace invito alla lettura. Solo leggendo e continuando a leggere possiamo comprendere i nostri limiti, accettarli e, infine, accettarci.

lunedì 17 novembre 2014

Il Guidatore

Un breve racconto horror... un'autostrada... una radio... un'anima dannata. Buona lettura.



“Benvenuti, viaggiatori, su K3 Network, la vostra radio della notte. State comodi sui vostri sedili? Il riscaldamento vi culla nel suo abbraccio? Male, molto male… perché se è così vuol dire che il sonno vi ha già preso. Su le antenne: siete uomini o siete pupi? La notte non si dorme… si vive!
Sfrecciate sull'autostrada come se il tempo si stesse sgretolando, immersi in una corsa senza fine, le mani tese sul volante, il piede contratto sull'acceleratore, lo sguardo fisso davanti a voi. Le tenebre incombono, la notte vi assale da tutti i lati, sussurrando il vostro nome con la sua voce da sirena. Soccomberete al suo incantesimo o resisterete? Chi si ferma è perduto, viaggiatori. Il sonno vi avvolgerà nelle sue catene e allora non avrete più scampo.
Lasciate che vi racconti una storia, una storia che vi terrà svegli per tutto il viaggio; è il mio regalo per voi, in questa gelida mezzanotte di novembre; perché io sono la voce di K3 Network, la vostra radio della notte.
La mia storia inizia in una notte come questa, proprio su un’automobile come la vostra. La guidava un uomo come voi, un uomo qualunque, forse solo un’ombra fra le tante, un burattino senza volto nel palcoscenico della vita. Se aveva un nome io non lo conosco e dubito che qualcuno ancora lo sappia. Ora lo chiamano il Guidatore.
Era in viaggio per Albuquerque, nel suo cuore e nel suo pensiero il volto della donna che lo stava aspettando in una casa qualsiasi, una casa come la vostra, con un giardino davanti all'entrata, una bianca staccionata e un caminetto per il barbecue. Sognava un caldo abbraccio, proprio come voi; sognava di tuffarsi nel morbido seno della sua amata, di morire e rinascere dentro di lei. Per questo correva, il naso dilatato a respirare l’effluvio della benzina e l’aroma della legna bruciata che fuoriusciva dai camini delle case di cui si intravvedeva appena l’ombra nei campi circostanti.
Ed ecco, nelle tenebre dell’autostrada di fronte a lui si accesero due occhi, due occhi luminescenti che lo accecarono: i fari di un tir che procedeva contromano; alla guida un uomo come tanti, un uomo che non aveva rispetto né per se stesso né per gli altri. L’automobilista cercò di sfuggire al suo destino, sbandò, perse il controllo dell’auto; la vettura si capovolse, compì nell'aria una piroetta e precipitò nel precipizio sottostante. Un’esplosione illuminò la notte, un bagliore rosso che si riflesse per un istante nello specchietto retrovisore del camionista senza che quest’ultimo decidesse di fermarsi. Cattiveria e indifferenza trionfarono, quella notte.
L’anima del guidatore lasciò il suo povero corpo martoriato, ma né il paradiso né l’inferno lo vollero: il suo odio era troppo sconfinato sia per Dio che per il Diavolo. Fu rimandato sulla terra, costretto a vagare in eterno per le autostrade del mondo; e lui, ombra fra le ombre, dalla morte ebbe il suo vero nome. È lui. È il guidatore.
Non potete non riconoscerlo: è un’anima di fuoco, la sua pelle bruciata è un tutt'uno col sedile; il suo scheletro nero si erge tra le fiamme come un tiranno dal suo scranno. Nella morte, lui e la sua vettura sono diventati una cosa sola, l’odio e la sete di vendetta sono il loro eterno combustibile; il suo bolide, pregate il buon Dio non vederlo mai, è avvolto dalle fiamme dell’inferno; le sue ruote lasciano una scia di zolfo sull'asfalto, i suoi alettoni sono le ali membranose di un demone. Temete il guidatore!

Non sentite il ruggito del suo motore, le grida del suo dolore? È in cerca di vendetta per i suoi anni bruciati; annusa l’aria in cerca di un’anima su cui sfogare la sua ira, scruta nelle tenebre per trovare la flebile e mortale luce dei vostri fanali. Vi troverà, viaggiatori, e le sue fiamme vi ingoieranno, vi cremeranno, vi ridurranno in cenere. Finirete in pasto alle sue ruote. Correte allora, figli miei, e non guardatevi mai indietro. Uno di voi potrebbe essere il prossimo. Buona fortuna dunque, viaggiatori. Avete ascoltato K3 Network, la vostra radio della notte.”

martedì 11 novembre 2014

Una notte a New Colony



La pioggia scendeva su New Colony in lunghe linee parallele, residui di lacrime sulla superficie di vetro dei grattacieli. Il buio della notte era messo all’angolo dalle luci elettriche di un’astronave da pattuglia, che virava fra i palazzi ronzando, mentre i suoi motori a ioni rilasciavano nell’aria una scia azzurra traslucida, che si rifletteva sulle pozzanghere del marciapiede come in uno specchio.
New Colony, la città della rinascita. New, perché nulla sarebbe stato come prima. Colony, perché riabitare una città dopo un olocausto nucleare era come farlo per la prima volta.
New Colony era quello che restava di New York, dopo che la terza guerra mondiale aveva messo in ginocchio gli Stati Uniti e ridotto l’Europa ad un arido terreno radioattivo. L’umanità si era ripresa in fretta. Apparentemente. Le multinazionali delle armi avevano permesso a pochi individui di arricchirsi a dismisura, contribuendo a popolare le rovine della civiltà di nuovi poveri, individui negletti che trascorrevano i loro giorni nelle discariche, a raccogliere i rifiuti tecnologici di cui la gente dei piani alti si liberava non appena usciva un nuovo modello più avanzato di robot, televisore o astro-moto. New Colony. Perché la storia era sempre un eterno ritorno, un nuovo ossimorico ritorno. Un inganno che riproponeva ingiustizie sotto nuove forme, così che non fossero riconoscibili se non da chi quelle ingiustizie le usava per potersi arricchire.
Il ronzio dell’astronave arroventò il silenzio vivo della sera, laggiù, nei dungeon della civiltà. I suoi fari si puntarono su un vicolo qualsiasi, illuminandone i muri coperti di graffiti, urina disseccata e sangue incrostato. Un gruppo di individui si tolsero da quel raggio, sparendo nei varchi salvifici che l’ombra tesseva dove i lampioni, intrappolati dai tetti di lamiera e dalle terrazze abusive, non potevano arrivare.
Fra quella folla c’era Criss. Aveva quindici anni e quella notte sarebbe stato battezzato. Procedeva nel buio, come un ratto che strisci per raggiungere l’agognato rifiuto passando sotto le gambe di chi, se solo lo avesse notato, lo avrebbe spiaccicato senza pietà. Oh, la vita di New Colony poteva essere davvero allettante per un giovane che amasse vivere pericolosamente. Il problema era che Criss non sapeva neppure chi fosse, figurarsi se poteva anche lontanamente intuire che cosa odiasse o amasse; anche se in fondo una cosa la odiava di certo: se stesso. Quel suo aspetto malaticcio, quei suoi capelli irsuti come il pelo di un animale rotolatosi nel fango e nel lerciume; il lerciume che il ragazzo era abituato ad odorare ogni volta che usciva dal suo buco di casa, un appartamento claustrofobico dove abitava con la madre alcolizzata e con il padre, un individuo insignificante che riparava droidi spazzini per tre dollari l’ora. Voleva andarsene via, Criss. Ma non aveva alcuna possibilità di farlo. Senza soldi non si va da nessuna parte. O no?
Voltò per un vicolo. Le mani incrostate di sporcizia e sperma secco di un barbone cercarono di afferrarlo, ma lui le schivò, aumentando il passo per non lasciarsi incatenare dalle ombre della Città Bassa. Nelle sue cuffiette pompavano i Savatage, un gruppo metal vecchissimo, archeologia in pratica. Figurarsi che per poter ascoltare le loro canzoni, Criss aveva dovuto rubare un lettore CD esposto in un museo di “Storia della Tecnologia” su a Detroit. New Detroit, per l’esattezza. Criss sorrise. Quella musica lo faceva sentire vivo e ciò era quello di cui aveva bisogno. Costantemente.

down in the dungeons
i'm locked away
suicide ride
i take everday
prisoner in hell
victim in pain
the dungeons are calling for me


Finalmente arrivò nel luogo dell’appuntamento, una delle poche stradine della città vecchia che non fossero state spazzate via dall’esplosione della bomba atomica avvenuta nel 2063 nel centro di Manhattan. Lì, messosi a sedere con aria spavalda sopra un taxi giallo che ormai era diventato un rimasuglio schifato persino dalla ruggine, attese.
Da in fondo alla strada giunsero delle voci strafottenti. Alcuni individui poco raccomandabili uscirono nella luce di un fioco lampione sanguigno e si avvicinarono.
Erano quelli della gang dei Legionari. Erano in sei: cinque bulli in canottiera nera, guidati da un uomo dall’aria feroce, una montagna di muscoli a petto nudo, col tatuaggio di un teschio chiodato che gli galleggiava all’altezza degli addominali. Portava una catena con la quale faceva sprizzare scintille dall’asfalto. Criss si alzò in piedi e andò loro incontro.
«Ehi, bamboccio! Pronto per la tua serata?»
Criss annuì. L’altro gli schiaffò un pugno all’altezza dello stomaco. Il ragazzo si accartocciò su se stesso, poi, visto che gli altri sghignazzavano, tornò in piedi cercando di non mostrare dolore.
«Seguimi.» fece il capo di Legionari. Indossava dei pantaloni attillati di pelle nera e degli stivali che sembravano gli schinieri trafugati di un’armatura medievale. Camminarono ancora per qualche metro, poi il Legionario, che si faceva chiamare Gast, indicò un palazzo.
«Ecco. Quello è il tuo obiettivo.»
Criss ammutolì. Il palazzo era gigantesco. Non era di vetro e acciaio come la quasi totalità dei grattacieli della città nuova, ma di marmo. Enormi colonne attorniavano l’entrata principale, coperta da un timpano triangolare simile a quello dei templi greci, ormai ridotti in polvere laggiù nella vecchia Europa. Nessuno dei presenti aveva la benché minima idea di cosa fosse quel posto e se qualcuno lo aveva saputo, era probabile che ormai fosse morto da tempo.
«Cosa devo fare?»
«Lì dentro ci abita un vecchio. Deve essere molto ricco visto il posto. Beh, tu ci vai dentro e ci porti i suoi soldi. E un pezzo della sua pelle. Allora sarai dei nostri.»
«Della sue p-pelle?» mormorò il ragazzo, cominciando a sudare freddo.
«Della sua pelle! Che sei, sordo? Su, non ti abbiamo mica chiesto di ucciderlo, non ti pare?»
Criss ci pensò su.
«D’accordo.» disse infine, mordendosi le labbra. I sei annuirono soddisfatti. Lo portarono sul retro dell’edificio, dove c’era una finestrella rotta e lo issarono, in modo che lui potesse infilarcisi dentro. Criss trattenne il respiro e, in un lampo, era già all’interno.
Il palazzo era buio. Criss accese l’accendino che portava sempre in tasca e lo puntò in alto. I soffitti erano a cassettoni di legno dorato. Sui muri c’erano ciclopiche finestre che facevano passare poco o niente della malata luce al neon di New Colony. Criss deglutì e continuò a procedere in quel vasto luogo. Ed ecco, una luce si palesò nell’oscurità. Silenziosamente, il ragazzo le si avvicinò.
Vide un vecchio, seduto su una poltrona, con una lampada in mezzo alle gambe e qualcosa di rettangolare in mano. Per quanto avesse cercato di arrivare di soppiatto, il vecchio sapeva benissimo che era entrato. Anzi, si può dire che lo stesse aspettando.
«Benvenuto, ragazzo mio. Io sono Mr. Gibbs. Siediti pure.»
Criss, un accendino nella mano destra, un piccolo coltello a serramanico nell’altra, cadde in ginocchio e si mise a piangere.
«Io non lo volevo fare, signore – disse fra i singhiozzi – è che sono così arrabbiato e deluso. Il mondo mi sembra ingiusto e io mi sento così debole per cambiarlo.»
«Siediti accanto a me.» ripeté Mr. Gibbs. Il ragazzo fece come gli era stato detto e, non appena il cuscino della poltrona lo accolse, la sua bocca si aprì e lui non poté più trattenere in alcun modo le parole. Raccontò di suo padre e di sua madre, di quanto si sentisse inadeguato, delle ingiustizie del mondo, della vita dura nei sobborghi di New Colony.
«Il mio sogno – raccontò al vecchio, che se ne stava concentrato ad ascoltarlo – era quello di diventare un astronauta e di viaggiare col modulo sperimentale H-9, la colonia di terraformazione diretta su Marte. Ma ho il diabete. Già, e loro vogliono soltanto uomini sani, uomini perfetti. Sono costretto a stare qui e così non riuscirò mai a farmi una nuova vita; la miseria mi tiene agganciata con le sue catene e non c’è via di scampo.»
Mr Gibbs scosse la testa.
«C’è sempre una via d’uscita. Solo che in tempi come questi, fra schermi, astronavi e intelligenze artificiali è molto difficile vederla.»
Detto questo, chiese al ragazzo di seguirlo in una sala ancora più ampia. Il buio qui era assoluto e soltanto l’accendino del ragazzo permetteva ai due di muoversi e di non finire persi per sempre in quella carcassa della vecchia civiltà. Camminarono a lungo. Ma ecco che Mr. Gibbs si fermò, proprio all’altezza di un antico mobile di legno, come un armadio, ma senza ante e decisamente più largo. Si perdeva nell’ombra in entrambe le direzioni. Mr. Gibbs si fece passare l’accendino, che usò per scrutare meglio davanti a sé. Il mobile aveva una decina di mensole, colme di strani oggetti, simili a quello che aveva in mano il vecchio quando Criss l’aveva trovato. Mr. Gibbs ne prese uno e, dopo averlo osservato a lungo, quasi venerandolo, lo passò al ragazzo. Era freddo e liscio al tatto. Criss non aveva mai visto niente del genere in vita sua, se non nelle fotografie appartenute a suo nonno o nei vecchi film che trasmettevano raramente sullo schermo. Il vecchio sorrise.
«Non serve un’astronave per viaggiare. – disse malinconicamente – Non serve denaro per cambiare la propria vita. Serve solo la cultura.»
Detto questo, indietreggiò nell’ombra e sparì. Criss, trattenendo il respiro, l’accendino come un faro a guidarlo nel labirinto dell’antico palazzo, cercò un’uscita secondaria che potesse fargli eludere la pattuglia dei Legionari. La trovò e presto fu fuori, sotto le luci artificiali di New Colony. Si infilò l’oggetto sotto la giacca e corse a casa. Sua madre era mezza svenuta sul divano, una bottiglia di rum abbandonata fra le sue mani gonfie e unte. Suo padre doveva ancora tornare. Criss risalì silenzioso in camera, chiuse la porta e accese il vecchio lampadario, che ciondolava dal soffitto come un pipistrello.
Ora che riusciva finalmente a vederci, poté studiare meglio il suo regalo.
Mr. Gibbs non aveva mentito: gli aveva davvero dato qualcosa che gli avrebbe permesso, pur restando nello stesso posto, di viaggiare, di crescere, di imparare. Qualcosa che gli avrebbe garantito di costruirsi un futuro, permettendogli di sfuggire alla morsa di una società calcolatrice e senza umanità. Criss crebbe, lottò per poter frequentare la scuola che i ragazzi della Città Alta avevano il diritto di frequentare ma che tanto snobbavano; si diplomò a pieni voti, fu ammesso all’università pubblica di New Colony e dopo nove anni divenne un avvocato rispettato da tutti. Ma nonostante tutto il suo successo, la sua fama e la sua ricchezza, portò sempre nel cuore Mr. Gibbs, che gli aveva regalato il suo primo... libro.


venerdì 31 ottobre 2014

Ghost Story

Come da tradizione, ecco a voi il racconto horror per la notte di Halloween. Una storia paranormale ricca di colpi di scena e, ovviamente, di fantasmi. Buona lettura da brivido. Alvise
Ghost Story - 20lines



La Zucca ghignò. Samuel si mise a tremare. Gli occhi della Zucca divamparono, due globi luminescenti nel buio ghiacciato di fine ottobre. Resisti Sam, resisti, si disse il bambino tra sé e sé, resisti o tutti ti prenderanno in giro.
«A-andate v-voi, io devo pisciare.» mormorò a voce alta, sussultando quando le parole uscirono frammentate dalle sue labbra esangui. Gli altri compagni si girarono con aria sospettosa. Una strega, un lupo mannaro e un vampiro, questi erano i travestimenti di Corinne, Joseph e Rufus. Ed erano travestimenti davvero riusciti, visto che Sam, per un istante, ebbe la sgradevole sensazione di non essere più coi suoi compagni di classe, ma insieme a dei mostri veri, pronti a sbranarlo senza pietà.
«Andiamo, cacasotto. È soltanto una zucca, vedi?»
Joseph si avvicinò alla finestra e sollevò la zucca, lanciandola in aria. Fu anche peggio, perché il fuoco contenuto nel corpo cavo della Jack-o’-lantern fuoriuscì dalle orbite vuote in lunghe cascate di fiamma, che ulularono a contatto con l’aria notturna. Samuel indietreggiò lentamente. Se l’era solo sognato o il fuoco aveva davvero preso la forma di un sorriso sdentato?
«D-dai ragazzi. A-aspettatemi o l-lo dirò ai vostri g-genitori.» balbettò il bambino, incrociando le braccia dietro la schiena per non far vedere che stava tremando. Non aveva mentito: se la stava davvero facendo sotto. Ancora qualche secondo e si sarebbe bagnato fino alle orecchie.
La strega, il lupo mannaro e il vampiro si guardarono di sottecchi.
«E va bene, mammoletta. Va’ dietro quella roccia, noi ti aspettiamo qui.» borbottarono in coro.
Corinne scoppiò a ridere.
«Falla di corsa o il vecchio Jack ti troverà e ti mangerà il pisello!»
Samuel inorridì e fuggì via nella notte, il suo mantello da fantasma che svolazzava dietro di lui come una scia di fumo.
«Che pollo.» ridacchiò Joseph. Rufus lo guardò male.
«Lascialo stare. È mio cugino, dopotutto.»
«Il tuo cugino femminuccia. Non è che hai preso da lui, viso che è tuo parente?»
Rufus si tirò su le maniche e si sistemò il colletto del mantello color sangue.
«Ripetilo se hai coraggio.»
Corinne li interruppe con l’autorità magnetica che tutte le ragazzine esercitano sugli adolescenti in pubertà.
«Shhhh. Non avete sentito anche voi?»
Joseph e Rufus deglutirono rumorosamente.
«Che cosa?»
«Come una… una risata nella notte?»
«Cos’è, ti scappa anche a te?» la rimbeccò Rufus. Corinne scosse la testa. Rimasero in ascolto, ma non udirono altro che un silenzio da film dell’orrore.
«Non vi sembra che Samuel sia via da troppo tempo?» osservò Corinne, rabbrividendo.
«Ma no… eccolo lì.»
Samuel sbucò da dietro la roccia. Sembrava ancora più silenzioso e timido di prima.
«Ecco f-fatto. S-suoniamo?»
I tre mostri annuirono. Bussarono alla porta della casa, una struttura coloniale bianca che brillava nelle tenebre notturne come un vecchio osso dissotterrato. La signora Cavendish, la docente di letteratura, uscì sulla veranda in un completo da ragno nero. Corinne, che era aracnofobica, sbiancò di brutto.
«Mi lascia indovinare, signora Cavendish. – ponderò Rufus – È una vedova nera?» poi si rese conto che la Cavendish aveva perso il marito la primavera scorsa, allora anche lui sbiancò. La professoressa non la prese bene e digrignò i denti.
«No, Rufus. Sono Shelob. Oh, non la conosci? Non mi stupisco… Tu non leggi mai, perché sei un somaro.»
Poi il viso della Cavendish divenne un punto interrogativo.
«Che succede alla mia zucca?» borbottò.
I quattro ragazzini si girarono. La lanterna di Halloween emetteva una strana luce azzurrina pulsante. La veranda ora sembrava l’entrata di un castello degli orrori popolato di fuochi fatui. I ragazzini si guardarono negli occhi con sgomento.
«Davvero curioso – mormorò la donna – La leggenda dice che la luce diventa azzurra quando uno spirito si avvicina alla casa. Oh, ma a che punto eravamo arrivati, ragazzi miei?»
«Ehm… dolcetto o scherzetto?» strillarono i quattro in coro.
«Uhm, scelgo “dolcetto”.» esclamò la professoressa, infilando le mani in un grande scrigno-teschio di plastica e distribuendo caramelle alla zucca e dita di torrone ai suoi alunni. Loro li infilarono nella borsa di carta che si erano portati da casa, tutti meno Samuel, che si era messo a guardare come ipnotizzato la zucca bluastra. Sembrava non potesse più staccarle gli occhi di dosso.
«La ringraziamo, signora ragn… Cavendish.» borbottò Corinne, esibendosi in un sorriso così finto che sembrava di plastica.
«Arrivederci, ragazzi miei. E state attenti… La notte di Halloween porta con sé molti misteri.» e con un ululato da spettro si rinfilò in casa.
Il lupo mannaro, la strega, il vampiro e il fantasma ridiscesero gli scalini della veranda con un misto di ansia e felicità. Avevano finito il giro del quartiere e le loro borse di carta erano piene da scoppiare; mancava poco che si strappassero, facendo cadere i loro dolci tesori nel fango. Ciondolando dal sonno, i quattro si avviarono verso il cancello che separava il giardino della professoressa dalla strada asfaltata. Ad un tratto Rufus si afferrò la pancia e si piegò in due, mugolando di dolore.
«Merda…»
«Che succede?»
«Troppa cioccolata. D-devo andare a… beh… avete capito.»
Detto questo, lasciò cadere il suo sacchetto a terra e si mise a correre verso la provvidenziale roccia che si trovava nel giardino della Cavendish. Non appena si fu assicurato che gli altri non potessero vederlo, si slacciò la cintura dei jeans. Dio, fa che non me la sia già fatta nelle mutande, pensò, mentre la zip contrastava dispettosamente la spinta delle sue dita. Si era appena abbassato i pantaloni oltre le ginocchia quando inciampò in qualcosa di duro, che lo fece ruzzolare a terra. Rufus trattenne un gemito. Per un attimo gli era sembrato…Allungò una mano e la toccò: era una gamba. Cominciò a risalire. Non era affatto una di quelle gambe finte da giardino degli orrori, perché oltre al ginocchio c’era la coscia e oltre la coscia una pancia. E oltre la pancia un petto e poi un collo da ragazzino. Rufus gridò a squarciagola quando, annaspando nel buio, toccò una faccia. Le sue dita avvertirono qualcosa di bagnato e di appiccicoso.
«S-sangue.» balbettò con un filo di voce.
«Rufus? Rufus? Tutto OK?»
Le voci erano quelle dei suoi tre compagni. Samuel, Joseph e Corinne gli furono accanto in pochi secondi. Samuel era sempre più silenzioso, come se la sua voce non potesse più superare la barriera del suo lenzuolo da fantasma.
«Che puzza di merda.» ridacchiò Joseph. La risata gli morì in gola quando Corinne, estratto il suo smartphone dotato di luce al LED, lo indirizzò sul punto che Rufus continuava a indicare con mano tremante. Gridarono tutti assieme e continuarono a gridare anche dopo, quando vennero portati via in ambulanza.

Perché lì, nell’erba bagnata del giardino, c’era il corpo accoltellato e coperto di sangue di Samuel.  

mercoledì 22 ottobre 2014

Digital Life

Mi avevate dato per disperso? Rieccomi qui. Purtroppo da quando mi sono trasferito a Verona per frequentare la laurea magistrale in Editoria e Giornalismo ho avuto poco tempo per scrivere. Ma ce l'ho fatta! Ecco a voi Digital Life, che può essere letto anche sul mio profilo di 20Lines. Buona lettura 
http://it.20lines.com/alvisebrugnolo




Sonia entrò in cucina e appoggiò le borse della spesa sul tavolo della colazione. Poi aprì la porta del frigo e, fischiettando, cominciò a riporre i suoi acquisti sui ripiani. Fischiettava perché quella, a differenza di molte altre, era stata una giornata da vero urlo. Era andato tutto al di là di ogni più rosea aspettativa. Si era svegliata presto, piena di energia (non come al solito che non riusciva nemmeno a stare in piedi) ed era scesa baldanzosa a prepararsi la colazione. Di solito, soprattutto appena sveglia, combinava un sacco di pasticci: si rovesciava il caffè addosso, le cadeva il sacchetto dei muesli sui piedi, o le finivano pezzi di guscio d’uovo dentro l’omelette. Ma quel giorno no. E se un giorno comincia bene, è molto probabile che continui così. E così era stato, oh sì.
Rufus, il suo fiero gatto soriano, le passò accanto, strusciandosi contro le sue gambe. Sonia sorrise e lo accarezzò con affetto. Sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Se pensava a quello che era successo in ufficio… non ci poteva ancora credere. Promossa! E che promozione!
Aveva sentito che c’era qualcosa nell’aria non appena aveva messo piede in ufficio. Di solito i suoi colleghi la ignoravano, ma questa volta le avevano sorriso. Connor, l’addetto alle fotocopiatrici, un ragazzotto tutt’altro che insignificante, le aveva addirittura fatto l’occhiolino. Sonia aveva finto di non accorgersene, ma sotto sotto si era emozionata ed era anche un po’ arrossita. Si era appena seduta nel suo cubicolo dotato di una minuscola scrivania, quando una voce profonda l’aveva scossa. Era John, il suo boss, uscito dalla sua tana proprio per vedere lei.
“Vieni nel mio ufficio, Sonia. Ti devo parlare.”
Parlare? Quando mai mi ha voluto parlare? si disse preoccupata la ragazza, mentre gli correva dietro ondeggiando sui tacchi. Appena erano entrati, John aveva chiuso la porta e le aveva fatto cenno di sedersi. Lei aveva obbedito, tossendo nervosamente e mettendosi a guardare con imbarazzo (e con un pizzico di invidia) il gigantesco ufficio in cui si trovava. Ovunque c’erano foto di famiglia e coppe di football scintillanti. Davanti a lei fumava un caffè al ginseng. Il suo capo l’aveva guardata, questa volta senza secondi fini o proposte oscene, e aveva pronunciato le magiche parole:
“Hai lavorato bene, Sonia. Mi chiedevo se te la senti di assumere un nuovo incarico.”
Accidenti! Sonia avrebbe potuto vincere i cento metri piani da tanto era galvanizzata.
“Se me la sento? Ci può giurare, John. Sono la persona che fa per lei.” aveva risposto. John aveva annuito. Stretta di mano e pacca sulla spalla e Sonia era diventata ufficialmente la nuova manager responsabile del reparto. Appena era uscita, tutto lo staff si era messo ad applaudirla, facendo capannello attorno a lei. E Sonia, che di solito era timida, questa volta si era goduta il suo successo, accettando di buon grado di salutare uno per uno i suoi nuovi ammiratori. Presa dall’euforia, aveva persino invitato tutti a fare un salto al bar ultra chic che si trovava lì all’angolo, dove aveva offerto, senza badare a spese, un Cosmopolitan cocktail.
Ma le sorprese non erano finite qui. Aveva appena messo un piede fuori dal palazzo, per la pausa pranzo, quando era incappata quasi per caso in un signore che camminava con lo sguardo assorto puntato sul marciapiede. Si erano urtati e a Sonia era sfuggita per terra la borsetta. Il signore si era subito scusato, prodigandosi in mille attenzioni.
“Sono costernato. Mi perdoni…” aveva detto, inginocchiandosi principescamente per recuperare il contenuto della borsetta, che nella caduta era rotolato fuori. Poi lo sconosciuto si era rialzato e le aveva sorriso.
Non appena lo aveva visto in faccia, Sonia era raggelata.
“M-ma lei è il f-famoso regista O-oliver Cross!”
Lui aveva riso, facendo un inchino spiritoso e tenendo una mano, che Sonia si era affrettata a stringere. Aveva una presa calda e sicura.
“In persona. – aveva risposto l’uomo con falsa modestia – Mi scuso ancora per quello che è successo, ma ero davvero sconvolto. Ahimè, la diva del mio prossimo film si è licenziata e ora sono davvero disperato. Inizio le riprese fra meno di una settimana e non so proprio chi scritturare per la parte…” 
Ad un tratto si era ammutolito e aveva avvicinato il suo viso a quello di Sonia.
“Ma sa che lei ha davvero… un bella presenza. Sì, sì… credo ne parlerò con il produttore, ma sono proprio sicuro di aver trovato la protagonista che cercavo.”
Sonia era arrossita per la seconda volta quel giorno.
“Ma cosa dice? Io non sono mica un’attrice professionista.”
“Ah, cara mia – aveva esclamato Oliver, battendosi una mano sulla coscia – se sapesse quante attrici di fama mondiale non sanno recitare, le verrebbe un capogiro.”
Si era frugato nella tasca della sua giacca firmata e aveva tirato fuori un biglietto da visita a scritte dorate.
“Tenga. Ha un giorno per decidere. Mi raccomando!”
Detto questo si era voltato ed era sparito fra la folla. Sonia era rimasta a bocca aperta e aveva continuato a leggere il biglietto da visita anche mentre camminava, col rischio di finire dentro un tombino aperto. Attrice, io? si diceva fra sé e sé. Beh, perché no? Quante occasioni come questa capitano nella vita?
Alle 16.30 aveva finito il suo turno e, una volta salita in automobile, aveva guidato fino al supermarket più vicino per far compere. Anche lì era successo qualcosa di notevole: aveva vinto un buono spesa da 1000 euro e un’incredibile SMART TV ultra full HD con schermo Amoled. Una cosa mai vista, che sembrava un’astronave aliena da tanto era grande e colorata.
“Grazie, grazie!” aveva esclamato, mentre i cassieri le davano una mano a caricare il suo premio dentro il minuscolo bagagliaio della sua Smart. Nel tragitto verso casa non era successo alcunché di interessante, tranne il fatto che al casello dell’autostrada si era rotta la cassa computerizzata e così era passata senza dover spendere un centesimo. Che colpo di fortuna!
Ed ora eccola lì, a preparare la cena, mentre Rufus continuava a farle le fusa. Aveva in mente di cucinarsi una ratatouille e mentre si adoperava a preparare tutto il necessario pensava che, una giornata del genere, non le era mai capitata in tutta la sua vita.
Si era appena messa a tagliare le verdure alla julienne, quando la porta di casa si aprì. Entrò un uomo, con una borsa a tracolla sulle spalle. La depositò con uno sbuffo sul pavimento e si scrocchiò la schiena. Sonia si lasciò sfuggire un grido.
“J-jack, che c-cosa ci fai qui?” mormorò con un filo di voce.
Jack finse di guardarsi attorno.
“Non ti ricordi più che sono tuo marito?” scherzò.
Sonia cominciò ad indietreggiare.
“Ma t-tu sei m-morto.”
“Ti sembro morto?” fece lui, avvicinandosi e cingendole i fianchi con le mani.
“N-no, m-ma io so che t-tu lo sei.” balbettò lei.
E fu lì che accadde qualcosa di imprevisto.
I muri dell’appartamento cominciarono a sbiadire e a tremare. I soffitti si abbassarono, il pavimento acquistò una strana tonalità verde marcio. Il miagolio di Rufus si trasformò in un suono sordo e inumano, che sovrastò tutto quanto. Sonia si mise a gridare mentre il mondo attorno a lei cadeva a pezzi, mentre stringhe di comando in linguaggio di marcatura schizzavano attorno a lei come spiritelli verdastri. Il viso sereno di Jack si ridusse ad un cumulo di pixel e sotto di essi si poteva vedere lo scheletro. E poi, una voce metallica risuonò forte nella testa di Sonia.

CRASH DEL SISTEMA

E poi tutto sparì in un’esplosione di luce bianca.
Sonia si agitò sul lettino del simulatore neurale. La mancava il respiro. Si alzò di scatto, si tolse il visore e si strappò via gli elettrodi dal seno. Poi si mise a sedere sul bordo del lettino, con la testa fra le mani. Il responsabile della sua unità entrò subito, portandole un bicchiere d’acqua gelata.
“Che è successo?” fece la donna, dopo che ebbe finito di bere e di asciugarsi il sudore con un fazzoletto.
“Il simulatore ha registrato la sua paura e temendo per la sua incolumità ha disattivato la simulazione, tutto qui. Sono cose che capitano.”
Sonia non la smetteva più di tremare.
“Ma io non mi r-ricordavo più…”
“… Di essere in una simulazione, già – la interruppe il tecnico – Siamo la Omicron Corporation, cosa credeva? Le nostre simulazioni sono le migliori, altro che quelle di Sony.”
“Allora io… – balbettò Sonia – mio marito…”
Il tecnico lesse attentamente la cartella che portava sotto il braccio.
“Sì, suo marito è morto un anno fa, in un incidente stradale. Lei ha espressamente chiesto ‘una simulazione della vita come la vorrei: con successo, ricchezza e amore. E bellezza.’ Ricorda queste parole?”
Sonia cominciò a piangere. Se lo ricordava fin troppo bene e per questo non riusciva a trattenere le lacrime. Il tecnico la guardava senza espressione, come se fosse convinto che tutto quello che gli stava intorno era anch’esso una simulazione, Sonia compresa.
“Vuole che la ricolleghi ancora? Ha diritto ancora a due ore di ‘Digital Life’.” disse.
Sonia si guardò le mani. Erano davvero grassocce. Poi si guardò la pancia. Sembrava un grosso mostro che cercava di uscirle dalla maglietta. Cominciò a piangere ancora di più. Era ingrassata in un tempo record dopo la morte di Jack. Aveva mangiato, mangiato e mangiato ancora, cercando invano di sostituire l’affetto che aveva perduto con il cibo. E ora non sapeva più se aveva la forza di tornare indietro.
Si voltò verso il tecnico, dopo aver tirato fuori dalla sua borsetta un assegno e averlo firmato con una mano tremante.
“Tenga. Questi sono tutti i miei risparmi. Mi tenga collegata a questa macchina per tutto il tempo possibile.”
L’assistente osservò la cifra sull’assegno. Non era molto, ma sarebbe bastato per almeno due anni.

“Certo – rispose l’uomo con un sorriso esagerato – Noi della Omicron realizziamo sempre i vostri sogni.”

domenica 14 settembre 2014

Alycanta e l'albero d'oro




Molto tempo fa, in una foresta incantata – come in tutti i luoghi magici avvenivano al suo interno fenomeni meravigliosi: spiritelli azzurri si accendevano nel sottobosco, voci antiche si potevano udire negli incavi degli alberi o nelle ferite della roccia, e gli animali, così io credo ancor oggi, sapevano parlare e far di conto – in questa foresta incantata, stavo dicendo, cresceva un albero dal tronco d'oro e dalle foglie di puro smeraldo. Ebbene, se oggi vi recaste nel luogo in cui sorgevano questa foresta e quest'albero, trovereste soltanto una bigia distesa brulla, con pruni, sassi e arbusti spinosi, e al centro di essa un enorme maniero, che dà l'impressione di salire fino al cielo, e ogni torre, guglia e pinnacolo di questo castello, puntati orgogliosamente verso il sole, vi sembrerebbero troppo simili alle dita di una mano mostruosa, che tenti di tirar giù gli dèi afferrandoli per le gambe mentre essi camminano, soavi, fra le nuvole.
Ma la storia che stiamo raccontando – perché di storia vera si tratta, non di una leggenda inventata da un qualsiasi scribacchino munito di una spelacchiata piuma d'oca – questa storia che stiamo raccontando, stavo dicendo, ha luogo in quel periodo meraviglioso, quello in cui l'albero magico e la foresta incantata crescevano in grazia e bellezza, allungando il proprio perimetro arboreo e la propria ombra su tutti i regni circostanti. A quel tempo, la guardiana della foresta era Alycanta, una saggia fata dalle ali di farfalla, cresciuta nei misteri della magia come voi e io lo siamo nelle operazioni algebriche e nella composizione di sonetti, madrigali e canzoni.
Il compito di Alycanta era quello di sorvegliare l'albero d'oro, che altro non era se non l'incarnazione stessa di tutta la magia del Multiverso. Per ogni foglia che cadeva da quell'albero, infatti, un mago moriva. Per ogni bocciolo che si seccava, un drago si inceneriva. Per ogni radice, ramo o nodo di legno che marciva, una fata chiudeva gli occhi per sempre. Ma non c'era da preoccuparsi, no: l'albero era così grande, ma così grande, che poteva contenere, se solo avesse voluto, un'intera città dei giorni nostri, con tanto di cavalli, merlature e medici della peste, quelli col becco lungo che assomigliano a infauste cicogne venute a portare la morte piuttosto che la salvezza.
La vita scorreva allegra, a quei tempi. Alycanta amava tutto e tutti: la foresta rigogliosa, gli animali che vi vivevano e che passeggiavano all'ombra delle piante, i fiori che in estate stillavano dai petali gocce dei più preziosi e medicamentosi incensi; ma più di tutto amava il suo albero d'oro da cui dipendeva non solo la sua vita, ma anche quella di tutte le creature incantate come lei.
Ma in un giorno infausto, un giorno che era chiaro e soleggiato come gli altri, il caso volle che un giovane principe passasse, durante una battuta di caccia, proprio nella foresta di Alycanta. Lei se ne innamorò subito e gli prestò soccorso quando un orso di cristallo colpì il giovane al petto, lasciandolo in fin di vita, sanguinante, adagiato nel fango della foresta come un vecchio re sulla propria pira. Alycanta usò tutto il suo potere per lenire le ferite del principe, e le sue ali, per qualche istante, diventarono grigie e fragili, come se fossero fatte di cenere. Il principe nondimeno guarì e quando riaprì gli occhi, vedendola così bella e luminosa, le giurò eterno amore. Giacquero insieme per tutta la notte, finché fu mattino e l'Astro rifulse nel cielo.
"Lascia che vada da mio padre – disse allora il principe ad Alycanta – e gli annunci che sto bene e che ho trovato la mia sposa. Poi tornerò e ti porterò con me.” Detto questo si allontanò dalla foresta incantata sul dorso del suo fremente destriero. Gli zoccoli del purosangue echeggiarono fra gli alberi e fra le gole della foresta per giorni, anche dopo che lui si fu allontanato dalla vista acuta di Alycanta.
Ma il principe, se per malvagità o per un anatema non lo saprei dire, si dimenticò della fata e della promessa che le aveva fatto. Arrivato in città, indossata la sua corona d'argento, sposò una bella fanciulla proveniente dal Nord – da Solivann, da Teuton o da Opalia, nessuna cronaca lo può più raccontare – ebbe tre figli e morì a cinquantadue anni, colpito da una freccia elfica scoccata nella grande battaglia sui monti di Keltar.
Quando Alycanta seppe quello che era successo, che il suo amato l'aveva dimenticata, impazzì. Odiò gli uomini, le loro torri, le loro spade, le loro armature. Nella sua follia, decise che la punizione migliore per gli uomini fosse distruggere le magia e far sì che nessuno di loro si ricordasse che era mai esistita. Senza più gli unicorni, i draghi, gli incantatori e le fate, gli esseri umani avrebbero creduto di essere soli, senza speranza, destinati all'oblio eterno, al Nulla.
Allora Alycanta prese una grande torcia e diede fuoco al grande albero d'oro. L'intera foresta incantata tremò quando le scintille diedero vita al più grande incendio di cui il mondo avesse memoria. Mentre le foglie, i boccioli e le radici bruciavano, in tutti i mondi, in tutto il Multiverso, la magia veniva lentamente consumata, riducendosi a pulviscoli di semplice cenere. Sparirono i draghi, i leprecauni, i leviatani, e restò solo la razionalità umana, un edificio immenso, certo, ma vuoto come lo può essere soltanto un sepolcro. E nessuno si ricordò più di com'era la vita quando viveva il grande albero d'oro, quando le viverne solcavano i cieli e i demoni cornuti venivano sconfitti da cavalieri in armatura scintillante.
Alycanta fu l'ultima a morire. Tuttavia, prima di esalare l'ultimo respiro, diede alla luce il figlio che aveva concepito con il principe, quel lontano giorno nella foresta incantata.
Quel figlio sono io, colui che vi narra questa storia. Io sono l'unico che ricorda quei tempi, perché sono nato da Alycanta, e lei era la più potente delle creature magiche. Per anni ho vagato nella cenere della foresta incantata, piangendo di fronte allo scempio che mia madre aveva causato, disperandomi perché nessun folletto rispondeva con una risata cristallina ai miei singhiozzi. Ma poi, scavando nelle braci ancora bollenti, ho salvato un seme proveniente dal grande albero d'oro. Era vivo, vivo!
Ora lo sto coltivando in un vaso, celato al mondo come un ladro in una piccola casupola nascosta nelle colline. Per ogni nuovo germoglio di smeraldo che spunta, un uomo o una donna si svegliano con un dono, grande o piccolo che sia. Alcuni vedono gli spiriti dei morti, altri possono guarire con il semplice tocco delle mani, altri ancora spostano gli oggetti con la forza del pensiero, o addormentano i nemici con il canto della loro voce. E quando il grande albero d'oro avrà guadagnato abbastanza potere da poter sopravvivere all'aridità del mondo, andrò a piantarlo là dove sorgeva un tempo, anche a costo di espugnare il grande maniero che ne ha usurpato il luogo, sostituendo la magia con il deserto del progresso umano. E allora, quando l'avrò piantato, dalle radici del grande albero d'oro usciranno i draghi, gli unicorni, le fate, i maghi, le streghe e tutto il Piccolo Popolo. E forse anche mia madre, Alycanta.
Allora il cielo si riempirà di musica, gli animali smetteranno di azzannarsi, i fratelli di uccidersi, i popoli di ingannarsi, gli incendi di propagarsi, e ovunque, in tutto il Multiverso, regnerà la pace.
O forse si tratta solo di una mia esile speranza?

domenica 24 agosto 2014

Visioni

Sono felice di annunciarvi che da oggi è disponibile su Google play (e presto anche su Amazon) la mia raccolta "Visioni". Riunisce alcuni racconti del fantastico e del terrore provenienti da questo blog. Che cosa aspettate? È gratis!




“La città di Naarit era in subbuglio. E non era colpa della stagione delle piogge che quell'anno tardava ad arrivare. E neppure del deserto che si avvicinava inesorabilmente, divorando i campi.
Il motivo di tanta agitazione era l'annuncio ufficiale che gli araldi del Tiranno avevano gridato quella mattina ad ogni angolo di piazza: il famoso Circo dei Meccanici avrebbe fatto sosta proprio a Naarit e si sarebbe esibito nella Piazza Centrale, di fronte a Karid in persona.”

“Visioni” raccoglie due tipologie di racconti: da un lato quelli che si svolgono in un mondo vasto e fantastico, fra deserti, splendide città e ghiacci perenni (in questo caso i riferimenti letterari sono Michael Ende e Ursula K. Le Guin), dall’altro quelli del terrore dalle tonalità lugubri e sepolcrali, omaggio ai grandi scrittori del gotico moderno, quali H.P. Lovecraft e Stephen King.
Una raccolta breve e intensa, da leggere tutta d’un fiato e che vi farà volare sulle ali della fantasia.