domenica 28 giugno 2015

Film consigliati - Il racconto dei racconti di Matteo Garrone




Bene. Sono riuscito a trovare il tempo per riprendere in mano la tastiera. Non per un racconto, però, ma per una recensione cinematografica. Lo so, lo so: sono passate diverse settimane dall’uscita nelle sale dell’ultimo film di Matteo Garrone, ma io ve ne parlo comunque, perché mi è piaciuto molto e forse alcuni di voi non lo hanno ancora visto e hanno intenzione di recuperarlo.
Che dire? Sono entrato al cinema con la speranza che Il racconto dei racconti mi stupisse. E così è stato. Per una serie di motivi che ora vado ad elencare.
Il primo, e forse il più importante, è che il film prende spunto da Lo cunto de li cunti, la più antica raccolta di fiabe d’Europa, scritta nel ‘600 da Giambattista Basile. Ciò dona al film una patina antica, originalissima, fantastica ma allo stesso tempo più “realistica” rispetto a quella di un classico fantasy pieno di orchi, elfi, draghi e ragazzi prescelti. Prendere spunto dalle fiabe ha permesso al regista e agli sceneggiatori di recuperare modelli narrativi antichi e troppo spesso dimenticati: insomma, non ci ritroveremo di fronte la solita storia hollywoodiana (=scontata) del ragazzo destinato a compiere imprese mitiche o a sconfiggere il cattivone di turno. No. Qui abbiamo tre storie piuttosto semplici, che di eroico non hanno nulla: una regina disposta a tutto, anche a ricorrere alla magia nera, pur di avere un figlio; due anziane sorelle che ordiscono uno stratagemma per soddisfare le brame di un sovrano allupato; un re che organizza una sfida impossibile (quasi) per impedire ad uno stuolo di pretendenti di sposare l’unica, amatissima figlia… che dire: storie inaspettate, vero?
Secondo punto di forza del film: le ambientazioni. Il regista, in perfetta sintonia con l’atmosfera più realistica e in qualche modo più “storica” dei racconti, ha scelto di ambientare le sue storie in luoghi effettivamente esistenti, ricorrendo in questo modo ad un utilizzo ridotto della CGI. E così le narrazioni, sapientemente intrecciate in una struttura circolare, prendono vita sullo sfondo del meraviglioso Castel del Monte (Puglia), del castello di Donnafugata (Ragusa) e delle Via Cave (Grosseto). Si tratta di un film che, anche se recitato in lingua inglese, mantiene un forte legame con la nostra terra, mostrando le bellezze di un’Italia che non finirà mai di stupire.
Terzo punto di forza: il legame fra le tre storie. Avrete notato che tutte e tre le fiabe hanno come protagonisti tre monarchi, tre individui abbietti che, in un modo o nell’altro, si lasciano irretire dalla brama del potere e finiscono con il far del male alle persone che amano o che credono di amare. Appellarsi alla fiaba significa infatti anche questo: toccare argomenti archetipici, tra i quali figurano senz’altro la gelosia, l’ingordigia, la depravazione… questioni quotidiane, che costituiscono un ponte fra il mondo di Basile e il nostro, e che ci mostrano come l’uomo, nonostante il passare dei secoli, sia sempre rimasto uguale.

Ma allora, c’è solo il male in questo film? Tutt’altro. Una piccola fiammella, forse la speranza di un futuro diverso, si nasconde nei giovani protagonisti del film: due gemelli separati e costretti a difendersi dalla perfida regina-madre, una principessa costretta a sporcarsi le mani di sangue pur di recuperare la libertà perduta… i giovani devono lottare, questo non lo possono evitare, ma il futuro, il cambiamento, è loro. Ai loro sconsiderati genitori, colpevoli di aver vissuto in modo avido e dissennato, non resta che inginocchiarsi e versare lacrime amare. 

giovedì 11 giugno 2015

Addio, Cristopher Lee





Tu sai a cosa mi riferisco, Gandalf. Un grande occhio, senza palpebre, avvolto dalle fiamme...
Saruman, La compagnia dell'anello

Si è spento a 93 anni Cristopher Lee, attore amatissimo da tutti i fan del Signore degli Anelli (e quindi anche da me). Come dimenticare, infatti, la sua fantastica interpretazione di Saruman il bianco? I suoi occhi malvagi, pieni di ombre, hanno saputo rendere al meglio l'anima oscura di uno dei personaggi più interessanti e cupi usciti dalla penna di Tolkien. Ma io voglio ricordarlo per un'altra straordinaria interpretazione: quella di Lord Summerisle, il luciferino sindaco del film "The Wickerman", forse uno dei film horror "vecchia scuola" che ho più apprezzato. Una lunga, lunghissima carriera, che ha fatto di Cristopher uno degli attori più longevi e amati dal pubblico. Addio, caro Cristopher. A me piace ricordarti così:







martedì 26 maggio 2015

Il Mago Amaro

Studiando per un corso universitario la "Grammatica della fantasia" di Gianni Rodari, ho trovato un abbozzo di fiaba che l'autore esortava a continuare: parlava di un Mago Amaro che rubava tutto lo zucchero del mondo. L'idea mi è piaciuta molto e ho pensato, partendo da questo incipit, di scrivere una storiella per bambini. Spero vi piaccia!
P.S. Non so se Gianni Rodari abbia sviluppato questa sua idea in una storia completa. Io, sicuramente, non l'ho letta. Se così dovesse essere, ogni somiglianza fra la mia e la sua versione è puramente casuale. 
Pace




C’era una volta un paese normale, come il mio e il vostro. C’erano automobili, aeroplani, condomini e parchi giochi. I grandi correvano di qua e di là, fumavano sigarette e si lasciavano. I bambini odiavano la scuola, giocavano a rimpiattino e amavano i dolci. I vecchi borbottavano, leggevano giornali sulle panchine del parco e insegnavano agli operai il loro mestiere. Era, lo ripeto, un posto normale, quel normale che non si capisce mai se sia un bene o un male.
Un giorno, però, accadde l’imprevisto, ed era così imprevisto che molti di voi non ci crederanno: lo zucchero, come per magia, sparì. Anzi, peggio: era come se non fosse mai esistito. Se ne accorse per prima la signora Giovanna, ottuagenaria barista rinomata per i suoi deliziosi caffè: aveva sorseggiato appena una piccola tazzina di ottimo decaffeinato quando si era messa a sputacchiarlo in faccia all’ignara clientela. Alle lamentele degli avventori, insudiciati da capo a piedi di piccole goccioline color cioccolata, aveva risposto con una frase disarmante: “Che posso farci? È diventato amaro.”
E tutti, credendo che si fosse rimbambita, le risposero:
“Embè? Si sarà dimenticata di metterci lo zucchero!”
Ma non finì lì, purtroppo. La seconda ad accorgersi di quella terribile sparizione fu Sandra, la padrona della pasticceria all’angolo fra la Chiesa e il Municipio. Era solita cucinare, per le frotte di turisti e di bambini che le invadevano il locale, pasticcini, torte e cannoli alla crema. In un lampo, senza che ci fosse una spiegazione logica, i suoi dolciumi divennero immangiabili. I bambini iniziarono a piangere, i turisti a schiamazzare in lingue incomprensibili, le madri a rimbeccarla e ad accusarla di essere una sciocca. La povera Sandra, inseguita dai vituperi, non poté fare altro che chiudere anticipatamente l’attività e correre a riprendersi con un buon bicchiere di sherry. Ma anche quello, ahimè, era diventato amarissimo.
Per farla breve, tutto il paese si ritrovò a fare i conti senza lo zucchero. Nessuno sapeva spiegarsi quella incredibile quanto assurda sparizione, e molti si erano rassegnati a vivere per sempre senza più dolcezza: avevano buttato via il miele, il budino alla vaniglia, i profiterole, la cassata siciliana… niente aveva più il sapore di prima; tutto era diventato amaro e insensato.
Gli unici a non rassegnarsi, lo avrete già immaginato, erano i bambini. Per un bambino lo zucchero era una certezza, era l’amen che lo avrebbe accompagnato per tutta la sua infanzia e forse anche dopo.
All’insaputa dei genitori, si ritrovarono tutti quanti, in un giorno di pioggia, sotto i castelli di legno del parco giochi e lì, tese le loro cinquanta mani, fecero un solenne giuramento. E fu così che nacque il MIRZ, il movimento infantile per il recupero dello zucchero.
Con lo stesso impegno di un commissario di polizia, si misero ad indagare sulla sparizione, e viaggiarono e viaggiarono, gettandosi a capofitti in interrogatori improvvisati (Carletto portava una grossa pila, e la puntava in faccia al malcapitato che doveva rispondere alle loro domande), in perquisizioni e in maldestre intercettazioni telefoniche. Purtroppo scoprirono presto che i compaesani erano innocenti e che quindi il responsabile di quel guaio non si trovava affatto in città.
L’unico posto che non avevano ancora visitato era la Vecchia Foresta. Ogni regione, città o paese ha un posto misterioso, spesso oscuro, dove solo i più coraggiosi trovano la forza di entrare. Nella mia città era una vecchia calle buia e stretta, che all’improvvisa svoltava a sinistra, così che non si poteva sapere in alcun modo cosa ci fosse oltre quella curva, se un semplice vicolo cieco o un mostro in attesa di ingoiare il primo bambino che si fosse fatto avanti. Nel paese dove si svolge la nostra storia era proprio quella foresta, la Vecchia Foresta, chiamata così perché gli alberi erano tutti ingrigiti, simili a tanti vecchietti magri magri, con le braccia esili e i capelli incanutiti.
Fatto sta che i bambini, facendosi coraggio l’un l’altro e contenti almeno di poter contare sul loro numero, si inoltrarono in quella foresta sul far dell’alba. Camminavano stretti, attenti a dove mettevano i piedi e Carletto, che era il capo non dichiarato della banda, portava un grosso bastone con il quale tastava il fogliame, per vedere se c’erano serpenti, lupi o altri animali pericolosi. I maschi proteggevano le femmine quando qualche grosso ragno scendeva dal cielo attaccato a un filo di ragnatela e le femmine abbracciavano i maschi quando qualcuno di loro, ripensando alla sua mamma che lo aspettava a casa, si sentiva solo e scoppiava improvvisamente a piangere, bloccando tutto il resto della fila.
Quando arrivarono al centro della foresta, si era fatta sera. E lì, inondata dalla luce del sole che stava tramontando, videro che c’era una torre. Era una torre bassa e goffa, che aveva vagamente la forma di un carciofo alla giudia. Senza perdere tempo, Carletto si avvicinò alla porta e bussò.
Uscì fuori un anziano signore, vestito di viola. Aveva un cappellaccio da stregone in testa e un bastone nero nero, attorcigliato sulla punta come la coda di un maiale. I bambini non ci misero molto a fare due più due e a capire che quello era un mago, e cattivo per giunta.
“Che volete, nanerottoli?” borbottò.
“Sappiamo che sei stato tu, vecchio barbagianni! Ridacci il nostro zucchero!”
Il mago diventò paonazzo.
“A me del barbagianni?! A me? Io sono il Mago Amaro e adesso vi trasformerò in cavoletti di Bruxelles!”
Ma non fece in tempo a muoversi che Carletto, notoriamente il più veloce, gli aveva già rubato il bastone. E un mago, si sa, senza il suo bastone non può più fare magie.
Persi i suoi poteri, il vecchio e arcigno stregone fu costretto a vuotare il sacco.
“Sì lo ammetto: sono stato io a far sparire lo zucchero! E presto avrei fatto sparire tutto quanto, il sale, il peperoncino, la cannella, e i gusti che tanto vi piacciono…”
“Ma perché?” chiesero i bambini, guardandosi l’un l’altro con faccia stupita.
“Perché nessuno mi ama, ecco perché – ribatté il mago e divenne così triste che i bambini si sentirono profondamente dispiaciuti – I miei fratelli, il Mago Dolce, il Mago Aspro e il Mago Salato sono amati da tutti. E infatti in tutte le feste, in tutte le celebrazioni, sono le loro “creazioni” ad essere al centro dell’attenzione: torte alla crema e al limone, salatini, patatine, tronchetti di Natale, bibite zuccherate… E a me, a me che sono il mago dell’amaro non restano che le briciole!”
Carletto alzò le spalle e fece per andarsene, ma Geremia, il più sensibile del gruppo, alzò la mano. Il mago lo interpellò con aria stanca, come avrebbe fatto un professore con un alunno:
“Sì?”
“Mi scusi, Mago Amaro, ma quello che dice non ha senso!”
“Cioè?”
“Anche lei è amato!”
Il mago sbuffò.
“Ah sì? E da chi?”
“Da me per esempio! Io adoro le melenzane e gli asparagi!”
“E io invece le noci.” rispose una vocina alle loro spalle. Era Teresina, una bambina alta un metro scarso che non aveva ancora compiuto quattro anni.
“Fate sul serio?” mormorò speranzoso il mago.
“Certo che sì!” risposero i membri del MIRZ.
“E io – aggiunse un altro bambino – vado pazzo per la Schweppes.”
“E a me piace il radicchio – borbottò Carletto, come se gli costasse moltissimo confidarsi – e anche… beh… anche le verze.”
“E vogliamo parlare del cioccolato? – rincarò la dose Geremia – lo sanno tutti che il migliore è quello fondente, che è amarissimo, ma ci sta benissimo sulla torta Sacher…
“O nel salame di cioccolato…”
“O dentro lo yogurt!”
Il Mago Amaro, subissato da tutte quelle inattese risposte, rimase un po’ interdetto. Poi il suo viso, finora accigliato, si tinse di rosso e un grosso sorrise comparve sulla sua bocca sottile.
“Io non so come ringraziarvi, bambini. Ho sempre sbagliato tutto, perdonatemi. Ero così geloso dei successi dei miei fratelli che non avevo mai visto i miei!”
Detto questo, rientrò nella sua torre-carciofo e ne uscì portando un vasetto di vetro, con una grossa ape dorata dentro, che si dimenava e cercava di uscire.
“Ecco, tenete questo – disse il mago, passando il vaso a Carletto – Quando tornerete in città, apritelo. L’ape magica di mio fratello uscirà e con essa tornerà anche la dolcezza.”
I bambini lo ringraziarono, gli strinsero la mano a turno e poi se ne andarono. Fecero la strada di corsa e con il cuore leggero, perché non avevano più paura della foresta, anzi: quegli alberi così alti, secchi e bianchi stavano ormai simpatici a tutti. Una volta tornati in città (ed essere sfuggiti agli abbracci soffocanti dei genitori), i membri del MIRZ fecero come era stato detto: stapparono il vaso, l’ape fatata uscì e in men che non si dica lo zucchero era ritornato nelle case, nei bar, nelle pasticcerie, nei dolci, ovunque ce ne fosse bisogno. Figuratevi la festa che si fece in paese! Palloncini, danze, musica e frittelle zuccherate in gran quantità! I dentisti lavorarono come dei matti per tre mesi consecutivi, estraendo carie e pulendo denti inzaccherati, ma nessuno ebbe a lamentarsi, visto che l’avventura avevo messo la carica un po’ a tutti.
Per quanto riguarda il Mago Amaro, la prima cosa che fece fu scusarsi con i suoi fratelli, in particolar modo con il Mago Dolce, al quale aveva rapito il famiglio. I tre, a dispetto di quanto lui si aspettava, lo perdonarono seduta stante. Dirò di più: in comune accordo costruirono una unica immensa torre, dove vissero insieme per molti e molti anni, lavorando l’uno accanto all’altro per creare nuovi e strabilianti gusti: era solo unendo le loro diversità, infatti, che potevano raggiungere i risultati migliori, permettendo al dolce, al salato, all’amaro e all’acido di unirsi, mescolarsi, sovrapporsi: e così nacquero il crème caramel, la crema catalana, i wurstel con i crauti, le sarde in saor, la giardiniera sott’aceto, e mille altri piatti che prima, da soli, i Maghi del Gusto non sarebbero mai riusciti a creare.
E un bel giorno, in una calda mattinata estiva, quando i quattro credevano che ormai non ci sarebbero più state avventure, uno strano individuo vestito con abiti sgargianti bussò alla porta della loro torre.
“Fratelli miei – disse, quando quattro maghi stupiti fecero capolino dall’uscio – sono il vostro fratello che viene da tanto lontano.” Si chiamava il Mago Umami e veniva dall’Asia. Nel suo risciò portava ingredienti nuovi e strabilianti: spezie mai viste prima, rape cinesi, salse e intingoli color ambra, varietà di riso dalla forma allungata, cavoli, funghi spugnosi e frutta caramellata… E così i Maghi del Gusto, che ora era diventati cinque, ebbero ancora più da fare per conoscersi e insegnarci a vicenda, e ciò che venne fuori dalla loro amicizia e collaborazione è ormai una leggenda sulla bocca di tutti. Ma questa, ahimè, è un’altra storia.


giovedì 14 maggio 2015

Film consigliati - L'arcano incantatore di Pupi Avati



Si avvicinano l’estate, il caldo, le coppette gelato da tre euro e cinquanta, gli esami, e a me, puntualmente, passa la voglia di scrivere. Matematico. In attesa che mi venga qualche buona idea, voglio parlarvi di un film che ho visto recentemente e che, nonostante alcune critiche leggiucchiate qua e là per il web, mi è piaciuto molto. Si tratta de L’arcano incantatore, film horror nostrano del (lontano) 1996. Il regista è Pupi Avati, che molti di voi conosceranno già, oltre che per Il cuore altrove e Il papà di Giovanna, anche per due film d’orrore diventati ormai un cult: La casa dalle finestre che ridono (1976) e Zeder (1983).
Ma torniamo al nostro film. Che cosa rende così particolare L’arcano incantatore? Semplice: il concetto di paura “tutta italiana” che il regista è riuscito a tessere. Mi spiego meglio. Non ci sono mostri “di genere” ne L’arcano incantatore: nessuno zombie, nessun maniaco omicida mascherato armato di coltello, nessuna ragazzina cadaverica uscita fuori da un pozzo... C’è, piuttosto, un’atmosfera rurale, arida, misteriosa, piena di miti e leggende che traggono linfa vitale dal ricco folclore italiano. La genialità di questo film è stata proprio quella di puntare tutto su un concetto di paura che ci appartiene, che fa parte del nostro DNA. La dimensione horror del film si gioca su pochi, validi ingredienti: uno spretato, esiliato per le sue ricerche sull'occulto; un giovane seminarista, colpevole di aver sedotto e messo incinta una donna; una biblioteca stipata di libri malvagi, in grado di evocare demoni infernali della peggior specie. E poi presenze, scricchiolii, apparizioni… Il tutto sullo sfondo della campagna bolognese del XVIII secolo. Una storia semplice, troppo semplice per alcuni, ma per spaventare basta e avanza: che cosa fa più paura, in fondo, a noi italiani, se non una “fola” che parla di spettri che si aggirano per le campagne, di demoni e di riti sacrileghi, e in cui il meccanismo della paura si attiva nel momento in cui il tabù religioso viene infranto o dissacrato? Ecco che gli ingredienti si mescolano e il risultato è un film che sa davvero stregare (non a caso Guillermo del Toro ne ha parlato con toni entusiastici durante un’intervista al Los Angeles Film Festival). Certo: è un film a basso budget, c’è povertà di mezzi, la recitazione non è sempre all'altezza, tuttavia la scelta di raccontare una storia horror donandole una forte personalità paga, e molto anche. Vedere per credere. 


domenica 10 maggio 2015

Angolo delle poesie - L'infinito di Giacomo Leopardi

"L'infinito" è una delle poesie più note e amate di Leopardi. Contenuta negli "Idilli" (1826), la lirica riflette con dolcezza e malinconia sul dissidio fra reale e ideale, tema caro al romanticismo europeo. Il poeta, trovandosi dietro ad una siepe, non riesce a scorgere l'orizzonte più lontano e ciò permette al suo pensiero di elevarsi e di afferrare, anche se solo per un attimo, l'eternità dell'infinito.


Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.


Giacomo Leopardi

domenica 26 aprile 2015

Windsmouth - finale

Igor tese la mano. Quella di Selena era lì ad aspettarlo. Si fecero coraggio, oltrepassarono l'arco e si ritrovarono in un'ampia sala, illuminata da centinaia di torce appese alle pareti. Era una sala circolare, scavata in una grotta antica che si apriva, sul lato ovest, verso il mare. Il panorama era stupendo: la superficie dell'acqua era senza vento, piatta, di un colore azzurro tenue quasi da cartolina. Eppure l'odore salato e confortante del mare era soverchiato da quel puzzo mefitico, da quell'odore di vuoto che permeava ogni cosa. I coniugi Melville avanzarono, un passo dopo l'altro, e si accorsero che al centro esatto della sala c'era una grande cisterna, chiusa da un coperchio di bronzo.




La scalinata scendeva verticalmente nel cuore della terra, sinuosa come la coda di un rettile e altrettanto scivolosa. Era buio, ma non come ci si sarebbe potuto aspettare: lungo i muri erosi dai secoli cresceva un muschio spugnoso, dall'odore pungente, che mandava un lieve bagliore verdastro, simile a quello dei crocifissi fosforescenti da quattro soldi, quelli che si comprano sulle bancherelle se si è in cerca di una facile quanto improvvisa penitenza. Un rombo saliva delle viscere della terra, in parte soffocato dai solidi muri dell'edificio. Non era quello del mare, era più... più malvagio pensò Igor e si chiuse ancora più in se stesso, trasalendo quando la mano gelida di Selena gli si avvinghiò al braccio. La scostò con un ringhio. Aveva paura e quando si ha paura spesso si vuole restare soli.
La scala finiva in un'anticamera nella quale si apriva un gigantesco arco, abbellito da statue di piccole dimensioni, alte al massimo trenta centimetri o poco più. Raffiguravano due persone, un maschio e una femmina. Senza volto. Muti, sordi e ciechi. Non era dato sapere se era stato il tempo a mangiare i loro occhi, i loro nasi e le loro bocche, o se piuttosto erano state progettate così, senza lineamenti. Selena, guardando il vuoto di quelle facce, si portò istintivamente una mano al viso. Aveva paura di trovarci solo pelle liscia e nient'altro, ma era tutto al suo posto. Si accorse però che la sua bocca era stirata in una smorfia di terrore, la stessa che si era dipinta sulla faccia pallida di Igor. L'uomo fece per aprir bocca, ma ecco che si udì ancora quel rumore, un gorgoglio cupo, tanto sottile quanto snervante. E non era solo il suono a spaventarli: c'era un odore dolciastro e nauseabondo, come di acqua morta. Odore di vuoto.
Igor tese la mano. Quella di Selena era lì ad aspettarlo. Si fecero coraggio, oltrepassarono l'arco e si ritrovarono in un'ampia sala, illuminata da centinaia di torce appese alle pareti. Era una sala circolare, scavata in una grotta antica che si apriva, sul lato ovest, verso il mare. Il panorama era stupendo: la superficie dell'acqua era senza vento, piatta, di un colore azzurro tenue quasi da cartolina. Eppure l'odore salato e confortante del mare era soverchiato da quel puzzo mefitico, da quell'odore di vuoto che permeava ogni cosa. I coniugi Melville avanzarono, un passo dopo l'altro, e si accorsero che al centro esatto della sala c'era una grande cisterna, chiusa da un coperchio di bronzo.
Il pozzo! pensarono all'unisono i due, e rimasero fermi, immobili, come le statue che erano state messe a guardia dell'entrata. Il puzzo, con ogni probabilità, proveniva proprio dal fondo limaccioso della cisterna. Cosa poteva mai nascondersi nelle sue profondità?
Fu solo allora che Igor e Selena si accorsero degli incappucciati: in silenzio, uno dopo l'altro, essi uscirono dalle ombre della sala come ratti da un buco. I primi due si tolsero il cappuccio. Erano Rose Scott e Ian Stone. Il sindaco si fece avanti con fare affabile, le lunghe dita affusolate intrecciate in un gesto che voleva essere amichevole ma che invece risultò spaventoso.
«Entrate, amici miei. Vi stavamo aspettando.» mormorò, con un sorriso che era più un sogghigno. I coniugi indietreggiarono, mano nella mano, verso l'arcata da cui erano entrati, ma altri tre incappucciati sbarrarono loro la strada. Erano in trappola! Rose Scott si avvicinò pian piano, tutta curva per via dell'età, mostrando i palmi delle mani per far vedere che non aveva alcuna arma con sé.
«Non abbiate paura, figli miei. Venite avanti.»
Igor strinse i pugni nel tentativo di smettere di tremare.
«Che razza di posto è questo?» chiese, mentre si guardava attorno con circospezione, tenendo sempre d'occhio le sagome nere che stavano in piedi come tante torce carbonizzate.
«Questo è il cuore di Windsmouth!» risposero in coro gli incappucciati, facendo rimbombare l'edificio. Selena non ne era sicura, ma mentre l'eco si era spento le era sembrato di sentire ancora una volta quel ruggito primordiale, come se qualcosa, nell'oscurità, si fosse unito alle voci degli uomini per supportarle, gonfiarle e renderle ancora più terribili.
«Un cuore – continuò Ian Stone – che batte da millenni. Donandoci la vita eterna
Igor sobbalzò. Selena gli strinse la mano fino a piantargli le unghie nel dorso. Avevano visto giusto: Windsmouth custodiva il segreto dell'eterna giovinezza. Quello che gli uomini avevano cercato per millenni nelle più remote regioni del mondo si poteva trovare su un'isola qualsiasi, molto più vicina alla civiltà di quanto si potesse pensare.
«Da quanto esiste questo posto?» domandò Igor umettandosi le labbra. Si sentiva secco, anche dentro.
«Da almeno tre millenni – spiegò Ian – Qualcosa scese dal cielo in un giorno di temporale e venne ad abitare qui, al centro dell'isola. Fra noi, c'è ancora chi ricorda quei tempi. Io no, io sono venuto qui nel 10 giugno del 1588.»
«1588? – esclamò Igor – Ma è la data di sparizione della Denied Victory...»
Il sindaco sorrise, compiaciuto.
«Sapevo che mi avreste stupito dal primo momento che vi ho visto entrare dalla porta della locanda. Sì, Igor. La data è quella. E io sono Ian Alberic Stone, il capitano di quella gloriosa nave.»
«È... è pazzesco – rispose Igor, fiero di aver riconosciuto la polena del vascello – Ma che fine ha fatto l'equipaggio?»
«Oh, l'equipaggio – meditò Ian, come se facesse fatica a ricordare quegli eventi così lontani – come dire... Non si sono voluti adattare a questo posto e hanno pagato. Sai, sono stati fermati dall'onore, dal valore, dalla morale... Cose inutili, secondo la mia modesta opinione, ma questo non ha importanza... Fatto sta che non hanno voluto accettare quello che andava fatto. Sì, perché restare per sempre su quest'isola ha un prezzo. Ma che dico: non è un prezzo. È un'inezia. Un niente...»
Selena si fece avanti.
«Quale prezzo?» sibilò. Ian Stone chiuse gli occhi e alzò un dito verso di lei. Lo stesso fece Rose Scott, seguita da tutti gli altri incappucciati. Nell'aria risuonò ancora una volta quel ruggito, un verso che sembrava provenire dal buco nero dell'inferno.
«La vita del bambino che porti in grembo.»
Selena indietreggiò e si portò una mano alla bocca per non gridare. La sfuggì comunque un gemito, che risuonò sottile, senza forza. Igor rimase inebetito, ciondolante come una banderuola al vento. Un bambino?
«Quale bambino? Di che state parlando?» mormorò.
Selena scoppiò a piangere.
«Oh, Igor. Te lo volevo dire, sulla barca. Ma poi tu hai dato di matto e io non ne ho avuto più il coraggio. Sì, amore mio. Aspettiamo un figlio.»
«Che cosa? – ringhiò lui – e quando è successo?»
«Un mese e mezzo fa, Igor. Quel giorno, nel tuo ufficio: lo abbiamo fatto senza protezione. Ho fatto il test perché il mio ciclo era in ritardo. Ed ecco... è risultato positivo.»
«È per questo che Lui vi ha condotto fin qui – li interruppe Ian – così come ha condotto la mia nave, più di cinque secoli or sono.»
«Lui chi?» chiese Igor, mentre una goccia di sudore freddo gli colava lungo una guancia barbuta. Ian indicò solennemente la cisterna, dalla quale spirava ora un vento malevolo, come un presagio di tempesta.
«Il Dio che vive nel pozzo. Abbiamo bisogno della sua benedizione per vivere in eterno. Una piccola vita, in cambio della Sua e delle nostre. Tutti abbiamo fatto questo sacrificio. Rose Scott non solo ha sacrificato spontaneamente il figlio, ma anche il marito che si opponeva. Così ho fatto io. Viaggiavo con mia moglie, incinta di tre mesi, quel lontano giorno del 1588. Solo io compresi il grande dono del pozzo. Lei e l'equipaggio invece si sono opposti. E allora... allora non ho potuto fare altro che convincerla con le cattive. Ora riposa sul fondo del mare, ma la sua prole ha garantito a tutti noi quasi un secolo di prosperità.»
«Una piccola vita, in cambio della Sua e delle nostre...» ripeté Igor, quasi meccanicamente.
«È così.» assentì Rose Scott, con quella sua vocetta stridula da novantenne.
«Ma se Lui vi dona l’eterna giovinezza – continuò Igor – perché alcuni fra voi sono così vecchi?»
Rose e Ian si guardarono negli occhi prima di rispondere e quando lo fecero la loro voce risuonava caustica, come un getto di acido.
«È perché è giunto il momento che il ciclo si ripeta. La Sua infinita energia rinnovatrice ci permette di conservare l'età con cui siamo giunti qui a Windsmouth. Egli congela il nostro processo di invecchiamento, così come lo congela anche per se stesso. Ma ha bisogno di cibo, di vita nuova, per farlo. Altrimenti, la nostra vera età comincia a mostrarsi. Anche Edward, quel traditore, stava già invecchiando. Molto lentamente, certo, perché era il più giovane fra noi. Il più giovane e il più sentimentale. Stupido, stupido ragazzo.»
«Allora l'avete davvero ucciso voi!» gridò Selena.
Rosse Scott annuì.
«Avevamo sempre dubitato della sua fedeltà al nostro Signore. Cinquant'anni fa ha scelto di sacrificare la vita di suo figlio insieme a quella di sua moglie, ma l'ha fatto per paura, non per determinazione. È per questo che voleva salvarvi la vita: per evitare di farvi commettere quello che lui riteneva fosse un errore. Stupido, orgoglioso ragazzo. Non è stato facile ucciderlo, se proprio lo volete sapere. Edward ci serviva.»
«Per cosa?» domandò Selena.
«Per sopravvivere. Più il tempo passa sull'isola, più ci risulta difficile lasciarla. Io sono qui da quasi due millenni, un secolo dopo l'invasione della Gallia da parte di Cesare. Se volessi lasciare l'influsso benevolo dell'isola, invecchierei dopo poche ore, forse minuti. Diventerei uno scheletro mentre sono ancora in vita. Una morte atroce. Edward... Edward era l'unico che potesse muoversi per raggiungere la terraferma, e restarci per giorni, addirittura settimane. È così che ci procuriamo bambini, nel caso in cui il mare non sia così clemente da portarceli direttamente qui per mezzo del vento.»
«Siete anche rapitori di bambini?» strillò Selena, inorridita. Il suo stomaco le si contorceva come una larva calpestata.
«Sì, ma solo per necessità. Ma ora che Edward è morto, ci siete voi
«Proprio così, figli miei – intervenne Ian Stone, avvicinandosi e toccando i visi giovani di Igor e Selena con il palmo freddo delle sue mani – Ora ci siete voi e tutto andrà per il meglio. A voi spetta quel ruolo, adesso. Siete assieme, potrete stare assieme in eterno! Che cosa c'è di più bello di stare fianco a fianco, soltanto voi due, per sempre
«Ci chiedete di sacrificare nostro figlio e restare qui?» mormorò Igor, il volto come paralizzato, senza più emozioni. Gli incappucciati annuirono, silenziosi. Selena indietreggiò, il furore di una pantera pronta a morire pur di salvare i propri cuccioli.
«Siete dei bastardi. Perché non ve li fate voi i figli?» gridò fra le lacrime.
«Il nostro seme è morto. Viviamo, viviamo e basta, qui, nello splendore pagano di Windsmouth.» «Questo è il prezzo.» esclamò Rose Scott a gran voce.
«Questo è il prezzo!» risposero in coro gli incappucciati, facendo tremare la grotta.
Igor Melville si asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano. La paura gli stava facendo venire le vertigini. Nei pochi istanti di silenzio che seguirono si mise a soppesare le parole di Ian Stone, parole che gli rimbombavano nella testa come tante terribili esplosioni. Forse dopotutto non era un sacrificio così grande quello che il pozzo richiedeva. O lo era?
«Una vita eterna, ma sempre nello stesso luogo. Qui, a Windsmouth, fino alla fine dei tempi...» rifletté a voce alta, gli occhi semichiusi per comprendere fino in fondo il senso di quelle parole.
«Esattamente.» esclamò in coro l'ordine degli incappucciati.
«Ma voi, così, siete più morti dei morti!»
Ian Stone rise di gusto e tutti gli altri lo supportarono con voci sguaiate.
«Può essere, ma sai come si dice: la vita non è che una morte vista al contrario.»
Nella sala calò il silenzio. Si poteva udire persino lo sgocciolio dell'acqua che cadeva dal soffitto e il lento, costante movimento della cosa che viveva nel pozzo. Uno alla volta, gli incappucciati si fecero indietro, così da lasciare un po' di spazio ai coniugi Melville. Dovevano lasciare loro il tempo di pensare. Sapevano che le loro parole avrebbero scavato in quelle giovani menti un solco profondo, come avrebbe fatto un aratro in un terreno fertile. Era sempre così che andava. Non importava chi fra i due si fosse fatto avanti per primo, se la donna, l'uomo o entrambi: qualcuno, alla fine, avrebbe accettato quelle condizioni, qualcuno avrebbe detto . Avevano assistito a quella scena centinaia e centinaia di volte, loro stessi avrebbero compiuto quella scelta centinaia e centinaia di volte, perché nessuno poteva resistere al fascino alla vita eterna, nessuno. Ed era per questo che Windsmouth era riuscita a sopravvivere per secoli, immutata, e così sarebbe stato per tutti i secoli a venire. Di questo gli incappucciati erano certi più che mai. Ma non sarebbe andata così questa volta, e questo nessuno poteva prevederlo, neppure Ian Stone o Rose Scott. Neppure il Dio che viveva dentro al pozzo.
Igor e Selena si guardarono a lungo negli occhi: le iridi scure di lui, specchiate in quelle chiare di lei, creavano un colore speciale, unico. Sorrisero. Bastò uno sguardo e nient'altro, perché in quell'attimo erano diventati una cosa sola. Senza parlare, iniziarono a correre, mano nella mano, travolgendo chiunque fosse sul loro cammino. Ci provarono Rose Scott e Ian Stone a trattenerli, ma era come cercare di fermare un treno, un maremoto, un vento impetuoso. Furono scaraventati via. Impotenti, gli incappucciati osservarono le loro prede avvicinarsi sempre di più all'apertura che dava sul mare. Igor e Selena non esitarono. Non ne avevano motivo. Bastò un unico salto, un volo giù dalla scogliera, senza parole, senza più pensare. Le onde del mare inghiottirono i loro corpi, così come inghiottirono il ruggito terribile che, nel momento esatto in cui i due si erano messi a correre, aveva iniziato a strisciare su dalle viscere del pozzo.





Epilogo


Estratto dall’Occhio di Horus, 13 giugno 2014.

Orrore a Grey Wood. L’apocalisse è alle porte?

Una giornata da ricordare quella di domenica 13 giugno. La placida e sonnolenta cittadina di Grey Wood è stata scossa da un fatto inspiegabile, che ha sconvolto la comunità e gettato nella confusione più totale gli inquirenti.
Teatro della tragedia il parco giochi comunale, struttura nata recentemente per volontà del sindaco Bradley Davies, al suo secondo mandato.
Alle tre del pomeriggio, un uomo, la cui identità è tutt’ora ignota (non aveva alcun documento con sé), dopo essersi avvicinato allo scivolo dove giocavano alcuni bambini e aver parlottato con uno di loro (con l’intento di rapirlo, secondo le testimonianze allarmate di alcune mamme presenti) ha accusato un malore e si è accasciato al suolo. Ed è qui che la vicenda si tinge di nero. Chi ha prestato i primi soccorsi ha scoperto con orrore che il corpo dell’uomo portava i segni di una decomposizione avanzata. Ma il mistero non si conclude qui: nel breve lasso di tempo fra la telefonata di un solerte cittadino e l’arrivo dell’ambulanza, del corpo dello sconosciuto non è rimasto che un mucchio d’ossa. Ossa molto vecchie, a giudicare dalle analisi del coroner, che le ha datate all’incirca al 1850. È possibile che un cadavere si decomponga in modo così veloce? In caso contrario, che cosa si nasconde veramente dietro la sua morte? Ci troviamo forse davanti ad un vero e proprio non-morto? C’è chi già parla del giorno del giudizio e teme l’arrivo di un’apocalisse zombie in stile George Romero, altri che ipotizzano un legame con il recente caso di avvistamenti di UFO nei cieli di Londra o dei cerchi nel grano nel Sussex.
Complotto del governo per sperimentare una nuova arma di distruzione di massa? Segno inequivocabile di un futuro attacco alieno? È quello che abbiamo intenzione di scoprire, anche se non sarà facile: siamo assolutamente certi che la faccenda sarà debitamente messa a tacere dal Governo. Ma voi non preoccupatevi: noi dell’Occhio di Horus, cari lettori, saremo sempre qui a fare luce, per voi e per il Mondo. Con affetto.


Lisa H. Dovington



sabato 18 aprile 2015

Windsmouth - quarta parte

Igor e Selena si guardarono fissamente, in silenzio; poi, mano nella mano, raggiunsero il gigantesco portale. Entrarono, circondati da un silenzio sempre più potente, qualcosa che era possibile solo in un luogo di culto dimenticato dal tempo e da quasi tutto il resto del mondo. Scesero una lunga scalinata che si inabissava nell'oscurità, e l'umidità che traspirava dai muri era tale che la speranza di entrambi fu come se annegasse, trascinata verso fondali tenebrosi senza alcuna possibilità di riemergere.




La colazione, la mattina dopo, fu un vero trauma. Selena non aveva dormito tutta la notte e i suoi occhi erano contornati da un viola che ricordava il colore del mare in tempesta. La locanda era inondata dal pallido sole mattutino, una luce fredda, in grado di far rabbrividire chiunque, eccetto chi viveva lì da sempre e si presentava puntuale, ogni mattina, al proprio tavolo.
Igor si guardava attorno confusamente. L'affabilità degli abitanti di Windsmouth era sconcertante. Non sembravano affatto colpiti dal fatto che i coniugi Melville avessero cercato di scappare, per giunta appiccando un incendio alla loro amata e incontaminata isola. Fu lì che Igor si rese davvero conto che i cittadini, Ian Stone primo fra tutti, non erano umani. O almeno non lo erano pienamente.
«Siamo prigionieri.» esclamò di punto in bianco Selena. Igor mandò giù una sorsata di caffè nero bollente, col rischio di bruciarsi la gola e lo stomaco. Tossì.
«No, amore mio. Non siamo affatto prigionieri. Siamo solo bloccati per via del vento e della nebbia. Non c'è niente che non vada…» ribatté, cercando di convincere anche se stesso. Per quanto si sforzasse non ci riuscì.
«Certo che lo siamo, Igor! O ti sei dimenticato quello che è successo ieri sera?» sussurrò la donna, faticando a mantenersi calma. Igor non ci provò neppure: si alzò in piedi, rovesciandosi la colazione sui pantaloni. Jim, il cuoco, li guardò in tralice, l'espressione fissa e immutabile, quasi non li considerasse persone vere, ma sbuffi di fumo, immagini fugaci fatte di nebbia e perciò destinate a sparire da un momento all'altro.
«Non ho dimenticato, solo che... Ci deve essere una spiegazione razion...»
«Oh, tu e le tue spiegazioni razionali! – lo interruppe Selena, i capelli scarmigliati come una strega delle fiabe – L'isola non ci lascia andare. Il mare, non ci lascia andare.»
«No, Selena. Sai che non credo a queste cose, non io, che ho vissuto per tredici anni con una madre psicopatica! Credeva a tutto, persino ai maghi delle televendite, Santo Dio. Quando avevo dodici anni mi ha portato a farmi leggere la mano. Sarei dovuto morire di tumore l'anno successivo, ma è stata lei a morire, suicidandosi con la cravatta di papà. Ecco cosa penso del paranormale: sono solo cumuli di stronzate! Ora ascoltami bene, Selena. Siamo soltanto scossi per quello che ci è successo: prima la tempesta, poi l'incidente di quel povero ragazzo. Non c'è da stupirsi se crediamo di vedere cose che non ci sono.»
«Smettila, Igor. So benissimo che mi stai dicendo queste cose per proteggermi. Ma io non sono una bambina. E nemmeno tu.» lo aggredì Selena. Questa volta l'intero locale si voltò a guardarli. Sorridevano tutti, in un modo che metteva paura. Igor accusò il colpo. Doveva ancora abituarsi al fatto che la moglie lo conoscesse nell'intimo più di se stesso.
«E va bene. Hai ragione tu. Quest'isola è maledetta dal demonio.» bofonchiò l'uomo, mordendosi il labbro fino a farselo sanguinare. «Ma ora che l'abbiamo appurato, siamo punto e a capo, o sbaglio?»
Selena abbassò la testa, immergendo lo sguardo nel dolce di amarene che il cuoco aveva appena portato loro su due piatti di ceramica a motivi floreali. Era tutto così perfetto, così zuccheroso e falso da dare la nausea.
«Andiamo via di qui, o rischio di impazzire.» sibilò la donna. Si alzarono, dirigendosi verso la porta, un rettangolo da cui si poteva distinguere la nebbia sospesa sulla linea verdastra del mare. Rose Scott li chiamò dal fondo della sala, ansando nel tentativo di raggiungerli.
«Ve ne andate già? Il nostro gruppo locale ha composto una nuova canzone e fra poco...»
«Stai zitta, brutta vecchia del cazzo!» le gridò Selena, trascinandosi dietro Igor. Mentre uscivano, sentirono gli sguardi della locanda su di loro. Bruciavano.
Appena furono all'aria aperta, la donna si mise a correre e Igor la seguì, il vento odioso che gridava nelle loro orecchie cercando di assordarli. Corsero a perdifiato lungo l'acciottolato irregolare del villaggio senza voltarsi mai indietro, finché il paesino scomparve dietro la sagoma verde pastello di una tozza collina. Igor aveva il fiato corto. I miei quarant'anni cominciano a farsi sentire, pensò l'uomo, e si scoprì terrorizzato più dalla vecchiaia che dall'isola stessa, dal suo mare bigio e dai suoi spettri di vento e nebbia.
«Perché ti sei messa a correre, Cristo Santo?» domandò alla moglie.
«Scappavo nel caso ci stessero inseguendo.»
Igor si appoggiò ad un albero, stremato.
«Inseguendo? Che cazzo dici, Selena? Siamo su un'isola, non a Birmingham! Non hanno bisogno di inseguirci. Windsmouth è una prigione senza sbarre.»
Selena si trattenne dal riempirlo di insulti, cosa che faceva sempre quando il marito esplodeva in uno dei suoi tanti momenti no. «Scusami.» gli disse invece. Igor, dopo un attimo di esitazione, le si avvicinò e la abbracciò.
«Scusami tu. Non sono l'uomo più facile con cui stare, lo so. Devo essere stato una costante delusione per te.»
«Oh, Igor. Non dirlo neppure per scherzo.» rispose lei, avvicinandogli il viso. Si baciarono, lasciando che il male dell'isola bussasse, invano, alle mura del loro sentimento. Suggellarono la promessa fatta dieci anni prima con la firma di un bacio, le loro labbra divenute piume d'oca e la loro saliva inchiostro.
«Ti ho sempre amata, Selena. – confessò Igor, non riuscendo a trattenere le lacrime – Ma sono un egoista, un uomo senza spina dorsale. Non ho fatto altro che guardare alla mia felicità trascurando la tua. Perdonami.»
«Amore mio, ho anche io tante cose da farmi perdonare. – rispose lei, scoppiando a piangere – Ho sempre dato per scontato tutto, il tuo affetto, le tue attenzioni, la tua semplice presenza. Non mi sono mai interessata davvero alle tue esigenze, a quello che provavi dentro di te. È questa società che è malata, Igor. Per loro, solo noi donne possiamo provare sentimenti o piangere o sognare. Ci hanno insegnato fin da bambine che siamo noi quelle che devono essere ascoltate, noi quelle che devono essere protette e custodite. Ma questa è una menzogna. Tutti devono essere ascoltati, protetti, custoditi. Siamo nati uguali e sempre lo saremo. Non sono migliore di te, Igor. Sono un'egoista anch'io.»
Si baciarono ancora, la musica opprimente che usciva dalla locanda di Windsmouth soffocata da un sinfonia più forte, il tumulto dei loro cuori che risuonavano all'unisono. Il viso affondato nei capelli d'oro della moglie, Igor Melville si sentì, per la prima volta, parte di lei. Era come se le loro anime fossero connesse in un eterno abbraccio: i battiti di Selena erano i suoi, i sentimenti della donna erano i suoi, le sue gioie, i suoi dolori, i suoi sogni... condividevano tutto, anche l'anima. Che altro poteva essere se non amore, la forza più potente del mondo?
Smisero di baciarsi e osservarono il mare piatto e poi, più oltre, la cortina di nebbia che copriva l'orizzonte come la tela di un gigantesco ragno divoratore di uomini.
«Lasceremo questo posto. Ad ogni costo.» le promise Igor.
«Sai che non possiamo tirarci indietro. – rispose lei, il viso serio di chi sa già dove lo porterà il destino – Sai che dobbiamo cercare quel pozzo.»
«Il pozzo temete.» ripeté a voce alta Igor, rivedendo distintamente, come se li avesse ancora davanti agli occhi, la pietra nera, il cadavere di Edward e la scritta fatta col sangue fresco, le cui lettere, nella sua memoria, continuavano a colare, colare e colare.
Il pozzo temete.
La frase continuava a pulsare nelle menti dei coniugi Melville mentre cercavano, in ogni piazza, vicolo e cortile di Windsmouth qualcosa che assomigliasse ad un pozzo. Trovarono panchine, statue, fontane, vasi e caminetti esterni, persino lo scheletro muschioso di una polena da vascello, ma di una cisterna neppure l'ombra. Igor rimase qualche minuto ad osservare la statua di legno che un tempo doveva abbellire uno schooner o una goletta, e che ora era appesa come un trofeo sopra la porta di una vecchia cascina mezza crollata.
«Questa apparteneva alla Denied Victory, ne sono quasi sicuro.»
«Denied Victory?» chiese Selena.
«Una nave utilizzata nella guerra di corsa ai tempi di Sir Francis Drake. Mio padre era un appassionato di navi e tra le tante cose che mi ha lasciato, esclusi i creditori e mia madre, c'era un'intera biblioteca sulla storia del mare. La scomparsa della Denied è uno dei tanti misteri ancora irrisolti nella storia della navigazione.»
«E cosa ci fa qui?»
Igor scosse la testa.
«Non lo immagini? Quest'isola è... è una trappola. Inghiotte le navi come un mostro famelico, una fottuta Moby Dick.»
«Ma cosa voleva Windsmouth da quella gente. Cosa vuole da noi?»
«Questo non lo so. Forse il pozzo potrà darci le risposte che cerchiamo.» rispose Igor, dubbioso.
Fu verso l'ora di pranzo che i coniugi Melville trovarono una traccia: una strada che si dipanava come una matassa verso la fine del villaggio, lungo il lato ovest dell'isola. Si perdeva lontano, oltre una foresta di faggi dall'aspetto cupo e sepolcrale. Rispetto alle altre viuzze del paese, in ciottolato o in semplice terra battuta, questa era lastricata seguendo il sistema romano, una fossa coperta alla base da sabbia e poi da sassi via via sempre più piccoli, fino all'ultimo strato, costituito da lastre piatte poste in modo da far defluire l'acqua piovana ai bordi della strada, così che non ristagnasse al centro.
«È curioso che ci sia una strada romana qui. – rifletté Igor – Di certo l'impero non costruiva strade inutilmente, non su un'isola che non portava a nulla. A meno che...»
«A meno che?» gli chiese Selena, gli occhi sgranati di una bambina spaurita.
«A meno che non conduca ad un santuario.» concluse l'uomo, mentre un brivido gli correva lungo la spina dorsale. Aveva sempre provato un muto rispetto per le antiche civiltà, i loro templi, le loro colonne. I loro dèi. Secoli e secoli di storia che lo facevano sentire una nullità in confronto all'eterno incedere del tempo.
A passi incerti sulle pietre rese scivolose dalla piovosità del luogo, i coniugi Melville intrapresero il cammino segnalato dalla via lastricata. Oltrepassarono due ponti costituiti da sei archi, entrambi a strapiombo sul mare: l'isola infatti non era una terra unica, ma era frammentata, verso la parte ad ovest, in una decina di isole più piccole. La strada, sinuosamente, collegava il corpo dell'isola principale a due di questi atolli, i più grandi, mentre i più piccoli sembravano irraggiungibili via terra.
Verso le tre del pomeriggio, i coniugi Melville si immersero con un brivido nella foresta di faggi, densa di lunghe ombre perché il sole, già velato di nuvole, faceva fatica a farsi largo fra i rami. La strada, in parte coperta dalle foglie e dal fango appiccicaticcio, quasi sanguigno, del bosco, era più difficile da seguire e per ben tre volte Igor e Selena rischiarono di perdersi, o di finire sfracellati in un burrone apparso a tradimento dietro siepi di biancospino.
Il silenzio della foresta, si rese conto la donna, era irreale. Non si sentiva nulla, neppure gli squittii vivaci degli scoiattoli rossi. Neppure il suono delle gocce d'acqua sulla roccia o lo stormire delle foglie mosse dal vento che veniva dal mare. Era tutto così silenzioso che i rametti calpestati risuonavano come colpi di fucile, mentre il respiro dei due, irregolare per via della tensione, sembrava più forte del vento di tempesta che aveva quasi affondato la Blue dolphin.
«Ho paura.» sussurrò la donna.
«Anch'io.» rispose Igor, cercando di sorriderle, ma era un sorriso insicuro, pronto a spegnersi al primo soffio di vento.
Ed ecco la foresta farsi sempre più rada fino a sparire, sostituita da tenebrose colline coperte di cardi e belladonna. Non fu tuttavia la natura a catturare lo sguardo dei coniugi Melville, bensì le rovine di un antico tempio romano, conservatosi perfettamente nei secoli come se fosse stato oggetto di continui e puntuali lavori di restauro. Le sue colonne, ciclopiche, erano bianche come braccia di scheletri infilzate nel terreno, mentre il suo timpano, grande, colossale, gigantesco portava al centro un simbolo inquietante, un unico occhio attorniato da contorti tentacoli di piovra. Appena lo vide, Igor Melville si strinse a Selena.
«Ecco... ci siamo.»
«Sì, ma a cosa?» ribatté la donna, incapace di smettere di tremare. Si sentiva le gambe di gelatina e la testa stretta in una morsa.
«A qualcosa di grosso. Di davvero grosso.» borbottò Igor, indeciso se scoppiare a ridere in modo dissennato o piangere, rannicchiandosi sull'erba con un dito in bocca come un poppante terrorizzato dal temporale.
«Igor...»
«Sto bene, sto bene.» rispose lui, anche se non era vero. Il silenzio della vallata gli riempiva il cuore di angoscia ed era un'angoscia mai provata prima, di un colore quasi grigio, se mai le sensazioni possano avere un colore. Nessuna difficoltà che aveva incontrato in tutta la sua vita poteva essere paragonabile a questa, neppure la morte improvvisa del padre o quella di sua madre. Neppure la prospettiva di restare solo o di vedersi invecchiare poco a poco, ogni giorno di più.
Un movimento improvviso fra le colline li fece voltare. Una lunga processione di figure incappucciate si stava dirigendo verso la scalinata del tempio. Camminavano a testa china, uno dietro l'altro, come se non avessero bisogno di vedere dove li stavano portando i propri passi o come se non fossero loro a dirigersi verso il tempio, ma piuttosto il tempio stesso a chiamarli a sé, aiutato dal vento che passava lugubre sopra l'erba grigiastra delle colline. Anche se erano lontani, Igor riconobbe l'andatura zoppicante di Ian Stone e la magrezza eccessiva di Rose Scott. Erano loro due a guidare il corteo.
«Eccoli lì, quei bastardi.» ruggì Igor, col rischio di farsi sentire fino a Birmingham. Selena lo trascinò dietro ad una roccia, imprecando selvaggiamente.
«Non ci hanno sentito, tranquilla.» rispose lui, dopo aver fatto capolino fra l'erba. La processione era sparita nel nulla, inghiottita da quel colonnato antico quanto il popolo che l'aveva costruito.
Igor e Selena si guardarono fissamente, in silenzio; poi, mano nella mano, raggiunsero il gigantesco portale. Entrarono, circondati da un silenzio sempre più potente, qualcosa che era possibile solo in un luogo di culto dimenticato dal tempo e da quasi tutto il resto del mondo. Scesero una lunga scalinata che si inabissava nell'oscurità, e l'umidità che traspirava dai muri era tale che la speranza di entrambi fu come se annegasse, trascinata verso fondali tenebrosi senza alcuna possibilità di riemergere.